Lingua

Andiamo in Bosnia-Erzegovina per scrivere un libro. Quanto scriveremo non verrà tradotto in serbo-croato. Perché questa lingua, mi dicono, non esiste più. A Livno, il vecchio professor Stipe ha insegnato per oltre trent’anni il serbo-croato. Lo stesso ha fatto, a Mostar, il professor Vaso. Stipe, se dobbiamo definirci, è croato. Vaso è serbo. Hanno insegnato, nella loro lunga vita, la stessa lingua. ‘Non vi è alcuna differenza’, mi spiegano entrambi. Vecchie signore si fermano a salutare con deferenza gli anziani professori di una lingua che non c’è più. Ci sono tre lingue ‘ufficiali’ al suo posto: il croato, il serbo e il bosniaco. Qualcuno sostiene che siano già quattro: all’università di Podgorica spiegano che il montenegrino è una lingua. Mi piace lo scrittore Miljenko Ergovic: si considera ‘fortunato’, è diventato uno scrittore multilingue.

Sono tutte uguali queste lingue. Vero è che i serbi utilizzano l’alfabeto cirillico (chi ha trent’anni oggi ha fatto in tempo a studiarlo nelle classi elementari della Jugoslavia). Il bosniaco, poi, chissà che cos’è. Alle frontiere, i doganieri ti salutano alla stessa maniera. Eppure, se entri in un bar devi stare attento a dove ti trovi prima di chiedere un caffè: kafa, se sei a Mostar Est. Kahva  se entri nel club degli ultras croati a Mostar Ovest. Devi conoscere le differenze in questa terra. Ci saranno trenta parole di differenze fra questi dialetti. In Dalmazia, allora, parlano un’altra lingua. I linguisti delle diverse fazioni lavorano sulle differenze: devono essere approfondite, accentuate, incise con un coltello più pericoloso di un rasoio. Il serbo-croato (il croato? Il bosniaco? Il serbo?) è una lingua slava. Eppure, Amina, famiglia musulmana, irriconoscibile come tale (è alta, bionda, niente velo, camicette attillate, a volte minigonna), è costretta a stare attenta a come parla in classe: il suo liceo è nella parte croata di Mostar. Raccontano che in un parco della città, un banda di buontemponi grandi e grossi chiese a dei ragazzini che lingua parlassero: mai fare l’errore di dire che si parla bosniaco. I ragazzini non sanno che qui si parlava (e si parla ancora) il serbo-croato. Non l’avrebbero scampata nemmeno se avessero detto di parlare questa lingua scomparsa negli anni ’90 del secolo scorso. Sono stati malmenati. Non giocheranno più nei giardini, lindi e ben curati, dell’elegante Mostar Ovest. Quartiere dove, a dar retta ai buontemponi, si parla solo il ‘croato’.

Le cooperazioni sono tremolanti: piuttosto che dire che una lingua c’è, preferiscono non utilizzarla. Si scrive un libro di storie erzegovinesi, ma non può essere scritto in una lingua che non sai più come definire. Ha perso perfino il nome. La nostra interprete si difende malamente: ‘Parliamo una lingua locale’. Lei è musulmana, ma, stando attenta a come parlava, ha frequentato un liceo croato. Sua madre le ha insegnato che nei luoghi pubblici di Mostar Ovest si parla una lingua, a casa, un’altra.

Segni di identità. Tempo di matrimoni in Erzegovina. Sventolano bandiere sulla prima macchina del corteo nuziale. Clacson, suv tirati a lucido, strascichi, pance strizzate in abiti sottomisura. E la bandiera croata o serba a sventolare come se si andasse a un derby di calcio. I bosniaci ne hanno due: bianca con il giglio blu, se sono ‘duri e puri’, è la bandiera dei tempi di guerra. Solo gialla e blu, se sono ‘bosniaci democratici’. In Erzegovina, si fa fatica a trovare le parole per ‘definire’.

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