El Che in Alta Gracia

Villa Nydia. Casa linda. Intonaco bianco. Strada elegante di Alta Gracia. Antiche ville coloniali. Porticato, giardino, e il piccolo Ernesto seduto su un balconcino. Guarda verso la strada. Un bar cubano a fianco della casa. Chiuso, non è ancora stagione di turisti. Ma alcuni microbus sono fermi di fronte alla villa, casa natale del Che. Un ragazzo giapponese è in visita ‘religiosa’: legge e fotografa ogni particolare con aria felicemente severa. Sfiora (lo faccio anch’io) il manubrio della Poderosa, ci perdiamo nella pagella di Ernesto Guevara (quattro in educazione fisica, immagino per l’asma), guardo la bellezza di Chichina Ferreyra, la prima fidanzata, figlia della ricca borghesia di Cordoba. L’asma del piccolo Ernesto ha dato fama ad Alta Gracia, cittadina a poca distanza da Cordoba: i  suoi genitori scelsero di vivere qui sperando che il suo clima aiutasse il ragazzino. La casa dei Guevara è diventata un museo. Un bel museo.
Cammino s con la mia lentezza. Incerto e silenzioso. Diffidente, forse. Ma qui sono voluto venire. I turisti, ragazzi argentini, sono incuriositi, sorridenti, si scattano fotografie di fronte alle gigantografie del Che e si ritraggono mentre firmano il libro dei visitatori.
Io trovo un’umanità che ho sempre faticato a trovare nel mito di Guevara. Il ragazzo ha l’aria spavalda, un po’ sbruffona, da sciupafemmine. Un guascone. I viaggi sono la sua gioventù, la sua formazione. Ha attraversato il Nord dell’Argentina in bicicletta, rafforzata da un motore. Poi la leggenda della Poderosa dell’amico Granados. I viaggi come vita. Il nomadismo degli argentini. Qui sto conoscendo solo ragazzi che progettano viaggi.
Il museo è attento, perfetto, fin troppo.Scritte in braille, libretti multilingue. Cerco il mito e, per fortuna, non lo trovo. In bagno c’è una foto del Che in fasce seduto sul vaso. Vi è qualche tentazione di beatificazione. La violazione di un cartello ‘Prohibido entrar’ diventa il simbolo di una giovanile ribellione (hanno ritrovato quel cartello e lo hanno appeso alla parete). Chi ha allestito queste sale nella vecchia sala ha avuto davvero ‘amicizia’ con Ernestito. Chavez, venuto qui nel 2006, assieme a Fidel Castro, ha compiuto gesti maldestri: lascia scritto ‘Patria o muerte’. Non è stato capace di scegliere il silenzio. Peccato. Ma il sorriso del Che (le rughe attorno agli occhi) mi appare più forte di ogni intrusione.
Cura Brochero, 13 ottobre 

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