C’entra la bellezza con l’economia? Andare a Fermo per intervistare Mario Dondero, 83 anni, fotografo del Novecento, per un libro sullo ‘sviluppo umano’ si avvicina a una piacevole stranezza. Gli economisti sanno misurare la bellezza? O quantificano solo il suo valore economico? Mario seduce, avvolge, corteggia. E stanca. Stanca con la sua energia, con la sua forza, con le sue parole. Conquista la scena e non la molla più. Si può solo amarlo, senza interrogarsi. Si può solo farsi manipolare con felicità leggera. E poi, magari, fuggire per riprendere fiato. Ma sono le sue foto a fermare la fuga, le sue foto imperfette che raccontano alla perfezione un secolo che se ne è andato. 
Naturalmente non è stata un’intervista. Una non-intervista può apparire in un libro di economia. Si capirà, in filigrana, che un mondo senza bellezza è privo di qualsiasi speranza anche i conti del suo Pil si impennano?
Forse anche raggiungere un vicolo, stretto e umido in inverno, aiuta a comprendere meglio il mondo.

Mario Dondero nella piazza di Fermo



 E poi la casa di Mario. Piccola, buia, in un vicolo di ciottoli. La casa si riconosce per i ciclamini che resistono al gelo. Rampicanti privi di foglie provano a raggiungere le finestre. Il cibo per il gatto, appena entrati. Non c’è un tavolo dove mangiare. I soffitti bassi. Casa da comune studentesca per un uomo di 83 anni. Un occhio arrossato da una infezione. I soliti pantaloni, la cravatta rossa dal nodo troppo grosso, il golf giallo messo ogni mattina. Non c’è una sedia dove sedersi. Sono occupate da scatoloni di foto. Foto, provini, vecchi stampe lucide e sbiadite ovunque. Sopra i letti, per terra, sugli scaffali. Non si può fare movimenti bruschi. Non c’è spazio. Mario regala foto e libri. La stanza è appena scaldata da un vecchia stufa. Giriamo per le scale dalle vernice rossa. Le pareti sono un affresco del Novecento. Locandine di mostre. Foto di Paul Gauthier, di Pasolini…foto di uomini che sono passati di fronte al suo obiettivo. Come se lui fosse lì per caso. Ma non era mai un caso. Come Kapuscinski, Mario voleva essere lì. Un mondo in bianco e nero. Nessun trucco, se non quello della seduzione. Fotografo imperfetto. Click della vecchia Nikon FE. Silenzio senza fruscii della Leica. Fuoco e diaframma sono storie secondarie. E’ l’uomo che conta. Mario fotografa perché vuole raccontare l’uomo. Perché vuole avere una relazione con l’uomo.
‘Non ho mai amato passare il tempo nella camera oscura. Ugo vi stava nove ore per un’unica foto. Io ho sempre preferito l’aria aperta. Non ho mai amato la tecnica’. Ugo è Ugo Mulas. Hanno vissuto assieme nella Milano del bar Giamaica. Ne ha raccontato Luciano Bianciardi nella Vita Agra. Che Italia povera e geniale, era quella. La foto di un Che Guevara orgoglioso sorveglia il suo sonno accanto alla cavalcata dei barbudos in marcia verso l’Avana. La foto della moglie, il letto ben rifatto. Mario ce lo offre per la notte. Ma non possiamo sfrattarlo. Dove mangi, Mario? Non ci sono tavoli sui quali poggiare un piatto. Foto della compagna di Modigliani. Foto di Lenin da giovane. Queste non le hai fatte tu. Foto che ti ritraggono con comandanti partigiani, in una nave sul Nilo. Foto dalla parte dei miserabili. Foto con il tuo sguardo astuto, finto timido, che riesce a fotografarmi senza macchina. Un obbiettivo Nikon 50 fuoco uno e quattro, abbandonato. Davvero c’è un secolo qua dentro. Spostiamo carte e scatoloni per sedersi. Gesto sacrilego, il registratore senza un nastro che gira. Minuscolo oggetto che rompe l’equilibrio.  Che ci fa il mondo virtuale in questo universo reale? Proviamo a parlare. Ma il gioco dell’intervista non può funzionare fra noi. E allora lasciamo scorrere le parole sapendo che c’è ben altro nella vita. Il pollo arrosto di stasera, certamente. E il viaggio sotto la neve del giorno dopo. Parole confuse. Come è confusa la nostra vita. Facciamo tutto pur di non farci raggiungere.   
Fermo, 30 gennaio
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