Il tempo del mate


Ho cercato, con intenzione, di evitare di scrivere del ‘mate’. Mi appariva come un argomento scontato per chi scrive con parole europee (e occidentali? L’Argentina è molto più a Occidente dell’Europa: quanto sono stupidi gli stereotipi).  Pensavo che avrei scritto solo banalità. E poi non so nulla del mate. Nemmeno con quale erba è fatto. Non so se è migliore quello con palo o quello senza. So che quasi tutti girano con un thermos sottobraccio e la tazza (la zucca, la calavasa..) in mano (non è nemmeno comodo passeggiare portandosi dietro tutta questa roba) e, a ogni sosta, si toma mate.
Poi, ieri sera, i ragazzi mi hanno invitato a tomar mate. Al fiume. Al tramonto. Ragazzi di venti anni. Va bene, io sono loro ospite, ma non erano tenuti. Atto di cortesia, immagino. Ho pensato: a me il mate non piace molto. Troppo amaro per i miei gusti. E i ragazzi non si portano dietro lo zucchero. A loro piace amargo, il mate. Lo zucchero è considerato un inganno.
Sono andato. Un sentiero nei campi scende fino a una spiaggia di sabbia sulla sponda del fiume. Due cani, come sempre, ci accolgono con feste e balzi. Si scuotono addosso a noi, la fanghiglia che hanno sul pelo. Ci sediamo sulla sabbia. I ragazzi si tolgono le scarpe. Penso che dovrei farlo anch’io, ma non lo faccio.
Uno di loro comincia a preparare il mate. Riempie la zucca di erba, la rigira perché esca la polvere e rimangano solo i frammenti delle foglie e i palos, la inclina per versarci l’acqua calda del thermos. I primi sorsi (in realtà si beve con una cannuccia di metallo) sono per chi prepara il mate. Poi comincia il cerchio. La zucca passa di mano in mano. Ognuno aspira il suo mate e la restituisce al custode del thermos. Che versa nuova acqua. Molti giri, molta lentezza, molte parole, molti sorrisi. Le ragazze parlano veloci, a volte perdo il filo, ma mi sembra musica questa cantilena dolcissima di parole. A un certo punto il mate si è lavato: non c’è più sapore, dicono loro. Allora si cambia l’erba. Il tempo si allunga. Non me ne sono subito reso conto. Ma ha smarrito la sua importanza. Le parole non si fermano mai. Parole in libertà. Il sole tramonta con sfolgorii inusuali per questa stagione. L’acqua calda finisce. Si fermano anche le parole. Nessuno sa quanto tempo è passato. Vi tranquillità serena per l’aria.
Ecco, continuo a non sapere nulla del mate. Ma so (ho intuito, più che sapere) che realizza l’utopia di un tempo circolare. Un tempo originario. Il contrario del tempo ‘occidentale’. Che è lineare (che ha scadenze, impegni, fretta, programmi). Qui, come il cerchio che la zucca del mate compie più volte, il tempo ritorna sempre, uguale a sé stesso. E sempre diverso. Come ogni sorso di mate. Che, confesso, ma solo ora lo capisco, mi è apparso dolcissimo.
Torno verso casa e voglio portare io il thermos e la tazza. Devo imparare.

Cura Brochero, 19 novembre
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