Cordoba

Colonne della Memoria al Buen Pastor
Piazza Italia, Cordoba

Ciità sgarrupata. Seconda città dell’Argentina. Quasi due milioni di abitanti. Giorno di festa. Domani è il 12 di ottobre. Si festeggia la ‘scoperta delle Americhe’. Il governo ha anticipato di un giorno per evitare un ‘ponte’ troppo lungo. Chiedo del significato di questa festa ai ragazzi con gli skate seduti sui gradini di un monumento: ‘E’ l’arrivo della primavera’. ‘Festa è festa’, mi risponde un uomo di sessanta anni. Qualcuno mi dice anche che vi sono comunità indigene che protestano. Certamente non qui. Non per le strade di Cordoba. Festa è festa. Per gli indigeni questo fu il giorno della ‘conquista’ europea, l’inizio della loro scomparsa. Ma Cordoba, oggi, appare gioiosa, invasa da ragazzi, grande concerto di musica fusion nella piazza accanto a una chiesa neogotica. Mi spiegano: ‘E’ musica tradizionale, ma suonata da giovani’. La gente balla, affollato il bel mercato de las pulgas al Paseo dos Artes. Il bar Alfonsina è pieno di giovani. Bohemia di Cordoba. Birre da un litro. Cordoba è città di università. Città radicale. Il cordobazo del 1969 fece cadere una truce giunta militare. La resistenza alla dittatura degli anni ’70 qui fu tenace. Era una città di operai. Qui avvenne il sequestro (e l’uccisione mai chiarita del dirigente Fiat Oberdan Sallustio). Lo è ancora, ma le fabbriche sono in crisi, molte hanno chiuso. I ragazzi che incontro fanno gli artisti, gli artigiani di strada, lavorano nei ristoranti, negli alberghi in estate, aprono campeggi, molti stanno nei call-center (duecento euro al mese), nessuno, apparentemente, ha un lavoro stabile. Hanno la bellezza e la libertà disperata dei ragazzi. Il futuro, in un giorno di festa, non esiste. Un terzo del lavoro in Argentina è informale. Il 18% della popolazione, avvertono le statistiche, oscilla fra la povertà e l’indigenza assoluta. I miei amici stanno attenti al prezzo della carne e della frutta.


Una delle prigioni della dittatura era il Departamento de Informaciones. Un edificio coloniale nel centro di Cordoba. Venti metri dalla cattedrale gesuitica. Un passo dalla piazza San Martin, la piazza principale. Qui, sotto gli occhi di tutti, scomparivano i ragazzi della resistenza. Oggi questa palazzina dalle mura bianche è un archivo de la Memoria. Aperto solo nel 2006, oltre vent’anni dopo la caduta dei militari. Centinaia e centinaia di nomi sono ricordati in un grande vetro sulla facciata della prigione. Lucio y Gladys riconoscono gli amici, quei nomi, per loro, hanno volti e storie quotidiane.
Anche il grande carcere femminile del Buen Pastor era nel pieno centro della città. Nell’elegante quartiere di Nueva Cordoba, un tempo terra della ricca borghesia. Oggi è un paseo, un luogo di cultura, di arte, di bancarelle, di negozi, di ragazzi che passano le notti sui suoi gradini, di mostre, di negozi di artigiani. Trasformazione della città. Nove colonne ricordano la vita di altrettante giovani donne. Alcuni volti sono sorridenti, felici, belli. Altri severi, le foto sono di vecchi documenti di identità. Facevano le studentesse, le maestre, le assistenti sociali. Una scritta rossa ricorda che erano ‘militanti’. Solo di Rosa è stato ritrovato il corpo. Ancora una volta Lucio y Gladys ricordano le amiche, le vicine di casa. I ragazzi siedono sui gradini davanti al monumento. Qualcuno di loro fa volare le clave, altri parlano fino a notte fonda. Attorno è la festa.

I luoghi dell’orrore sono raccontati, sono mostrati, sono dentro i luoghi del tempo libero, della bellezza disordinata di una città argentina. Tutti sanno che la memoria non ha trovato pace. Vorrei chiedere ai ragazzi, a chi ha venti anni ora cosa pensa di questi monumenti. Non lo faccio. Guardo, nelle foto, i volti sorridenti di Alicia, di Rosa, di Susanna. Helena Maria sembra propria un ragazzina. Non ho pensieri. Non so dare significati. Penso al mio ‘non sapere’ quando, a Firenze, passo per piazza Tasso, la mia piazza, e getto un’occhiata distratta sulle lapidi che ricordano caduti partigiani nella mia città….

I giornali di Cordoba ricordano il disappunto de las madres de Mayo per non aver avuto il Nobel per la Pace.
A cena, mi presentano una donna. Fa il medico. Prima mi hanno detto: ‘Scomparve anche lei nelle carceri di militari. Ha conservato la sua gioia di vivere’. La memoria riaffiora ogni momento. Sono passati meno di trent’anni. Scomparvero trentamila persone e il mondo, come sempre, chiuse entrambi gli occhi. C’è anche una psicologa seduta con noi: ha assistito per anni las avuelas de Plaza de Mayo. Il giorno dopo la ritrovo a una piccola manifestazione in difesa del diritto all’acqua.

Cammino per le strade di un giorno di festa che non vuole finire a Cordoba.
Agua de Oro, 11 ottobre

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