Libia del Sud-Est

Strano…..per mesi e mesi, niente da scrivere. Troppo da scrivere. Perchè scrivere? Io ho voglia di lettere e cartoline, francobolli (che quasi non si possono più usare), una vecchia penna che perde inchiostro….poi c’è il viaggio, viaggio che ti porta settimane e settimane lontano dal virtuale. Attorno a te, il senso concreto di un deserto. A notte, provi a ricordare le ore del viaggio. Freddo, freddo intenso. Eppure non sono che le nove di sera. Il fuoco si sta già spengendo. Allora, al mattino. I ragazzi smontano il campo. Puoi scrivere. Rimane per te. Non so bene perchè, forse perchè così fan tutti, queste diventano le prime parole a finire qui…..sono i giorni passati nell’Oriente libico. Gran Mare di Sabbia. Fino alle terre più lontane del Sud. Non è una storia, non ci sono ‘informazioni’, c’è il ricordo di un andare. Della sensazione di un movimento. Ci sono ripetizioni, errori, sgrammaticature. Ma va bene così. Scritto seduto sul sedile anteriore del fuoristrada di un amico targhi.

20 novembre Bengasi

Mohammed a naso all’aria a guardarsi un film di kung-fu. I ragazzini di Bengasi, nei vicoli più scuri, accendono il cellulare e ascoltano musica su musica. Tenendo il telefonino in mano sei padrone del mondo. Mohammed si guarda intorno con sospetto. ‘A Ghat, le donne non andrebbero al ristorante’. Qui si rifugiano nella stanza ‘per famiglie’. Si intravedono i suoi occhi dietro al velo nero che tenta di nasconderli . Mangia sollevandolo. La copia è serena, tranquilla, allegra. Mohammed, uomo del deserto, è stupito. A gennaio dovrà sposarsi e si chiede se la sua vita cambierà.

A Bengasi. Un giorno di viaggio. Per incontrare un poliziotto dall’aria stanca, il dolce caos di un aeroporto beatamente decrepito e le impalcature che circondano i vecchi palazzi italiani. Camminiamo, solitari, nella luce al neon dell’antica via Roma. Quasi nessuno per le strade. Ombre con le mani in tasca. I ragazzi giocano al pallone nello spiazzo della moschea più sacra. Sensazione: è come se mi guardassi camminare. Sono incuriosito dai miei passi. Sacchetti di plastica nera continuano a svolazzare.

21 novembre Primo cordone di dune di Giarabub

Sera. Meno delle sei del pomeriggio. Ma qui siamo in ora legale del deserto. Sono quasi le sette e il cielo è svanito in una festa di nuvolette. Ha dato prova di grande gentilezza. Serata perfetta. Una primavera di collina. E invece sei sul primo cordone del deserto di Giarabub. Alle spalle la geografia del petrolio, una fiamma alla testata del pozzo, terrapieni neri a proteggere gli altri pozzi. Qui, porte del Sahara, ha inizio la potenza dell’Occidente. Mi dicono che sono americani, francesi e rumeni a lavorare in questo deserto che accerchia oasi un tempo (meno di sessanta anni fa) famose solo per i loro datteri e per l’eccellenza dei loro scontrosi carovanieri. Era terra di ribellioni, questa oasi diventata città. Le case di mattoni grigi hanno accerchiato le piccole cupole della moschea di fango. Arte sudanese che si è spinta fino a qui. Eredità di pellegrini che venivano dall’antico Sudan occidentale. Un pattuglia di giovani allievi della scuola coranica aspetta davanti al cancello il suo maestro. Fotografia. Il viaggio è cominciato. I piccoli dettagli si incrociano con i dettagli. Vengono dimenticati. Mohammed mi chiede se prego ancora. Riesco a spiegarglielo? Lo guardo mentre si inchina verso oriente e, con velocità, compie la sua ritualità….

Sera, pentola che sobbolle, come mi piace la cerimonia della sera. Mohammed monta il campo, Nuri accende il fuoco, le braci scaldano la cuccuma, travaso continuo, nel buio, rumore di tè, si fa rumore con le labbra, lentamente ci sediamo, Belufi cucina. Deserto. Sensazione di un piccola, privata libertà. Loro si siedono e parlano. Parlano da generazioni. Parlano sempre a sera. Questa gente mi piace. Senza una ragione, avrei mille ragioni perché non mi piacessero, ma io li guardo con adorazione. Il tempo qui assomiglia davvero al tempo.

22 novembre Garet Khud

Le dune dell’erg di Jaharra ingannano. Sono orientate Nord- Sud, disegnano un arco verso le montagne della Cirenaica, ma là non arrivano. Svaniscono nel serir che non riesce a diventare sabbia. E allora si vendicano della impossibilità diventando trappola, voragine, precipizio. Chi avanza da occidente verso l’oriente si illude di scavalcare dune appena tondeggianti. In realtà queste cupole dolcissime nascondono una discesa a rotta di colla. Le auto scendono franando, Ouarza afferra il volante e si fa cauto. Scende dalla macchina prima di scavalcare la cresta della duna. Controlla.

La vipera è stata sfortunata nel suo incontro. Sì, ha avuto la sfortuna ad imbattersi nel piede di Belufi. Il cuoco aveva voglia di sollevare quel pezzo di legno. Lì avevamo deciso di fare la sosta per il pranzo e lei stava sotto quel legno, sotto quella sabbia, a godersi la sua solitudine. Non è riuscita a stare ferma. Poi si è impaurita e si è mossa all’indietro con i suoi sibili e i suoi striscii. Fine della storia. Già segnata. Belufi si diverte a prenderla per il collo. Noi, pavidi, ci allontaniamo.

Mezzo secolo dopo. Per trovare sulla cima piatta della gara di Khud la scritta ‘Lerici’. La guida dei topografi e geologi dell’Agip quel giorno del 1960 si fermò di fronte a questa collina dalle forme irregolari. Mangiata dal vento, con una strana punta rivolta verso oriente. Ma è ancora lì. Qualcuno vi ha costruito sopra un rejem. Un segnavia. Questa è la grande pista del 29° parallelo. Allaccia le oasi dell’oriente libico, è un cammino fra Siwa e Auwjila. Mezzo secolo dopo i topografi, passiamo noi. E cerchiamo un significato che non c’è.

Le bottiglie verdi della birra di Trieste e Malta. Poi un giorno siete partiti. E la storia è finita. Avete lasciato batterie, vetri, tappini di birra, scatolette di sardina…

Le dune bianche accecano..

23 novembre Primo cordone del Gran Mare di Sabbia. Pozzo di Bir Bu Salama

Gli uomini ci provano. A costruire aeroporti fra i ciottoli neri del serir. A tirar su fabbriche di acque dove già il deserto ci aveva pensato con le sue gronde. Lasciano tracce: birra di Trieste, bottiglie smaltate a Malta, scatole di sardine, valvole Huber, filtri inglesi. Geniali, smarriti dalla loro vanità e dalla loro superbia. Costruiscono una pista, si scolano migliaia di bottiglie di vino e birra, poi le riempiono di benzina e accendono così le luci nella notte del deserto. Non lasciano in pace. Ma riesci ad immaginare questi uomini? Parlano di soldi e una povertà lasciata alle spalle. Parlano di calcio e di donne. Qualcuno sta sempre in silenzio. Operai aristocratici e straccioni di un’Italia povera: intuivano che qui la loro vita poteva cambiare. Paga doppia, moglie a casa. In Sicilia, in Friuli. In Veneto. Soldi per tirar su casa. Qua non ci sono donne. Ma c’è il torpore del deserto e la fretta degli uomini. Bevono da bottiglie verdi che i camion portano dalla costa. Bevono e arrotolano le chiavette delle scatole di sardine. Poi un giorno, tutto finisce. Qualcuno, armato di carte e chimica, ha deciso che non vale più la pena cercare in questa grondaia del serir. Via. Si va via. Le capanne rimangono in piedi. I beduini possono prendere quel che vogliono: legni e viti, ferro e tubi. Svanisce tutto. Rimangono le bottiglie verdi che sabbia, vento e sole smerigliano. Il vetro resiste, ma il sole e il vento, dalla loro parte, hanno l’eternità. Quando arriviamo noi si leggono ancora le etichette della birra di Trieste. Labbra che le hanno scolate. Le cicogne, sagge, hanno scelto il bidone del segnavia della pista come nido ideale delle loro trasmigrazioni. Come gli aerei vedono da lontano il palo che gli uomini hanno conficcato nella pietra. Raccolgo un pezzo di vetro, confondo gli elementi di una batteria con un insetto gigante che cammina altezzoso fra i ciottoli….

