Al bar Barsa e Che

Al bar Barsa e Che

Al bar Barsa e Che. Ad Addis Abeba. Quartiere di MeskalFlower. Barcellona e Che Guevara? Colori rossi e gialli delle sedie e immagini del Che sulla maglietta rossa dei camerieri. Confusione di Addis Abeba. Gioco di simboli in un minuscolo bar dove si beve buona birra e ci si prepara al sabato notte. Si arrostirà pecora sulle braci. Deve essere una catena di bar: ce ne sono altri dedicati al Che in questa capitale africana.
Addis uguale a sé stessa. Addis travolta dalle trasformazioni. E’ avvolta in una rete, la città. Lungo la Bole, strada regina fra le vie di accesso al centro, ponteggi di legno disegnano i grattacieli in costruzione. I muratori salgono fino al cielo senza protezioni, in bilico su bastoni malamente fissati. A ogni stagione delle piogge sono decine i ragazzi che cadono giù dalle impalcature. 
Accumulazione primaria. Gli esuli degli anni della tirannia rossa di Menghistu hanno fatto piccole fortune negli Stati Uniti. Ora sono tornati e tirano su grattacieli. E’ sparito il vecchio quartiere di Kazanchis, le case degli impiegati italiani al tempo della colonia. A colpi di maglio, si radono al suolo le baracche di Arat Kilo. Kazanchis, adesso, è un centro direzionale. E poi scopri che molti progetti sono della Cooperazione tedesca. C’è della follia in questa nuova Addis Abeba. Il piano regolatore appare incomprensibile. Ma c’è frenesia, ricchezza, lavoro. I tigrini hanno comprato la fedeltà di una piccolo borghesia amhara assicurando scenari di benessere.
Ma il salario di un impiegato è a 700 birr al mese. 30/40 euro al mese. Alcuni arrivano a mille birr, cinquanta euro. Una domestica analfabeta non guadagnerà più di 200 birr, ma avrà vitto, alloggio e schiavitù. Il birr continua a svalutarsi, tutto aumenta in città. La nuova borghesia è specchio di povertà urbane senza alcun futuro. La città, il Nuovo Fiore della regina Taytu, terra dove poveri e ricchi avevano imparato a convivere, si sta spezzando. E anche i ragazzi della piccola borghesia in cerca di arricchimento vedono la meraviglia dell’Occidente. Ha ancora miraggi l’Occidente, nonostante i soldi siano cinesi o indiani. Mai i ragazzi avranno i soldi per vivere come a New York. Senso di frustrazione. Si guarda ai palazzi di Mohammed Al Moudi, fra i settanta uomini più ricchi del mondo. Visibilità assicurata dalla proprietà dello Sheraton di Addis Abeba. Uomo dell’Arabia Saudita, musulmano, Al Moudi. Ma uomo etiopico. Padrone di quasi tutto. Miliardario fra i poveri. Pedina importante nello scacchiere degli equilibri etno-religiosi dell’Etiopia. E poi, altrettanto visibili, ci sono i cinesi, gli indiani, gli arabi. E la loro intraprendenza. La follia della modernità trascina Addis Abeba.
E io rimango a guardare i camerieri del Che e Barsa e penso al ragazzino cino-africano, figlio di una ragazza abbandonata sulla strada. Un tempo i meticci avevano pelle schiarita, oggi gli occhi a mandorla. I cinesi, mi dicono, non usano il preservativo.
All’ottavo piano di un albergo. Nella sala dell’albergo, festa del sabato sera. Il sonno sarà scosso dai balli pestati sul pavimento. All’altra ala di questo attico, un uomo corre su un tapis-roulant della palestra dai grandi vetri aperti sulla città Ad Addis, fioriscono le paleste, i body-culture center. Giù, fra le baracche, i bambini di strada escono nella notte. Sono 12mila dicono censimenti ottimisti. 
Al bar Barsa e Che si farà tardi e le birre verranno messe sotto il tavolo.
Addis Abeba, 12 febbraio 2011
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