Primavera a Mostar

Il Vecchio Ponte

Giorni di imprevista primavera a Mostar.  Il bianco della pietra, l’azzurro del cielo. I suoi abitanti si godono le prime notti all’aperto. Città di caffè. Città del tempo che viene guadagnato. Mostar è una città esagerata. Per la sua bellezza. Forse ha memoria quando era terra di ragazzi e ragazza che volevano il loro tempo. Trent’anni fa risalivamo dal mare fino alla sua musica….
Ma poi perché, stasera, la donna dell’osteria mi vuole raccontare che da lì partivano gli uomini per andare sulla linea del fuoco? La frontiera fra Ovest ed Est della città è settecento metri più avanti. Ci si sparava dai due lati del Boulevard. Ancor oggi è confine invisibile. O confine visibile. Guardo lo stemma bombato che la donna ha appeso dietro al piccolo banco del bar. Stemma della Croazia di Erzegovina. Stemma di guerra. Stemma di uno stato che non c’è. Segno di identità. Ho sempre saputo che era lì. Avevo fatto finta di niente. Perchè stasera la donna ha dovuto raccontarmi questa storia? Nessuno ha ancora dimenticato la guerra. Ha scavato nella testa della gente.
Va precisato: Mostar Ovest sono quartieri croati, Mostar Est è il cuore antico, terra bosniaca. Musulmana, se la religione fosse un criterio etnico. Ma cos’è etnia nei Balcani? Provo a far scorrere le foto di decine di famiglie contadine: sfido chiunque a riconoscere un croato, un bosniaco o un serbo.

La chiesa di Rodoc

A Rodoc, quartiere nel nulla, periferia di Mostar Ovest, i cattolici hanno costruito una nuova chiesa bunker. Nel dopoguerra non hanno fatto altro che costruire chiese con cemento armato. Non hanno nemmeno dipinto la finzione di un intonaco. Chiese come segno guerriero. Hanno innalzato il campanile di san Francesco ben più alto dei minareti. Come se si stessero preparando alla guerra prossima ventura. Ho di nuovo in mente Francesco che scavalca le linee dei Crociati e va a parlare con il sultano. Non è lo stesso Francesco della Mostar dei cattolici.
Su una colonna della moschea di Karadjoz-Beg: un corso di calligrafia araba. Finanziato dall’Arabia Saudita. I sauditi muovono i loro soldi. E con loro arriva l’integralismo. La pressione religiosa. Che mal sopporta l’islam tollerante e dolcemente pigro dei Balcani.
La Fiera commerciale di Mostar, il più importante evento economico dell’anno, viene inaugurata dal primo ministro della Croazia. Come se la Fiera di Milano fosse inaugurata dal premier tedesco.
La sede della Fiera è la vecchia fabbrica Soko. Un tempo vi lavoravano tremila persone. Fino al 1992 qui si costruivano aeroplani. Molti sono finiti in Libia e in Iraq. Alcuni sono stati abbattuti in questi giorni nella guerra civile libica. Accanto alla fabbrica, vi è l’eliodromo: negli anni della tragedia balcanica divenne un campo di concentramento e tortura dei nazionalisti croati. Niente e nessuno sembra ricordarlo.
Gioco di bandiere. Mi raccontano che in una caserma non lontano da qui, vi è dipinta la bandiera rosso, bianca e blu della Croazia. Come dire: in caso di guerra, sono già pronti. Ma questa è Bosnia-Erzegovina e la bandiera è blu e gialla. La repubblica serba ha messo in fila il rosso, il blu e il bianco. Girotondo di colori: la vecchia Yugoslavia aveva la bandiera blu, bianca e rossa.
E’ così folle quanto accade lungo le sponde della Neretva, il fiume più bello del mondo, che non vi sono nemmeno le parole per definire cos’è la repubblica serba o la Federazione Croato-Bosniaca. Sono due entità che compongono lo stato di Bosnia-Erzegovina.
Forse gli uomini e le donne che hanno più di cinquant’anni davvero non vogliono più saperne della guerra. Ma allora perché la donna che cucina cevapi, mi ha ricordato che proprio in questa osteria i guerrieri si rifocillavano prima di andare a sparare?  E i ragazzi? Chi la guerra non ha vissuto e sta crescendo nell’ostilità, nella separazione, nell’ignoranza: è come se si stesse allenando per il genocidio prossimo venturo.
Eppure, oggi Mostar era di una bellezza che commuoveva. Scorrono davvero lacrime di felicità e malinconia in questa città.
Mostar, 8 aprile
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