Pochi chilometri più in là, l’acqua ha deciso di affiorare. Ci incuriosiamo, In realtà il popolo degli esperti ha le carte giuste. Prestito prezioso e ingelosente dell’amico topografo. I nomi dei pozzi: bir Tafarui, Bir bu Salama. Il figlio della pace. Ma gli uomini non si accontentano della generosità della gronda del deserto. Hanno bisogno di più. Meccanismo rituale. Imbrigliare l’acqua, filtrarne sale e sabbia, batteri e polvere. Non occorre scavare, qui l’acqua affiora. Si portano i filtri, gli acciai, i tubi, le vetroresine, i bulloni, i dadi, l’alluminio, si gioca ai labirinti del mondo dell’industria, si allacciano condutture, si spostano metalli, si fondono e si modellano nel paese delle nebbie, si portano via nave, via camion. Fra la sorpresa immobile e inespressa delle genti delle sabbie. Tute sporche. Si costruiscono depositi circolari. Quasi come immense tende. Saranno riempiti dall’acqua strappata alla terra. Chiusa nel ferro o che cavolo di metallo sarà, chiusa in una rotonda che senza sciacquettii o fanghiglia di sabbia. Di qua non si scappa, non si ruscella, non si diventa molecola che fugge in pertugi dove solo lei, con pazienza, con tenacia, sa fuggire. No, gli uomini imbrigliano, hanno coniato la parola libertà e l’hanno privata di ogni contenuti. Non sanno essere liberi come l’acqua. Ma non sono nemmeno buoni ragionieri. L’eternità non è una loro categoria. Il tempo è più forte dei tubi, dell’alluminio, delle carta speciale dei filtri. L’acqua ha vinto questa battaglia. Il deserto si è ripreso la gronda e ora gioca con i rottami. Gardaland dei jinn delle sabbie, qui a Bir Bu Salama. Tutto arrugginito, tutto malandato, tutto finito. L’impresa è stata un fallimento. A Jarabub non avranno l’acqua di Bir Tafarui. Nuri, ogni volta che passa di qui, svita un bullone, recupera un ferro, smonta un metro di alluminio. Deve costruirsi casa a Thala. E’ giovane, Nuri. Sta imparando..

24 novembre Gran Mare di Sabbia. Dopo il presidio Rosso

Fumo del fuoco, dune che si diafanizzano sotto la mezza luna che cresce verso la faccia piena, cintura di Orione, montagna di gesso, notte che si fa notte nel fuoco. Una legna buona. Che sprigiona odore di legna del deserto. Spiegano: crescono solo qui gli alberi che danno questa legna. Non ce ne è traccia nei nostri paesi. I tuareg che ci accompagnano vengono dall’occidente libico. Questa è terra di beduini, non appartiene a loro. Siamo entrati nel regno del Gran Mare di Sabbia. Alle nostre spalle, per un po’, le imprese fallite: Jaballah che aveva capito tutto e pensava che bastassero costruire capanne per attirare i turisti in questo luogo troppo lontano e troppo senza niente, troppo schiantato per fare arrivare occidentali fino a qua. Chi viene a Jarabub? C’è una frontiera a un passo, ma Siwa e l’Egitto dei turisti sta di là. Questa è la Libia. E qui si è concentrata, sdentata dal deserto, la storia stupida e feroce. Il filo spinato oggi appare ridicolo, ma come dovette sembrare invalicabile dai cavalli dei Senussi. Doppio filo, triplo filo, quadruplo filo. Sei metri, quattro metri. Separare i Senussi. Affamare i partigiani. Compito di ogni esercito che sa di non poter vincere se non mettendo sotto gamba l’onore. L’onore è cosa che non funziona. Allora, meglio il filo spinato. In quanti vi siete messi a costruirlo? Piegare ferro, modellare ferro, piantare ferro. Nella sabbia, picchetto dopo picchetto. Fino al fortino Rosso. Dove generazioni di soldati sfigati sono stati lasciati in mezzo al deserto a passare giorni senza glorie. Oggi sono quattro mura sbrindellate e già coperte di polvere. Finita lì la storia delle guerre del deserto. Le bombe sono nei depositi di spazzatura di Giarabub. La scritta ‘Nei secoli fedele’ rimane impressa sul muro di un edificio in rovina. Ne è valsa la pena? Ne vale la pena? Vorrei tornare al giorno in cui il piccolo carabiniere di un paese della Puglia ha scritto, con la perizia di un imbianchino, quella scritta nera e poi si è guardato attorno e nemmeno il comandante pareva essere interessato. Oggi i bambini di Giarabub vanno a scuola con uno zaino rosa troppo grande e noi raggiungiamo, sotto la mezza luna, le sabbie perfettamente ordinate del Gran Mare di Sabbia. Accarezziamo rocce di gesso e raccogliamo conchiglie di altre ere. Loro, sì, più resistenti del filo spinato di Graziani. Noi, di passaggio. Campo a ridosso di un golfo riparato dal vento. Il fuoco, l’ultima fiamma.

25 novembre Venti chilometri dopo Bab bel Serir

Alle spalle il Gran Mare di Sabbia. Oceano tranquillo. Le onde acquietate. Le conchiglie fossilizzate hanno il tempo dell’attesa: loro sono il bagnasciuga, non devono far altro che rimanere aggrappate al loro antico scoglio. Fedeltà assoluta. Il mare ritornerà.

Noi, invece, corriamo. Ottanta chilometri all’ora. Facciamo oltre trecento cinquanta chilometri in un solo giorno. Da sole a sole. Il Gran Mare è piatto. Come una livella. Come un tavolo di marmo. Le ruote sono gonfie il giusto. Andiamo. La sabbia è leggera e cigola per la velocità. Nemmeno la polvere si solleva. Paesaggio a strisce. Nuvole che gareggiano. Ombre nere, cielo azzurro, sabbia che sbianca. Paesaggio verticale e orizzontale. Cambia, muta, inganna. Prova a fare miraggi. Ma il cielo gareggia in velocità. Noi ci fermiamo, loro proseguono. E vanno. Cerchiamo un cordone per trovare pace nella pace. Il deserto cancella i pensieri. Nessuno passa di qui. Il confine è a un passo. La stella è cadente oppure è un tracciante? Si immaginano storie dentro al deserto. Chi passa di qui? Questa non è rotta da migranti, ma cammino da petrolieri. Gli altri, anche gli uomini in fuga, scelgono la strada dell’asfalto. Kufra è collegata con il mondo. Avamposto di traffici, soldi e disperazione che non interessa il mondo. Però questo, nella notte di luna, non ci sfiora. Gli uomini parlano attorno al fuoco. I traccianti sono stelle cadenti. I migranti sono lontano. Il satellitare porta notizie dal nostro mondo e Mohamed mi sta alle spalle mentre scrivo. La batteria è finita. Il tè è accanto al computer. Io temo che tutto finisca. Chino il mento sulla sabbia. Non aspetto. Aspetto ancora. Alzo la testa. Kamar nel cielo. Dieci parole di arabo. Gli uomini chiacchierano ancora. Alla fine dell’oceano di sabbia e minuscoli sassi, c’è una porta. Due colonne di arenaria che segnano una porta. Bab el Serir. Passato il 27° parallelo. C’è chi si porta dietro uno spray rosso solo per lasciare una scritta su questo fungo di sabbia. Un uccello dalle piume colorate ha finito qui il suo volo. Noi ripartiamo. Tramonto all’altro monumento al vento. Stasera il campo è silenzioso. Troppi chilometri per essere deserto. La legna che ci portiamo dietro rimanda un buon odore. Kufra è vicina.

