Venerdì 17

Venerdì, 17 dicembre, a Campiglia Marittima è cominciato a nevicare alle otto e trenta del mattino. La neve ha subito attaccato. E’ stato l’inizio di una lunga giornata. 
Ore 9.
Mostrami tutta la tua potenza. E qualcuno accetta la sfida. Venti minuti. Venti minuti e le finestre si spalancano, la neve arriva da ogni lato, non cade, vola come una liana lungo linee orizzontali e oblique, ti accerchia e trova subito terra e cemento e asfalto sulla quale attaccare. 
Gli olivi sono alberi alpini, il mare è pista per sciatori, una parapendio si tira dietro un ragazzo vestito di nero in piedi su uno snow-board, i cani saltellano sorpresi, alcuni uomini maledicono il momento in cui sono usciti di casa, la ragazza del bar si infuria e sfascia il cellullare, altri se la godono provando numeri da equilibristi. La tormenta dà sfoggio di violenza perfetta. Bellissima nel suo ardore. Grandiosa nella sua forza. Non esiste difesa. Se non stare lì ad aspettare la sua clemenza. E, nel frattempo, fosse anche l’ultimo della tua  vita, godersela. Questi, davvero, sono istanti in cui pensi che vale la pena essere al mondo. Sono la ragione dei tuoi giorni: ammirare questo spettacolo che non può essere raccontato. Quale fotografia può rendere giustizia al mare che ‘fuma’. 
Le sue acque sono più calde dell’aria, più calde del cielo, più calde delle nuvole basse. E allora emettono vapori, ogni onda smuove fiocchi di vapori: è una nebbia che si innalza e vola veloce seguendo il ritmo di una marea incessante. E’ una mare atlantico che si è spostato sulle coste di Baratti. Una signora, per braccio a suo figlio, ride come una bambina felice e scatta fotografie con la delicatezza di un grande artista. Suo figlio è stupito di sua madre. Camminano, un braccio nel gomito dell’altro, lungo la spiaggia, e lei non vuole perdersi un solo istante di questo giorno che mai, nella sua vita, aveva visto.
Ore 16.
I momenti della paura sono stati sulla pista ghiacciata dell’autostrada. Claustrofobia a cielo aperto. Nessuna via di fuga. Il camion che ti si incolla alle spalle, vedi lo sperone del suo parafango all’altezza del tuo lunotto. Il tuo cammino diventa un risiko fuori equilibrio. Ti viene voglia di mettere una musica a tutto volume e lasciarti andare con un gran finale sperando che lo schianto sia immediato. Invece, vivacchi, facendo finta di non avere addosso una paura che manda a balzelloni il cuore. Immagino che il viso, coperto da sciarpa e berretto, non lasci intravedere nessuna emozione. Ma perché quel camion non si stacca da dietro? Sbandi sul ghiaccio e non puoi lasciarlo passare. Non c’è spazio. C’è solo un sentiero ghiacciato sul lato sinistro dell’autostrada dove forse puoi passare tenendo la prima ingranata e non pensando a cosa potrebbe accadere se le ruote si ribellassero a quel fragile comando del volante. Fai lampeggiare i fari posteriori e vai avanti. Perché niente altro è previsto dalla gabbia dell’autostrada. Scopri che non ci sono pensieri che ruzzolano nella testa: c’è da fare una cosa, andare avanti, e si fa. Alla fine, ti sposti sul ghiaccio e il camion ha uno moto stupido di rabbia. Clacson che fa sobbalzare, clacson che un urlo di pazzia e la sua massa rossa che sfiora (ti sembra che sfiori) il tuo sportello. Non passa mai la mole di questo pachiderma. E vai avanti. Il cielo si rabbuia e non sai dove è finita la paura. E’ impalpabile e invisibile. Ma assente dai tuoi gesti. Mani sul volante e qualche volta azzardi a mettere la seconda. Un altro camion. E gli stronzi con i Suv.
Ore 19.30
Siamo bloccati. Da un bel po’. Sulla doppia curva di un piccolo ponte. Strada di accesso a Livorno. Per arrivare fino a qui ho fatto lo slalom fra alberi abbattuti e la follia di un’autostrada di ghiaccio.
Il camionista rumeno ha una bella voce. Da cantante blues. Ma non passa le notti al Cotton Jazz Club. Ha solo fumato un milione di sigarette. Cento solo oggi, immagino. Ha il finestrino abbassato, nonostante le temperature sotto zero. Mi avvicino navigando su una lastra di ghiaccio. Lui scuote il fumo della sigaretta e ha un sorriso quasi divertito. Forse rassegnato, ma non dimesso, non amaro. Ha una sua dolcezza. E la barba puntuta. Non si è rasato questa mattina. E’ in viaggio da una dozzina di ore. E’ bloccato dalla neve, dagli alberi caduti, dagli immensi camion-cisterna finiti di traverso lungo il viale che conduce a Livorno. Città che non può essere raggiunta. E’ il suo mestiere, guidare camion. Non sembra poi molto preoccupato. Aspetta. Una sigaretta dopo l’altra, il gomito fuori dal finestrino e nessun consiglio. Né per sé stesso, né per me. Ma allunga una bottiglia di grappa e l’anima prende consolazione. Mi dice che forse dalla via del mare, se hanno liberato la strada dai tronchi degli alberi, si può passare. Lui non prova nemmeno, non c’è spazio per fare manovra. Aspetta. ‘La notte, qui’. Lo lascio con un gesto di intesa. Lui alza la mano e la cenere della sigaretta vola via. Fra lampeggianti e piste di neve ai bordi della passeggiata a mare arrivo in una Livorno deserta.
Ore 20
Infine, Monica. Come il tappo di una grande vasca, le auto si liberano. Scompaiono in qualche anfratto a me sconosciuto. La strada è un deserto. Livorno è un deserto. Ingresso dalla zona del porto e delle industrie. Un capannello di camionisti di camion-cisterna. Pozze di acqua sporca. Schizzi di qualcuno che passa troppo in fretta, mura che impediscono di vedere il groviglio di tubi e di edifici delle fabbriche. Entrare a Livorno assomiglia ai primi passi nella periferia di Bagdad. Un mondo in guerra perenne. Ha, devo ammetterlo alla mia anima malata, una sua fascinazione. Lascio che sia l’asfalto bagnato a guidare la mia macchina. Il paesaggio cambia: l’orrore urbanistico di questa periferia industriale lascia spazio, in un disonesto gioco del contrappasso, a mura medicee, banchine medioevali e alla bellezza dei lungomare liberty. Conosco le architetture del Bagno Pancaldi e della Terrazza Mascagni. So che le sue pietre, lavorate con maestrie da manovali più che esperti, sanno di mare. Qui vive Monica. Le finestre della sua casa danno su questo mondo. Ho conosciuto Monica appena una settimana fa. Un gioco di coincidenze e talismani che allacciano la Palestina al mondo andino del Nord dell’Argentina per approdare in una casa sul mare a Livorno. E non mi sono smarrito a seguire queste tracce. So ritrovare la casa di Monica (non è difficile). E la sua porta di apre, nonostante sbagli a suonare il campanello. Sapevo che questa casa era perfetta per viverci. Si sentono, nella notte, le onde correre sulle banchine, se ne immaginano gli spruzzi altissimi. Sembra di avvertirlo il mare attorno a questa casa.
Dovevano esserci amici a cena. Ci sono due orate. Questa giornata è una meraviglia. Le orate sono per me. Mi aspettavano. Sei ore per arrivare da Piombino a Livorno. E’ stato un grande venerdì 17. 
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