La resistenza infinita di Quilmes

Dona Celia a Tafi

Nebbia e nuvole sulla conca sacra di Tafi. Tavolato a duemila metri di quota. La nebbia gioca con le montagne più alte. Le fa apparire e poi le nasconde nuovamente. Fa freddo, a Tafi. Dona Celia, maestra in pensione e scultrice in gioventù, ci ospita nel suo hostal.

Oscar a Quilmes

Naturalmente abuelo italiano, emigrazione del 1890. Dalla Sicilia. Lo scorso anno, a 69 anni, dona Celia è ‘tornata’ in Italia: a Catania. Ha viaggiato per tutta l’isola. Non solo: crociera nel Mediterraneo. Tornerà ancora in Italia. Ha altri parenti in Valle d’Aosta. Italiani e tedeschi andarono a lavorare a Tafi Viejo, oggi sobborgo di Tucuman. Operai nelle fabbriche dei treni. Furono chiuse dai militari della dittatura perché, dice dona Celia, ‘gli operai erano comunisti’. Il governo radicale di Alfonsin le riaprì, ma la loro vita era segnata.

Non si alzano le nuvole sulla valle di Tafi. Nella piccola piazza della città, micromanifestazione peronista. Oggi è il Dia de la Lealtad. Anniversario della ribellione degli argentini all’arresto di Peron. Storia di un altro secolo. Ma il peronismo ha mille anime, mille volti, mille contraddizioni. E oggi è, per caso, anche il Giorno della Madre. I bambini preparano dolcetti per le madri. A Tafi si è deciso di venerare anche Evita.
Alejandro ad Aimacha
Le rovine di Quilmes

Giornata in terra indigena. Il sole riconquista la sua primavera ad Amaicha del Valle. Novemila abitanti, 108 ettari di terre comunitarie. La tradizione indigena nega i titoli di proprietà. Sono terre comuni. Possono essere vendute o affittate solo ad altri membri della comunità e dopo una decisione del Consiglio degli Anziani. Poteri tradizionali (i cacicchi) e poteri dello stato provano a convivere. Delle questioni sociali, ad Aimacha del Valle, si occupa il cacicco. Alejandro, commerciante della piazza, ha quattro orecchini in un orecchio e una bella faccia: ‘Qui viviamo in pace. Il solo guaio è l’alcol, la gente beve troppo’. Nella sua bottega si vede tutto: pan casero accanto ai prservativi, abbonamenti alla televisione vicino ad aspirina alla caffeina. A ogni angolo di Aimacha, vi sono le pietre che ricordano la Pachamama, la Madre Terra. Giovani ‘alternativi’ di Buenos Aires vengono a vivere qui. Gli abitanti li guardano con diffidenza. Ma, alla fine, sembra che ci sia una fragile convivenza da separati in casa. Davanti alla bodega un uomo accende un sound-system di borrachos in una domenica che ora sa di quasi estate.
Quilmes, rovine della più importante città indigena di questa regione, è poco distante. Qui, raccontano, la resistenza indigena contro gli spagnoli fu tenace. Le rovine sono confuse, di difficile lettura, si disperdono fra centinaia di cactus. Quilmes è bella. Gli indios Diaguita furono cancellati dalla faccia della Terra. Alla metà del 1600 vennero tutti deportati a Buenos Aires e scomparvero nel nulla. 
La ferocia silenziosa del colonialismo spagnolo è in queste rovine: si è persa una lingua, nessuno conosce la vera storia di questa città, tutto si è come polverizzato….
E quando si è scoperto che l’archeologia indigena era un buon affare, il governo argentino cedette la concessione sull’area di Quilmes a un investitore privato. Vi costruì un grande albergo con piscina. ‘Ci sentimmo ancora una volta espropriati delle nostre terre’, spiega Herman, giovane guida india. Per oltre dieci anni, le comunità indigene reclamarono l’antica città. Nel 2007, la occuparono. A gennaio del 2008, riuscirono a ottenerne il possesso. Camminare fra le rovine di Quilmes è sfiorare la lotta che ancora divide, con mille contraddizioni, le comunità indigene dal ‘mondo degli altri’. E’difficile capire, è difficile riuscire a sapere senza avere il cuore invaso da sensazione che battagliano fra loro.   
Cafayate, 18 ottobre
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