26 novembre Jebel Hawaish, la montagna del serpente (femmina)

Tempo di divagazioni. Da centinaia e centinaia di chilometri non c’è un solo arbusto. Questo è un vero deserto. Cosa ci fanno le tracce di gerbilli e fennac in questa solitudine? Nessuna acacia, nessun monticello con radici di tamerici, nessuna traccia di erba. Scheletri di uccello a ben guardare nelle rocce. Siamo diretti alle montagne che si intravedono all’orizzonte. Profili scuri. Montagne della serpenta. Della Grande Sepente. Ouarza ne ha visto le tracce e indica con la mano la sua grandezza. Ci raccomanda attenzione. I vulcani hanno fatto i maghi a cavallo fra il 25° e il 26° parallello: si sono alleati con acqua e vento e hanno creato spettacoli di tubi pietrosi, erosioni differenziali, coperchi di roccia, compressione di elementi. La geologia non riesce a spiegarne l’anima. I petrolieri si sono allontanati. Questa è una terra strana: assoluta e lontana. Da evitare e da cercare. Immagina la carovana dei Senussi, migliaia e migliaia di persone che si dirigono verso sud solo perché la vera Fede può essere trovata nel luogo più lontano e da qui irradiarsi come vento nel mondo. Idea di follia di gente pazza di fede. Concezione del potere che non sa che farsene del suo esercizio. La verità è la fede che si alimenta nella solitudine. Poi vi saranno messaggeri invisibili che condurranno la storia a chi popola il mondo. Così è stato. I senussi, nella loro oasi a mesi di marcia, facevano paura agli eserciti italiani e alle impazienze dei colonnelli. Quasi che il deserto fosse una minaccia. Troppo potente il suo messaggio.

Mohammed e Ourza azzardano passaggi, guidano con una memoria che non ha ricordi, si fermano nei punti-strategia e montano uomini di pietra. Rejem per indicare il cammino alle future carovane.

27 novembre Cufra

Proprio a Cufra non scrivo. Non apro il computer. Lascio che la notte avvolga le palme. Inevitabile: il luogo dove non credevi di arrivare….adesso Cufra è nella conca, nella depressione senza geografia, nelle palme che sono diventate scheletri bruciati dal sole. Esploratori che non hanno avuto grandi onori hanno attraverso il deserto più deserto di questo angolo della Terra: trecento chilometri di niente, nemmeno un arbusto o un cespuglio, per arrivare in questo villaggio di tebu e arabi fuggiaschi che vivevano qua senza immaginare che fosse possibile vivere in altri modi. Grandi furono i Senussi che decisero di venire a stabilirsi qui. Come se solo la solitudine assoluta garantisse la purezza della fede perfetta. E sapevano che la forza del loro Dio sarebbe stata talmente forte da propagarsi da questo deserto assoluto fino al mondo abitato. E, altrimenti, che importa? Il loro regno sarebbe rimasto quaggiù. Cosa siete venuti a fare fino a qua, bianchi privi di curiosità? Vi spingeva un’ansia che è l’opposto del deserto. Ben pochi ricordano i vostri nomi. Valeva la pena? Penso di sì. Sicuramente fu così per Rosita o quel tedesco che arrivò fino a qua alla fine dell’800 e mise il suo campo sulla collina che la gente della zauia chiamò subito ‘l’altura del cristiano’. Incrocio di solitudini.

E oggi? I tebu girano in abiti da festa e costruiscono la loro moschea. Vado incontro ai loro vecchi seduti sulla sabbia del sagrato. Mi intrometto, mi accettano, si alzano, mano sul cuore. Solo un vecchio appare rassegnato alla mia invadenza. Gli altri sembrano felici delle straniero. Le parole non esistono. Mi siedo. E faccio passare il tempo. Ogni tanto una parola che rimane senza risposta, ma vola nell’aria. Nelle mani il rosario. Grano dopo grano. I nomi di Allah. Basta questo per rendere bellezza alle poche ore di Cufra. E la ragazza dal velo viola ha un grande sorriso: lei ha il sapere dell’inglese e dice degli italiani. Io non riesco più a sopportare gli incontri e gli addii. L’anima della malinconia dell’andare.

Dovrei fare il giornalista: Cufra, 40mila abitanti, contrabbandieri, agricoltori con schiavi ciadiani e sudanesi nei campi e nelle piantagioni di mango, mercanti, esperti di aiuti internazionali, furbacchioni, camionisti, proprietari di automobili con le quali trasportano un’umanità senza quiete per ogni lato del paese. Città del deserto. Vasta. Da qualche parte, ci dicono, devono esserci tracce dei Senussi. Forse una delle tombe dei padri fondatori. I laghi si sono prosciugati, l’asfalto è arrivato. Come dal cielo gli aerei. Dov’è il campo di prigionia. Arrivano di continuo ciadiani e sudanesi. Da tempo non si vedono più i somali, gli eritrei e gli etiopici. Hanno trovato altre strade per la loro disperazione.

28 novembre La Piana del Gilf

Laggiù c’era la cicogna e lo sperone di roccia che la ingannò. E’ una storia di molti anni fa: a ridosso del Gilf trovammo il corpo di una cicogna, immobilizzato dal deserto. Aveva un anello alla zampa. E, attraverso questo segno, sapemmo che quell’uccello volava fra l’Africa e la Germania. Aveva trovato gli ornitologi quasi diecimila chilometri più a Nord. Il suo volo era terminato in questo deserto. Adesso il Gilf è una cortina all’orizzonte. Panorama verso oriente. Gradone di roccia. Si fa aggirare dalle sabbie. Gli uomini sono attratti dalle differenze: luogo di rocce, luogo diverso, luogo attorno al quale ruotare, punto di riferimento. Hai bisogno di punti di riferimento. Senza non riesci a sopravvivere. Se il paesaggio fosse solo una piana, riusciresti a dare un senso alla tua vita? Parlo a te, figlio di nomadi, nipote di nomadi.

Per ora il cuore sembra emozionarsi solo al senso del ritorno, anche se il Gilf Kebir, la Montagna Grande, rimane al di là dell’invisibile linea che gli uomini hanno tracciato come frontiera e che Ouarza non vuole varcare. Percorso ad angolo retto, dunque, in un giorno di malinconie. Angolo retto, prima verso oriente, via dai palmeti e dai giardini dove i trattori si sono messi in moto e gli uomini non si vedono, poi di fronte alla frontiera, si piega verso sud. Verso altri punti di riferimento. L’umanità non può sopravvivere nella uguaglianza. Oggi il paesaggio non ha avuto glorie. Monotonia del deserto. Qualche isolotto di pietre nere, senza asperità, nemmeno affiorante se proprio non vai ad arenartici sopra, e poi lievi ondulazioni, guida monotona, nessun guaio. Senso della solitudine. Gli uomini della carovana non amavano passare di qua. Per questo l’oriente sahariano non ha avuto il passato del Fezzan o delle piste dell’occidente.

Non fare lo scemo: qui c’èra la bellezza del Nilo ad accompagnare gli uomini, perché andarsene a cercar monotonia in mezzo al deserto? Nemmeno se eri un bandito, avevi voglia di nasconderti là. Meglio la prigione. Oggi a Kufra hanno comprato macchine potenti ed il deserto, segnato da troppe tracce, è solo questione di chilometri. I cercatori dell’Occidente si rannicchiano nel microscopio. Cullano illusioni, sperano di trovare frammenti troppo piccoli per essere stati ancora scoperti. Vogliono censire. Sono ‘quantitativi’. L’uomo, ansioso di riferimenti, ha bisogno di archivi. Mentre il deserto è per chi vuole dimenticare.

Alla fine si alza una piccola duna, una coda di serpente, interrompe la monotonia del serir, si protende verso occidente. Ouarza l’aggira con delicatezza, quasi le chiede scusa, ruota il senso di marcia, cerca un ansa, un riparo, un luogo in faccia al sole che sorgerà. Qui, decide con un gesto che conosco: è un movimento della mano e della testa. Al mattino, frate trappista dell’Islam, Ouarza cammina sulla cresta. Le mani in tasca, il cappuccio di lana grezza sulla testa.

29 novembre Cordone di dune fra Jebel Archenu e Jebel Auweinat

Trentasette anni fa, di notte, una telefonata. Io dormo dalla parte di mio padre. Lui non c’è, è ricoverato in ospedale. Ha un’emorragia celebrale in corso. Quest’uomo può morire, ci era stato detto. Lo sapevamo tutti, ma dovevano dircelo. E’ Adele che chiama, quella notte. Mia cugina. E ci dice che l’uomo è morto. Io mi tiro su. E dico a mia madre che dorme accanto a me: ‘Andiamo’. Adesso migliaia di giorni dopo sono qui, in un luogo lontano, che, allora, nemmeno immaginavo che esistesse. Cordone di sabbia fra due isole di montagne. Rocce nere che la sabbia divide. Chi ha messo in questo punto una linea di sabbia?

