Il cimitero di Iruya
Sono in alto, i cimiteri dei villaggi andini. ‘Vicini al cielo’, dice Dona Rosa. Al sicuro da ogni inquinamento, è la ragione della ‘modernità’.
Il cimitero guarda verso l’alba. Verso oriente. A Iruya le tombe, coperte di fiori di carta e di plastica, sono rivolte verso la quebrada del torrente Milmahuasi, la playa chica, ‘il luogo della lana’. ‘Le anime ne saranno purificate’, spiega ancora Dona Rosa.

Pensiero di un europeo: i cimiteri appaiono come una discarica. Bottiglie di plastica sventrate ovunque, fiori di carta marciti, mozziconi di candela liquefatti. ‘Nessuno deve toccare niente in un cimitero. Per nessuna ragione’, avverte l’abuela che ci accompagna. 
Tocca alla pioggia, al vento, al clima delle Ande cancellare le tracce dei doni degli uomini ai propri morti. Si lascia acqua benedetta per il viaggio dei propri cari (e le bottiglie di plastica non si degradano). Solo quando sarà evaporata, il lungo viaggio sarà finito. Si versa acqua sulla terra dopo la sepoltura, negli anniversari, nei giorni della memoria. Si mettono pietre sulla tomba: sono gli ostacoli che l’anima di chi ha intrapreso l’ultimo viaggio dovrà superare. ‘Più pietre vi sono, più possibilità ci sono che lo spirito del defunto arrivi nell’alto dei cieli’.
Iruya, 23 ottobre
                                             
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