Infelicità del Freccia Rossa


Sto correndo verso Firenze. Un’ora mezzo, poco più, da Milano alla mia città. Elogio della velocità contro l’elogio della lentezza della mia gioventù. Non faccio più in tempo nemmeno a leggere il giornale che il viaggio è già finito. Non ho fatto in tempo nemmeno a conoscere la ragazza che è passata due volta, barcollante per la velocità, nel corridoio. Il Freccia Rossa mi ruba tempo. Forse lo regala ai miei vicini che si appassionano per il destino di qualche fondo di investimento. Come diceva quel vecchio uomo del deserto ad Antoine de Saint Exupery che gli spiegava come in aereo avesse percorso in due ore quello spazio dove lui aveva camminato per due mesi:’E cosa ne fai del tempo che ti avanza?’. Già, cosa ne fai? Cerchi di risparmiarne ancora, immagino. In un gioco, alla fine, privo di senso.
Penso alla figlia di Maddalena. 21 anni. Milanese. Ha un fidanzato che sta a Roma. Programmano i loro incontri, così possono risparmiare il biglietto: 49 euro andata e ritorno. Il biglietto comprato il giorno prima, per un desiderio improvviso, costerebbe quasi duecento euro. La velocità ti obbliga  a sapere cosa farai fra un mese. Il mondo non appartiene ai lenti, agli improvvisatori, alle passioni immediate, agli artisti, insomma. Penso che i ragazzi di due diverse città non possono più innamorarsi. 48 euro andata e ritorno fra Firenze e Bologna. Per guadagnare 24 minuti. Quando mai un ragazzo di venti anni ha in tasca 48 euro a settimana per andare a trovare la sua amata? E i signori delle Fs non ci lasciano nemmeno la possibilità di una scelta: se vuoi andar piano e risparmiare, non c’è un decente accelerato che percorra strade di montagne. O, se c’è, è in orari tali da costringerti a un Calvario. Mi appaiono avidi (ed eleganti) le belle menti delle Ferrovie non più dello Stato.
Da ragazzi, io avevo vent’anni nel 1973, eravamo sempre sui treni. Per amori lontani (ricordi Marina?), per un concerto (Bob Dylan, era lui a Modena?), per una manifestazione (contro gli euromissili a Comiso, e che dire di Giovanna Marini che canta i treni per Reggio Calabria), per un seminario (a Milano sull’Est europeo), per trovare amici (a Napoli, a Roma, a Venezia). Siamo cresciuti sui treni. Abbiamo dormito sui treni. Siamo andati in cerca di lavoro viaggiando in treno. Oggi tutto questo è negato ai nostri figli. Alessandro  non viene a un incontro con Zanotelli perché andare fino a Napoli e tornare a casa costa 140 euro. E dove può trovarli?
Lo so, i teorici del FrecciaRossa sono pronti a dirti che la velocità fa correre l’Italia. Alle nove del mattino sei a Roma e sei partito da Milano. Osano dire, ma questa è una bugia, che la velocità avvicina. E che, comunque, bisogna stare sul mercato. Che bisogna che i conti di un’azienda tornino. Io chiedo che qualcuno calcoli quanto costa a un paese l’immobilità a cui obbliga i suoi figli. Se io non posso muovermi, non posso andare a una riunione sulla difesa degli elefanti, a una conferenza sull’Africa a Ferrara, a un concerto degli U2 a Torino, ad amare una ragazza o un ragazzo, a un ciclo di lezioni su Socrate, a una serata di ballo in piazza ad Ancona, il paese futuro sarà peggiore, più malinconico, più ignorante. I ragazzi vedranno e sapranno meno mentre i treni sfrecceranno a trecento all’ora.
A bordo del Freccia Rossa Milano-Firenze, 26 gennaio.
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Un pensiero riguardo “Infelicità del Freccia Rossa

  • 31 Gennaio 2011 in 4:05
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    Caro Andrea, quanto è vero quello che scrivi… Anche io mi ricordo benissimo come il tempo scorresse più lento: pareva fosse denso di un succo vitale prezioso, privo dell’ansia onnipresente di oggi, totalmente vergine al male che oggi ci costringe tutti a rincorrere le cose da fare, con il risultato di non vivere più pienamente, ma di trascinare l’esistenza quotidiana. Io sono nato nel 1963, e anche per me molte cose di oggi sono fantascienza (della quale sono appassionato), ma ho una nostalgia incredibile dei pomeriggi lunghi e profumati della primavera di allora, quando non si faceva altro che godersi la vita e immaginare un futuro glorioso.
    Che delusione, poi, ritrovarsi troppo avanti, non più giovani e nemmeno vecchi, senza più speranze, ma con ancora tanti sogni irrealizzati. Che tedio vivere in 50 cm quadrati… Sai a cosa mi riferisco. Tanta è la voglia di scappare, di scendere alla prossima fermata di un treno che non esiste e sul quale non mi sono accorto di essere salito. Ci vediamo in negozio… I biglietti da visita sono pronti. Ciao. Marco Mariani

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