Giornata che scivola via. Un pilastro nel serir. Attorno quarzi e le tracce dei cacciatori egiziani. Carne in scatola. Scatolette ossidate. Lucenti. Un corno del muflone. Montagne nerastre, profili azzurrognoli, giornata pigra. Non sappiamo cosa cercare. Nessuno dice che dopo molti giorni ci aspettavamo paesaggi come ricompensa. Invece, vivaddio, qui il deserto ha la sua normalità. Gli orizzonti stanno lì: jebel come isole di granito. Montagna della doppia porta, montagna del Nord, montagna di Archenu. Ce lo vedo il tebu che ha spiegato a chi ha dato il nome a questa montagna che così si chiamava una pianta che cresceva solitaria in mezzo a questo deserto.

Sono passati trentasette anni. Ci fermiamo nel cordone di dune che divide due gruppi di montagne. Rocce in equilibrio instabile, profili che addentano pezzi di cielo, lentezza, pigrizia, un giorno normale.

30 novembre Cordone di dune fra Jebel Archenu e Jebel Awaynat

Non muoviamo il campo questa notte. Rimaniamo nelle dune di seta. E andiamo per le giravolte del plutone di Jebel Awaynat. Sappiamo di non aver permesso per questo terre. Qui si incrociano, follia delle diplomazie nelle capitali dell’Europa, le frontiere di Egitto, Sudan e Libia. Angolo dei migranti. Che niente sanno di queste montagne, di preistorie e di epopee di bianchi arrivati fino a qua passo dopo passo. I passi di chi migra hanno altre disperazioni in testa. Altre illusioni. Le piste dei camion passano di lato alle montagne.

Hanno vissuto altre storie questi jebel. Ne hanno lasciato memorie. Le acacie piangono le loro resine ricordando questa storia. Le loro lacrime danno vita a sabbie, pietre, macigni di granito. E’ come se il dio di queste piante avesse voluto donare allegria a un terra in bianco e nero. Trasforma in argento lucido ogni granello toccato dall’acqua di una lacrima. Luccicano al sole come bottoni di argento. Hanno reso felici gli anni del vecchio. Lui, troppi anni addosso, non volle andarsene quando le comunità degli uomini stanchi di vedere morire le loro vacche di fatiche e di sete decisero che era arrivato il tempo per la grande migrazione di cui qualcuno, chi?, aveva parlato molto tempo fa. Bisognava scendere ad angolo rispetto al sole. Là dove la terra sembrava donare ancora acque e fertilità. Qui la stagione degli uomini appariva finita. Andarsene fu più semplice di quanto avessero pensato. Tutte le comunità della Montagna delle Sorgenti furono d’accordo: bisogna lasciare una terra che non promette più vita. Per la prima volta nella memoria dell’umanità si fece largo la sensazione che potesse esistere un futuro. Fu un giorno di fine estate che le mandrie si riunirono all’incrocio dei karkur. Era un oceano di vacche, un mare di grida, bastoni, muggiti, scarti di lato, volti serissimi, ragazzi che correvano con l’eccitazione addosso, vecchi che raccoglievano sabbia, giovani donne che impastavano l’ultima farina. Gli uomini scheggiavano ancora pietre. Aspettavano che tutti si ritrovassero in quel punto. Nessuno ricorda chi diede l’ordine. Andarono. Le prime vacche si misero in movimento spinte dalle migliaia di animali che fremevano alle loro spalle. Loro, guidate dall’istinto dell’acqua, si misero in movimento. E una nuvola di polvere si incamminò su piste mai battute dagli spiriti dell’uomo. Io, vecchio di anni, ero nel mio anfratto. Il mio riparo mi avrebbe protetto. I bambini mi avrebbero ricordato come in un sogno. Lasciavo che il mondo se ne andasse. Lo ritrassi, ocra rossa, sulla parete di quella che sempre era stata la mia abitazione. Spensi le braci, nessuno doveva accorgersi di me e guardai andare le mandrie. Vidi, come lampi quasi invisibili, le corna luccicare nel sole, il vento mi portava ancora le grida. Gardai con apprensione le corse di chi si attardava. Notai come molti uomini lanciavano un’ultima occhiata a queste montagne nere. Fu allora che le acacie cominciarono a piangere, a dipingere le rocce, a gridare la loro solitudine. Un piccolo uccello rimase incerto a lungo. Oscillava la sua testa bianca di piume. Sembrava spingermi ad andare, a non attardarmi. Non riuscivo a spiegargli che io sarei rimasto. Per aspettare il vento, per vedere la sabbia, per guardare il cambiamento immoto del mondo. Io volevo conoscere quello che sarebbe accaduto. Volevo poterlo raccontare. Volevo essere spettatore. Forse capì, forse accettò anche lui il suo destino, forse valutò che vi era cibo a sufficienza per la sua vita, forse contava sulla mia compagnia. Ma poi mi compresi la sua esitazione: vi era un nido poco distante e i piccoli già becchettavano le uova. Non saremmo stati soli. Avremmo imparato a vivere con niente nel niente. Ora potevamo aspettare. La nuvola era un’increspatura all’orizzonte.

Il poliziotto arriva come tutti i poliziotti. Apparizione improvvisa di una macchina. Noi sappiamo i nostri torti, lui sapeva che noi sapevamo. Avremmo giocato i nostri ruoli. Le parole, i saluti, i sorrisi, l’impercettibile cambio di espressione, i fogli, l’attesa di un errore, il gioco di una reazione, bisogna riconoscere i ruoli in questa terra, concedere dignità all’interlocutore, sapere del rispetto, ricordare dove siamo.

Il poliziotto ha un’immagine di Che Guevara stampigliata sul berretto mimetico.

1 dicembre Jebel el-Garda. Forse è la Montagna delle Zecche

Andiamo via. Via dalla perfezione. Merita un addio perfetto: belvedere con il sole che gentilmente si abbassa sull’orizzonte al Jebel Archenu. Gracias, muchacha. Per il tuo tempo.

Gli uomini hanno provato a profanare il tuo equilibrio. Hanno montato qua i loro campi armati. Hanno tracciato strade di entrata, spiazzi per alzare bandiere e sfilare, imitato i Tebu nelle loro capanne (con poveri risultati), si sono illusi, mettendo vedette, di poter dominare la natura con i loro motori francesi o russi. Niente da fare. Senza gloria. E nemmeno bastardi. Il tempo è passato e il deserto fa giustizia senza aspettare la storia. Se ne sono andati. Hanno lasciato rottami. Jeep, bombe, granate, molle di materassi, scarpe da donna e scarpe da duri. Perfino un autoblindo si è rifiutato di seguire ancora la loro follia: ha deciso di rimanere qui. Ha visto il gioco degli uomini con le armi degli antichi e ha pensato che anche lui, con pazienza, potrebbe diventare reliquia per la gente che verrà. Il piccolo carro armato non ha più ubbidito e si è arenato volutamente contro gli scogli di un wadi che ancor oggi non ha nome riconosciuto dalle carte. L’autoblindo si è ribellato perfino al motore Panard costruito da brillanti ingegneri francesi. Pensate un po’: un operaio in qualche fabbrica della provincia di Francia, un ingegnere che ha passato anni curvo sui libri, un diplomatico della scuola prestigiosa sulle sponde della Senna, un’intesa firmata da uomini di legge e politica, un accordo siglato con orgogliosa stretta di mano fra ministri. E poi è solo tecnica: un trasportatore, un aeroporto, un aereo dalla pancia colossale, un pilota, una decina di controllori di volo e uomini con la pancia, soddisfatti, sulla pista polverosa di un aeroporto ciadiano. Finisce a pacche sulle spalle e gran banchetti. L’autoblindo è consegnato a un ufficiale dalla divisa impeccabile, che lo passa a un sergente già più diffidente, ma vanitoso, che ci fa montare sopra due soldatini che non hanno capito perché sono lì. Un anno fa erano ancora a pascolare capre e pensavano che quella vita non faceva per loro. Ora, chiusi in una scatola di latta, hanno nostalgia del sole e delle pietre. Quanta vita dietro a un autoblindo che si è incastrato, senza violenza, nello scoglio di Jebel Archenu.

