La forza dell’Erta Ale

La prima volta

La forza del vulcano
Gli uomini sono fatti così…
Il vulcano ha cambiato la sua pelle. Il lago di lava, in poche settimane, dallo scorso novembre, ha risalito, metro dopo metro, le pareti del suo cratere. Ottanta metri verso l’alto, ha raggiunto i bordi del catino e, con lentezza, ha cominciato a defluire nel grande bacino della caldera. E’ impressionante: lingue di lava si sono accartocciate su loro stesse, hanno cercato strade per fuggire aggirando ostacoli che loro stesse costruivano. Roccia liquida. Che trasforma geografie. Le colate si sono attorcigliate su loro stesse. Si sono annodate e aggrovigliate. La Terra, qui, vetta e cuore della ‘montagna che fuma’, sta modificando sé stessa. L’Erta Ale si comporta come quando è nato sul fondo di un oceano: come un drago agita minacce di fuoco e fa uscire dalla sua pancia lava fredda (oltre mille e duecento gradi), lava lenta, lava nerissima. E, adesso che si è nuovamente solidificata, scricchiola sotto i piedi. A volte si spezza, ondeggia, si crepa. E’ emozione camminarci sopra. Siamo sventati, ma preferiamo non sapere i rischi che corriamo.
Avvicinarsi al vulcano
La lava si attorciglia

Erano oltre quarant’anni che il lago dell’Erta Ale non tracimava. Nei primi anni ’70, fu il vulcanologo franco-armeno Tazieff a disturbarlo. Dovrebbe essere lasciato in pace, questo vulcano. Da qualche tempo l’Erta Ale, forse stanco dei turisti che hanno affollato i suoi panorami disturbando la sua irruente quiete, ha deciso di darsi da fare. Ora ha nervosi gesti di scortesia. Come una tigre in gabbia. E’ diffidente verso tutti gli intrusi. E, in questa notte che passiamo assieme a lui, ha deciso di mostrare tutti i suoi trucchi ed effetti speciali. Esplosioni, maremoti magmatici, onde di lava, fuoco purissimo, crolli devastanti. Da settimane sta mostrando la sua forza. E la sua bellezza capace di ingannare come una sirena. Già lo scorso anno, l’Erta Ale aveva dato segni di improvvisa vitalità, non ne poteva più di rimanere ingabbiato nelle profondità di un cratere. La lava, in quei giorni già lontani, aveva cominciato a fuoriuscire dal vulcano più a Nord della caldera. I capelli di Pele, filamenti vetrosi di materiali lavici, già volavano verso il cielo: segnale evidente dell’inquietudine del vulcano. Alla fine, il cuore dell’Erta Ala ha cominciato la sua risalita.
La lava nuova
Il lago ha costruito il suo tappo. Si è negato una libertà imprigionata. Ha rischiato di scomparire pur di uscire dalle gabbie dorate nelle quali era costretto ad agitarsi. Ha raggiunto il livello più alto del cratere, è uscito dai suoi confini e ha cominciato a scivolare sulle pendenze della caldera. Ma alle sue spalle formava immediatamente una sorta di cemento compatto che, con il passare delle settimane, si è solidificato. Apparentemente il vulcano è scomparso per giorni. Il fuoco diventava pietra e bloccava le fiamme sottostanti. Le ricacciava nel ventre della Terra. Ma il magma ha una potenza inarrestabile e, di continuo, si riapriva la strada verso la caldera. Noi abbiamo camminato su questo tappo di lava senza nemmeno immaginarlo. Ignorando quanto fosse spessa e resistente. La fossa del cratere si era riaperta e il vulcano barriva, mugghiava, protestava. Abbiamo voluto avvicinarci. Dicono che quando fa così preannuncia nuovamente la sua irrequietezza. Vapori di zolfo rendevano irrespirabile l’aria.
Tibet in Dancalia
Qualcuno, sul versante più lontano del cratere Sud, ha piantato due pali e disteso piccole bandierine tibetane. Colori arlecchino sul grigio della lava. Segno di venerazione. Una preghiera al fuoco, al vento, all’aria rovente, alla polvere di lava. Poco lontano, un afar scuote le sue mani con la cenere, si sfiora le tempie, si alza, stende un piccolo tappeto e poi si inginocchia al suo Dio. Luogo sacro, il vulcano.

Il villaggio dei turisti
Villaggio turistico sulle sponde della caldera. C’è un guardiano per i sismografi lasciati qui dai vulcanologi inglesi. Amudin viene pagato 800 birr al mese per controllarlo. Ma, non appena finirà la stagione turistica, tornerà al suo villaggio. La scienza deve tenerne conto. Ci sono custodi delle capanne ed esattori degli affitti. Appena quattro anni fa, la prima volta che salii quassù, non vi era alcun segno di vita sul vulcano. L’anno dopo vi erano due capanne a igloo di pietra. Oggi sono almeno cinquanta. Davvero, un villaggio. Costano 200 birr al giorno. Sono sotto il controllo dei notabili di Karsawaat. Economia del vulcano. Business eccitante per i nomadi dei vulcani. Ecco cosa fa il turismo. Credo che vada bene così. Almeno si smetterà di dire che questo è un luogo desolato.
Le notti non sono più solitarie in cima all’Erta Ale. Via vai di turisti che arrivano a tarda notte. Clangore di ak-47. Cammelli che sbuffano. Cammelli impastoiati. Ben poco da brucare. Voglia di riposare. Passi incerti ed emozionati di chi arriva qui per la prima volta. Le voci dei cammellieri si rincorrono. Guardo il vulcano. Non so fare altro.
Erta Ale, 19 febbraio

Perdonate l’intermittenza del diario dalla Dancalia. Sono giorni di altre storie. Urgenti. E ho scoperto che chi usa le tecnologie deve essere, in realtà, un abitudinario. Come si fa con l’anarchia? E in questi giorni c’è da prestare attenzione e pensiero solo alla Libia. Scusatemi. Il diario continuerà, probabilmente a strattoni
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