In questi anni l’autoblindo ha raccolto la vanità di chi passava di qui: vanità consapevole di Giancarlo, ad esempio. Che ha inciso il suo nome sul grigio sabbia della latta. E magari è lo stesso che poi lo ha trasformato in punto di riferimento per i viaggiatori futuri. Che a loro volta, spirale di graffiti, incideranno il loro nome su questa lamiera. Materiale per gli archeologi che verranno. Che niente sapranno della storia dei due soldatini pastori dalla pelle scura. Che, nel frattempo, sono morti da tempo. No, uno di loro è solo scomparso. Sta al sole. Aspetta il tramonto per pregare. Ha cancellato i ricordi e spera che i nipoti…

Più saggio e dolente il cammello. E’ stato abbandonato. La gente della carovana lascia dietro a sé gli animali che non ce la fanno. Non li uccide. Non li mangia. Vengono offerti al deserto. Rallenterebbero troppo il cammino della carovana. Già troppi chilometri e soli alle spalle. C’è fretta, se la parola ha un senso a queste latitudini, di arrivare a Cufra. Il cammello adesso è solo. Ha sete. Ha fame. Sa che il suo tempo è finito. Ha visto la roccia, ha visto la montagna. Un ultimo sforzo, fratello. Là, oltre la duna che ora si riflette al sole. Roccia nera. No, non ci sarà acqua. Ma ombra, sì. La gioia di morire all’ombra. Ricordando. Andiamo. E lui è andato. Dopo molto tempo, il suo cammino è rimasto nella memoria del deserto. Che ama tracciare ricordi e nostalgie. Vedi il passo del cammello. Un ultimo orgoglio. Non mostrava fatica, aveva cancellato la malattia. Per il sapore dell’ombra. Un masso più grande dell’altro. Una grande masso tondo. Luogo perfetto per accucciarsi. Piega ad angolo acuto le gambe davanti. Abbassa le zampe posteriori. Con un gesto di dignità. Reclina la testa. Riposo. Qui. Ora. Soave può essere finire la vita là dove il vulcano ha lasciato una traccia di sé. Il vulcano non può fare niente. Non può aiutarti. Non può trovare acqua che non ha. Le sue pietre di lava non servono ai cammelli. Ma il vulcano consola. Accompagna. Ti rende onore. Soave può essere finire la vita in questo deserto.

E io passo davanti a te, ho un inchino. Raccolgo una tua vertebra. La sfioro con le dita. Avrà un posto di altrettanto onore.

2 dicembre Cufra

Cammino del ritorno. Risaliamo i paralleli. Tropico del Capricorno. Sabbie, dune molli come un biscotto nel latte, serir veloce, aculei di roccia, gare sedimentarie dalla pelle rossa. Uomini che hanno lasciato le loro tracce sulle rocce. Segni che oggi ci appaiono affrettati e fantastici. Cinque vacche e un giraffa che guardano, da millenni, le albe del Sahara. Una fuga di giraffe che sembra sorpassare il passo caracollante di un elefante. L’unico elefante del versante orientale di questo deserto, così ci dicono gli esperti.

Ma gli uomini contemporanei, figli dei figli di chi incise la roccia, si accorgono di questi graffiti? Meglio: contano qualcosa nella geografia di una disperazione che non sa nemmeno di essere tale. Il destino è segnato dalla nascita se nella tua testa prende forma una parola a volte incomprensibile. Cosa è il futuro in un villaggio del Sudan o dell’Etiopia se non vuoi seguire le tracce immote di tuo padre? Sai cos’è la fame e sai cosa sono le armi. Forse nella tua testa si muove un paesaggio che non ha più la fame nel suo orizzonte. E allora ti muovi, l’unica cosa da fare è muoversi. E nell’andare, camion carichi di sacchi e uomini, merci e pelle umana hanno trovato riparo nello stesso luogo dove si erano accampati i pastori di quel neolitico che non ci sta nella tua testa. I solchi graffiti nella pietra sono immobili e invisibili. Solo gli occhi di uomini che hanno letto sugli schermi dei computer dei folli riescono ad emozionarsi per dei segni di pietra. Tu, no. Questo posto è protetto dai venti di sabbia. Questo posto è a poca distanza dalla pista dei grandi camion, ma nascosto alle distrazioni ben pagate degli eserciti delle frontiere. In questo posto si lasciano sempre due taniche di acqua oleosa e lurida, ma che, a volte, salva la vita. Faccio un censimento: oltre le due taniche, sistemate al riparo di una roccia, c’è una valigia Goldstar con combinazione, pezzi di plastica azzurra, cinghie per legare i sacchi, il coperchio di una pentola, segni sulla sabbia (gli uomini hanno avuto la calma per giocare a dama con pietre bianche e nere), un bastone che è servito per girare la polenta, ‘Assida’, dice Belufi e fa il gesto di un cuoco chino sulla pentola. Poi hanno dormito, quasi sotto l’affresco delle giraffe in fuga, hanno sistemato una linea di pietre e si sono stesi per terra. Al mattino non hanno resistito e hanno scritto con il gesso la memoria del loro passaggio. Di qui, nemmeno venti giorni prima di noi, sono passati Yunes Abdallah e Alì Yusuf Ahemed. Segno e testimonianza. Forse ripasseranno. Forse sono gli autisti. Forse i trafficanti. Oppure sono gli uomini che sperano in un futuro e, se Dio o Allah lo vogliano, qui non torneranno mai più. Ma l’acqua servirà ancora per chi verrà dopo di loro.

3 dicembre Sulla pista di Rebiana

Ma ci sono mille protagonisti nella città degli uomini che prevalgono sulle sabbie. Le batterie di questo computer non mi daranno il tempo. Ma provo a ricordare il guardiano della scuola. Un uomo del Ciad. Alto, denti ingialliti, con i suoi anni. Che vuol dire trenta o poco più. E’ da undici anni a Cufra. Ha sentito parlare dell’Italia. Gli hanno detto che là c’è lavoro e denaro. ‘Roma è la capitale?’. Sta bene qui. Si accontenta. Vive nella scuola. Una stanza, una branda, un tappeto. E al mattino aspetta che arrivino i professori: guida il parcheggio delle loro macchine. Se ne va, deve sbrigare una commissione.

Saliamo sulla collina. El Tag. Luogo famoso. Era il primo approdo di chi, un secolo fa, pensava di fare l’esploratore. I bianchi venivano dal Nord. Finalmente Cufra era ai loro piedi, una valle verdeggiante dopo settimane e settimane di ocra, nero, azzurro e giallo. Ora, al Tag, entriamo nel santuario del Mahadi, leggenda del deserto. Morì in Ciad e il suo corpo venne riportato a Cufra: una carovana e una portantina di legno. E’ ancora lì. I vecchi vengono da Bengasi per pregare, prima di morire, sulla tomba del Mahadi. Entra il vecchio con il copricapo color porpora della gente della Cirenaica. Si appoggia incerto a un bastone, è commosso, sfiora la grata della tomba. Salute a te, vecchio. Che Allah sia con te.

Allah è sicuramente con noi nel gesto di Abdoulrahman Mohamed: raccoglie dalla palma datteri che hanno il sapore della sabbia, li offre con le mani e un sorriso. Ha settanta anni. Anche lui è arrivato da Bengasi per pregare sulla tomba del Mahadi. E’ nato in Ciad, Abdoulrahman. Si siede sui gradini del santuario, prende in mano il mio quaderno, mi chiede la penna stilografica: scrive con lentezza ed eleganza. Adesso sono io a commuovermi. Non voglio andar via di qui. Voglio passare la notte con te. A vegliare la tomba dell’uomo santo. Vorrei non dimenticarmi i tuoi occhi, Abdoulrahman. Vorrei pregare con te. Mi lasci, segno della modernità, i tuoi numeri di telefono. Mi serviranno?

E invece andiamo via. Partono, con rassegnazione, i neri: sono già sul camion dei militari. Ricondotti nel loro deserto. In Sudan, in Ciad. Che vadano a marcire altrove. E’ come l’andirivieni del mare: altri stanno arrivando, una macchina con una montagna di sacchi e merci dalla quale i neri scendono con fatica, cercano di piegare le gambe, di camminare, senti i loro denti scricchiolare, le ginocchia non reggono, la circolazione non vuole ricominciare a marciare, il sangue si è fermato nelle giunture. Ore e ore rannicchiati nella macchina. Gli uomini non sono contorsionisti. Ma sono arrivati. Si guardano intorno. Valeva la pena tanta fatica per arrivare a Kufra? Ora bisogna cercare un materasso. Un tetto. Un cesso. Acqua e pane. Primo giorno.

I ragazzi del bar dell’egiziano cercano di chiedermi qualcosa. Io non capisco.

4 dicembre Rebiana-Buzemah

Il grido del muezzin. L’uomo con il pastrano nero cerca l’eco nel muro bianco di calce. Conosce l’angolo di rifrazione del suono. Urla, modula il grido, rallenta la voce, cerca un tono, un tempo, studia il timbro. Porta le mani alle bocca. Perfino la sua tunica di lana vibra. La illah illah la…Mohammed rajul Allah. La voce si allunga per le palme, la voce corre. Gli uomini sanno dell’ora. Dalle case vicine si alzano e camminano nella sabbia. Passo svelto, tuniche che svolazzano. Arrivano i pick-up dai quartiere più lontani. L’oasi di Rebiana è dispersa fra antiche palme. Chiuso l’ospedale, la centrale elettrica tiene i fili come un’ultima disperata speranza, nessuno coltiva più le palme, aperto il piccolo negozio del vecchio tebu dagli occhiali scuri, un tipo dall’aria da duro non risponde al canto del muezzin, il poliziotto è impigrito. I bambini si arrampicano sulle mura della moschea. Giocano. Tempo dell’attesa. Ore di un’infanzia che non costringe più fra le gonne delle donne, ma non consente ancora il rito della preghiera. Il muezzin rurale invoca ancora il tempo della preghiera. Si rivolge la muro, ruota la testa, le braccia sono a gomito all’altezza delle spalle. Da quanti anni non sentivo la tua voce? Vorrei rimanere qui. Anche qui. Dovunque vorrei rimanere. Vorrei entrare nella moschea con questi uomini laceri e sabbiosi, vorrei togliere sandali e ciabatte davanti alla porta. Il muezzin di Rebiana, contadino fra contrabbandieri, uomo del deserto, è soddisfatto: gli uomini sono venuti alla preghiera del giorno sacro. Fa oscillare le braccia, i suoi piedi sono nudi, entra nella moschea. Si apre un varco nelle file. Si volge verso l’Oriente. Tutto può cominciare. Io guardo il mondo andare. Guardo le scarpe fuori della moschea. Rimango lontano. Già pentito di questa lontananza. Andiamo via. I turisti vanno sempre via. Verso Nord.

Perché avete lasciato il villaggio? Solo gli occidentali hanno a cuore la bellezza? Falso. Ma allora perché, gente di Buzemah, avete lasciato il villaggio. Questo villaggio. Sorto sulle sponde di un lago a mezzaluna. Cresciuto ai confini della bellezza. Le pietre hanno resistito all’abbandono. Le case sono state costruite da contadini sapienti. I tetti sorretti da tronchi di palme, gli ovili rotondi sono solidi. In ogni corte un pozzo. Grandi case, porte con arco orientale, pietre portanti, dedalo di stanze, ancora un armadio volante in quella che era la camera da letto. Su alcune pareti resiste l’intonaco. Davvero è stata sufficiente la decisione di un governo a costringervi ad andar via da qui? Un dispensario, una scuola, dei maestri per imparare a leggere e scrivere sono ragioni sufficienti per andare a sopravvivere in una periferia densa di rifiuti (a Buzemah non si vede una plastica in nessun anfratto) e priva della solidarietà antica vostro mondo? Sì, a quanto pare. Non si poteva fare altrimenti. Nessun giudizio. Ma avrei voluto sapere dei vostri pensieri. Qualcuno sarà salito per un ultimo addio sul pianoro da dove si ammira tutta la semplice geografia del villaggio, si sovrasta la mezzaluna delle acque, il semicerchio delle palme. Ci salivate sempre al tramonto e sentivate i belati delle capre. E ora? Ho detto nessun giudizio. So che siete diffidenti. Che non vi mostrate anche se il bambino piccolo insiste nel tentare di venirci incontro. Ma il vecchio ha davvero una sapienza cocciuta. Se ne sta nascosto là dove i nostri passi non andranno mai. Ci sorveglia. Ha timori. No, lui non se ne è voluto andare, sa che i ragazzi più giovani alla fine non resisteranno alla solitudine. Ma il vecchio non riesce a stancarsi della bellezza. Sfiora la spalla del bambino più piccolo mentre noi, come sempre, ce ne andiamo.

5 dicembre A occidente di Tazerbo, dune di Rebiana, pista per Waw an-Namus

E ora? Verso occidente ci sono oltre 500 chilometri di ‘nulla’. Il che vuol dire: sabbia per quasi duecento chilometri e poi serir prima di arrivare la vulcano nero. Un paio di pozzi, che io sappia. E un aereo che si smarrì nelle storie senza ritorno di qualche guerra. Quindi: non ci sono storie da raccontare, ma solo ‘il nulla’, che poi è popolato dalla bellezza. Non è nemmeno così vero: oggi abbiamo incrociato i pozzi di captazione dell’acqua fossile. Qui, fra i deserti di Tazerbo, fu perforato il primo pozzo che se ne andò a cercare bacini di acqua formatisi prima della storia. Gheddafi voleva essere Faraone e così battè il suo bastone sulla sabbia e coreani, italiani e tedeschi gli dettero una mano a trasformarsi in Mosè. Ci sono le loro targhette altezzose fissate con chiodi a espansione sugli angoli metallici della struttura. Acqua che disseta la Libia. Tubi che si alzano, come monumenti alla contemporaneità, in mezzo al nulla. Cosa ne pensi, vecchio targhi? Niente, credo. Ci porta a vederlo e lo guarda anche lui. Il deserto aiuta al fatalismo. Più avanti c’è Tazerbo: all’oasi oggi arriva l’asfalto. Appare all’improvviso. Ai margini delle palme. Una striscia nera. Bitume disteso da poco. Bella impresa. Tazerbo è troppo ricca. Case di contrabbandieri, speculatori di povertà, le case dimostrano abilità da gangster. Sembrano ville di mare. Un ragazzo mi passa davanti in bicicletta due volte. Vuole farsi fotografare. Chiedo. ‘Di Lagos’, risponde. ‘Da Lagos a questo sbonno di posto di Tazerbo?’. ‘Yes’ e se la ride. Ha le mani di morchia del meccanico. Magari a lui va bene. Forse nemmeno a Lagos si vede il mare.

Poi davvero è solo deserto dalle dune chiare, per un po’ la vegetazione cerca di resistere, ginestre delle sabbie, qualche mimosa, perfino acacie che si camuffano da fitodune. Roba da esperti. Le macchine rullano, imboccano il gassi giusto, sfiorano i margini di uno splendido corridoio, dune perfette, bellissime, di velluto bianco, ombre che si allungano, corriamo verso il tramonto. Con musica di sottofondo. Perfetto, no? Alla fine c’è davvero il sole che scompare sui giusti e sugli ingiusti, sulle vittime e sui carnefici. Ma piace pensare che si siamo solo noi in questo deserto di Rebiana. E una notte in cui cadono le stelle, complice la luna che ogni notte ritarda il suo arrivo. Mohammed prega con convinzione. Ma io preferisco Nuri che lo fa con distrazione e, forse, con fede più grande. Ma non si giudica la preghiera. Prego anch’io, voltando la schiena al tramonto perfetto, un dosso della duna mi nasconde agli occhi. Poi mi stendo e sento la voce degli uomini che fanno in tempo a rivolgersi le ultime parole.

6 dicembre Bir Maruf, lungo la pista per Waw an-Namus

Il paesaggio del trasferimento. Da est ad ovest, dall’oriente libico al suo occidente, dai Grandi Mari di Sabbia all’orgoglio degli erg di Murzuq e Ubari. Il Grande contro il Perfetto. Non c’è niente per quasi cinquecento chilometri. Non fatemi torto, come niente? Sento fremere l’anima di Monod. Lui saprebbe farci vedere ogni angolo vitale di questi ‘niente’. Però i nostri occhi, merito della scaltrezza astuta di Ouarza, ci conducono ad atelier del neolitico. Buffe parole: come ti immagini gli uomini del neolitico (e le donne?) che passano i loro giorni a scheggiare pietre su pietre. Ci sarà da qualche parte l’irregolare che si stanca di fare punte e raschiatoi e si immagina un’altra geometria. Si vedono le loro tracce sui confini della sabbia, affiorano antichi accampamenti, si vedono, assicurano, perfino i sassi-seggio dove si sono accoccolati.

Ma il corridoio delle dune non lascia tempo. C’è sempre da andare avanti. Nella polvere di una terra molle, in una ghiaia di sassi immota dai tempi nei quali i piedi di Ardito Desio calcarono questa latitudine, in lastricati bianchi che anche lui vide e annotò in qualche quaderno. Questo è un trasferimento che trova i suoi segnavia, al solito, nel passaggio degli uomini. Noi dobbiamo riempire il vuoto. Ne abbiamo timore e paura. Lo ammiriamo, vorremmo esserne capaci, ma poi quando ci siamo nel mezzo andiamo perfino a cercare le trivelle di un pozzo petrolifero che si era illuso di scavare questo vuoto. Hanno lasciato dietro a sé rovine: carcasse di Land Rover, tubi di plastica, copertoni Michelin Sahara, lattine splendide di Grapefuit Paperino. Bidoni dai quali ancora fuoriescono sostante pietrificate come liquidi marmorizzati. E trivelle. Trivelle da cinquanta e passa chili. Patinate dal deserto. Dalla sabbia e dal vento. Stanno lì. Hanno smesso di graffiare la terra. Aspettano, anche loro aspettano. Il cambiamento. Che ha la testa, gli occhi e le mani di Nuri, di Mohammed, di Ourza: in tre sollevano quell’acciaio ‘di ottima qualità’ e lo caricano in macchina. Può funzionare ancora quella trivella che gli uomini del petrolio hanno lasciato come souvenir della contemporaneità in mezzo al Sahara.

E il pilota dell’aereo di altri anni che ha deciso che preferiva la sabbia alle nuvole? Quando è accaduto? Senza storia, senza nessuno che abbia avuto voce per raccontarne fino ai nostri occhi così sorpresi questa mattina. So che questa ragnatela di tubi, fusoliere, eliche, motori, alluminio e ferri volanti era già qui 78 anni fa. Quando sei caduto, aereo? Quando sono state troppo stanche le tue ali? Perché anche il Grande Viaggiatore passato di qua non dedica che la sua distrazione alla tua storia? Eppure, da qualche parte, ci deve essere un pilota. C’erano due pozzi qui. Sarà stata di melma, l’acqua di Bir Maaruf, ma era pur sempre acqua. Ti avrebbe garantito mesi e mesi di sopravvivenza. E questa era pista di tuareg ribelli, mistici senussi, guerrieri dell’islam rurale: da qui qualcuno sarà pur passato. Ci hanno perfino appeso una targhetta sul tuo scheletro. Ma io voglio sapere del tuo pilota.

Forse la tamerici che ancora resistono, creando geografie di montagne qua attorno, sapranno dirne. Già, Bir Maaruf è l’unico posto del centro desertico della Libia dove antiche tamerici si ostinano ad aspettare il ritorno dei monsoni. Facciamo campo qui

7 dicembre Waw an-Namus, il vulcano delle Zanzare

Niente da fare, inchino e onore al vulcano che ha voluto fortemente essere vulcano. Non ti accorgi di lui. Sta lì. Non si alza con un cono, si confonde con l’orizzonte. Non attira i geologi, nemmeno gli antropologi, eppure qui vi è acqua dolce, crocevia di rotte carovaniere riservate solo ai più coraggiosi o ai più disperati. Ci hanno provato i Senussi mossi dalla fede a fare rifugio lungo una rotta che non conosceva tempo: fra Waw Kebir e Kufra, luoghi di preghiera e ribellione. In quegli anni non si pensava, si andava. Non vi era una riflessione: si sapeva che un giorno si sarebbe dovuto andare da occidente verso oriente. A metà strada la sabbia cominciava ad essere nera. Mancavano ancora qualche migliaio di passi e poi la terra si sarebbe affossata su sé stessa per poi rialzarsi a cono. E poi ancora un precipizio come l’imbuto delle mani. Solo per i vostri occhi, gente del deserto senza pensieri. Solo per i vostri occhi. Qui c’erano animali volanti, sciacalli, perfino ammotraghi. Che importa delle zanzare. Acqua dolce come il miele. Si poteva vivere nel centro del deserto. Grazie ad Allah. Non avevano bisogno di spiegazioni: quel vulcano era lì perché Dio aveva indicato una rotta. Bastava avere la pazienza di percorrerla.

A noi oggi rimane lo stupore. Le macchine rotolano sulla sabbia nera. Gli occhi cercano senza trovare. Non c’è orizzonte. Si corre. Solo all’ultimo momento, Ouarza sterza con il gusto del gesto innocente e spaccone. Ouarza si gusta la reazione degli occidentali. Ma anche lui non riesce a nascondere, lui che qui è stato mille volte, la gioia pura di una bellezza solitaria. Grande vulcano. Inchino e onore.

A sera accade il paradosso dell’occidentale. Ouarza mi chiama accanto al fuoco. ‘Racconta. Chi c’era prima dei francesi in Mali?’. Cosa fai? Provi. Racconti dei regni africani di Timbuctù e Djenné. Racconti, a naso e a caso, dell’epica degli imperi di un medioevo che hai letto solo sui libri. Poi devi anche spiegare chi sono i tuareg. A cinque tuareg radunati attorno al fuoco. Nuri alla fine si tira su dal suo materasso e viene anche lui. La storia si fa interessante. Metti la mano sulla spalla di Mohammed e osi: ‘Tuareg è nome che vi è stato dato dagli arabi. Sta per ‘senza Dio’. Voi non eravate musulmani. E ancor oggi gli integralisti vi considerano fuori dall’Islam’. Mohammed ci pensa su. Si passa la mano sul viso. Traduce. Se ne sta serio. Ma la discussione di accende come un lapillo sulla brace. Penso al nonno di Mohammed. Dunque: nonno arabo, di Shaati, mamma nigerina e targhi, il padre Alì, cos’è? Parla Tamasceq perché è la madre che si occupa di lui. Alì sposa una beduina algerina. Un’araba nomade. Che conosce il Tamasceq. Per questo Mohamed parla la lingua dei tuareg. Mohamed ora sposerà un’araba. Che lingua parlerà suo figlio? Che, in ogni caso, lui non vuole che viva a Ghat. ‘Forse farà il pilota d’aereo’, sogna. Strano anche il giovane Mohammed di Djanet voleva fare il pilota di aereo. Anche se ha già ben più di venti anni. Ma il piccolo, erede di una genealogia incrociata, potrà davvero volare? Ins’allah.

8 dicembre Tamerici di Waw Kebir

Si vedono le luci, tre lampioni fiochi, dell’aeroporto di Waw Kebir. Qui bisogna parlare di storia perché la giornata è stata l’addio al vulcano e poi un girotondo incerto e indeciso. A volte, nei viaggi in deserto, c’è da perder e prendere tempo. E poi il serir qua attorno è monotonia. Bisogna divagare. Ecco, il fiume che conduce verso Waw Kebir, il Luogo Grande. Acqua, pozzi, palme. Un altro crocevia. Anche per la gente del deserto, la differenza fa il paesaggio. Qui c’è l’acqua, basta seguire la rotta indicata da tamerici rade e coraggiose. Se gli vai dietro, arrivi a dove basta scavare perché l’acqua affiori. Ci siamo. Per quel che ne so io (che non ho mai visto il villaggio) questa era terra di appuntamenti e come in ogni posto in cui alla fine ci si ritrova, qualcuno decise di venirci a vivere. Tirò su capanne di frasche, faceva una dieta di latte e datteri, costruì mura di sabbia, poi vennero i guerrieri e fecero finta di sognare un castello. Infine fu il tempo dei mistici: confraternita Senussi, zawya, luogo di fede. Il deserto non è spirito, ma messo nella lingua di chi ha il dono della parola e nella testa di chi ha il privilegio del pensiero, aiuta a riflettere in grande. I pensieri scappano e finiscono lontano. Forse fino a Dio. Acqua e Dio, Waw divenne davvero Kebir. Metà strada fra l’unica città mai costruita da nomadi (Ghat) e l’oasi del confine diventata capitale del regno religioso dei folli senussi (Kufra). Qui si ritirò, vittorioso e bellissimo nel suo orgoglio, Kaossen, il targhi nero, il figlio del Tenerè, che sfidò i cannoni degli italiani e la forza dei francesi. Razziò Sebha e mise sotto assedio Agadez. Poi non ne so più niente. Non so cosa accadde. Il villaggio sta dentro una zona militare. Non sono mai riuscito a vederlo. Ma ho dormito nel container-hotel che gli ufficiali libici si regalarono per riposarsi delle sconfitte che prendevano in Tibesti. Ci fecero anche una piscina. Quando ci sono passato, un ufficiale scalzo e in tuta che se ne stava mollemente e felicemente sdraiato davanti a un televisore, ordinò ai neri di andare a raccogliere cocomeri per noi. Il cuoco di Accra cucinò pasta e ne approfittò per rendere nuova la sua nostalgia.

9 dicembre Palme di Tmissah

Uno scambio. I due militari di Waw Kebir sono in licenza, ma non sanno come raggiungere il paese. Nessun camion, nessuno va verso l’asfalto in questi giorni. In deserto, ti dicono: ‘Puoi andare, questo è il tuo permesso’. Ma dove vai? Capitiamo noi, turisti fuori stagione. Abbiamo anche noi un desiderio: visitare davvero l’antica oasi di Waw Kebir. Non ci siamo mai stati. Sappiamo che esiste, ma dov’è? Una volta tanto siamo impreparati: non abbiamo carte, non abbiamo punti Gps, nemmeno Mohammed ci è mai stato. Zona militare.

Questa volta ci andiamo. Sta a Sud. Pista deragliata. Oltre il distributore di benzina dell’esercito, oltre il cimitero dei rottami in cui venire in cerca di pezzi di ricambio per Toyota scassate. Andiamo. Il deserto si infratta fra alcune gare, perde livello, rivela una conca. L’oasi come pensi che sia un’oasi. Ora capisco la fede dei Senussi, il sorriso del più duro dei targhi, il sospiro di sollievo di chi arrivava fino a qui e trovava una meraviglia. Palme altissime, acqua dolce (l’acqua esce senza il bisogno di una pompa), ombra. C’era un forte a sorvegliare l’oasi. Ci sono stati i turchi, i ribelli tuareg, i Senussi, gli italiani, i francesi, i libici della follia in Ciad. Oggi l’oasi è disabitata. Solo cumulo di macerie, di rottami, di capanne abbandonate, di tempo trascorso. Due operai egiziani stanno aspettando di riempire una cisterna. Stanno lì, seduti attorni a un fuoco, abbrustoliscono pane della loro terra, lo accartocciano su un ramo di un’acacia. Già, palme ed acacie, qui, fanno a gara in altezza. Strani passi: si cammina fra cumuli di latte ossidate e arrugginite, fra rifiuti metallici, letti sventrati, marciume e bellezza. La solita, immensa bellezza del deserto.

Il soldatino che deve andare in licenza è magro come un chiodo. Basso. Infreddolito. Occhiali scuri, due peli ritti sotto il labbro inferiore, un berretto di lana in testa. Maneggia conn destrezza un cellulare ultima tecnologia. Non occupa nemmeno spazio in macchina. Sta in silenzio: diresti che è un rapper di New York oppure il figlio di un Tebu. Cosa desideri, ragazzo? Orizzonte che si ferma al cus-cus con carne a Tmissah, nell’attesa di un taxi per Sebha. L’Africa, il continente immobile, non fa altro che muoversi. Vuoi andare a Sebha alle dieci di sera di un giorno qualsiasi. No problem, piccolo militare nero: eccoti accontentato. Una stretta di mano molle: Salam, salam….a mai più rivederci. E sarà un peccato. Dicono che il primo italiano che passò di qui fosse un sottoufficiale italiano: Petrignani. Prigioniero di Kaossen, capo della ribellione tuareg. Avrà incontrato anche lui il soldatino piccolo e magro?

10 dicembre Sebha Volo per Tripoli

Come sempre accade i giorni sono passati. Le ore accelerano. Corrono. Appaiono strane. Vano ogni tentativo di rallentare. Strada del ritorno. Il tempo ha preso la sua china, una pallina che rotola su un piano inclinato. Via dalle palme, piccole chiazze d’acqua nella grande sebka, poi Tmissah. Ancora una vecchia città abbandonata. Città di sale rosso. Stipiti di palma. Si sta liquefacendo. Su sé stessa. Si è consumata. Le case si ostinano a rimanere in piedi. Le due moschee, la torre. I muri sono graffiti di storie. Sono diventati affreschi. Mi piacerebbe sedermi qui e rimanerci un po’. Ma c’è l’asfalto, le ruote sono gonfie e hanno già dimenticato la sabbia. Andiamo. Solo chilometri.

Qualcosa da ricordare.

Il basilico di Qatrun è commovente. Cresce in un solco davanti a un vecchia casa turca. Di fronte all’antico castello. Casa povera. Un muro protegge l’ingresso, dietro altre porte, ciabatte e scarpe sul pavimento. Si intravede un letto, una rete, una coperta pesante. Un tubo di gomma si allunga fuori dalla porta. Sta lì a un passo dal basilico. Ogni giorno, in una città del Sahara, una donna annaffia una pianta di basilico.

Mobilità sociale. Non può essere studiata. Né trasformata in percentuali. A queste latitudini, in questi paesi, bisogna avere tattiche di sopravvivenza. L’egiziano (gli egiziani sono poco amati in Libia) sa fare il barbiere. Ma poi gli chiudono la bottega. E lui diventa un muratore.

Non credo che Ahmed sappia delle sue contraddizioni. Vuole un figlio. Sta al mondo da troppi anni e non è ancora sposato. Ahmed, figlio di nomadi, è stato capace di comprarsi (nell’ordine) una macchina da 20mila euro e una casa da 40mila euro. Ma sua moglie non potrà lavorare, né andare al ristorante da sola. Crede che Dio ha voluto i poveri e i ricchi. Suo figlio, però, dovrà andare in Europa: ‘Per avere la testa aperta’.

Guardo i ragazzini con sulla schiena uno zaino colorato (rosa brillante, celeste intenso) camminare fra i sentieri di una sebka. Fanno chilometri. Fra la scuola dai muri verdi e le case protette dai muri. Camminano ogni giorno. Occhi a guardarsi i piedi. Zaino che tira sulle spalle.

A Sebha, capitale del Sud della Libia, c’è un unico chirurgo pediatrico. Ha studiato a Bologna. Per otto anni. Gli chiedo della situazione. Risponde alzando gli occhi.

A Tripoli, la chiesa cattolica raccoglie denaro per un neonato prematuro. Ha bisogno di una incubatrice. Il suo ‘affitto’ costa 70 dinari al giorno. Poco meno di trenta euro. Una somma immensa per una famiglia nigeriana. In Libia le cure ospedaliere sono gratuite. Solo per i libici. Per i neri, per la gente di altri paesi, in nome dell’unità degli africani, non se ne parla nemmeno.

Non so perché: i sarti di Sebha sono tutti del Bangladesh. Quanto è lontano è il loro paese? Meglio sarti che manovali. Stanno per ore chini sulle macchine da cucire. Li vedi dietro ogni negozio dove si cuciono chilometri di stoffe.

Mobilità sociale. Nella fotocopisteria di Sebha lavora un algerino di Orano. Dal Mediterraneo più lontano fino in Sahara. Faceva questo lavoro nella sua città. Poi il negozio chiuse e qualcuno gli offrì di venire a Tripoli. Là, un’altra voce: c’è bisogno di uno come te a Sebha. Dov’è Sebha? Lontano dal mare. Arriva fino a qui. Nomadismo contemporaneo. Il progetto è l’oggi. L’uomo di Orano chiede dell’Italia: ‘Dice che ci sono soldi là da voi. Che c’è lavoro’. Cerco di spiegargli che non è così. A Tripoli, un ragazzo algerino lavora come cameriere in una fetida rosticceria. Due libici si siedono e chiedono cosa c’è da mangiare. In arabo-libico. Anzi: in libico-italiano: ‘Mangiaria….’. Il ragazzo non capisce. Loro si portano le mani alla bocca e dicono: ‘Benvenuto in Libia’. Il ragazzo mastica uno stecchino. Davvero non c’era un posto di lavoro altrettanto sfigato come questo ad Algeri? C’è una mobilità totale in questi paesi. Un cugino ti ha chiamato a Tripoli e tu ci sei andato? Tanto vale così. Quanto guadagni? 200 dinari al mese? 160 euro…quanti soldi mandi a chi è rimasto in una periferia oscena di Algeri?

Tutto questo è accaduto senza che me ne rendessi conto. Di quanto cose non mi ricordo già più.

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