L’uomo dei burattini

Hamiza e la Neretva
Lo spettacolo di Djana e Nedzad

Cantano gli uccelli sulle sponde del fiume più bello del mondo. E’ mattino presto, la vecchia Mostar è ancora una città di pietre e acqua. I mercanti pigramente aprono i loro negozi. I turisti arriveranno più tardi. E gli uccelli taceranno…
L’uomo dei burattini chiede il caffé. Rito lento. Un dolcetto accanto al bricco di rame. La schiuma leggera. La zolletta di zucchero da sciogliere. Il cameriera ha la gentilezza del mattino. 
Hamiza è l’uomo dei burattini. Mostar era (è?) città di artisti. Negli anni ’60, accanto al Vecchio Ponte venne aperto il primo ristorante. Divenne luogo di pittori, scrittori, attori, felici perditempo. Osteria delle grandi bevute. Rakija e birra. Bohemia balcanica. Minareti e minigonne. Gli artisti trovarono rifugio in minuscole case sul fiume.
Hamiza ci accompagna per la sua città. Varca la frontiera invisibile fra Est ed Ovest. Inutile fare finta: oggi questo è ancora il confine fra le terre dei croati e quello dei bosniaci. La casa dove è nato è nei quartieri croati. Ma quando venne al mondo stava finendo la guerra degli anni ’40 e si affacciavano speranze fragili. Per decenni a Mostar non vi sono state differenze fra gli abitanti. Almeno così oggi si ricorda. La casa di Hamiza è abbandonata, le finestre sono protette da difese precarie. Appartiene ancora alla sua grande famiglia. Le mura hanno addosso i segni della guerra. Ma il fiume, affluente della Neretva, è ancora lì, alle spalle della casa. Il ragazzino cresciuto negli anni ’50 vi si tuffava con gioia. Sì, immagino gli orti, gli alberi, la libertà dei ragazzi di Mostar. Il monte Hum sovrasta la linee delle case. Formidabile campo di giochi.
Oggi, dicono, ci sono ancora mine sotterrate sotto i cammini della montagna. Sulla vetta, i croati vi hanno costruito una croce. Là dove vi era la loro artiglieria pesante.
Ma in quegli anni ’50 e ’60, così lontani, così vicini, la gente dei quartieri festeggiava assieme il bayram dei musulmani, il Natale dei cattolici e quello degli ortodossi. Si andava di casa in casa con i dolci di ogni festa. Comunità.
Hamiza, già più grande, in un altro quartiere, al mattino, nei giorni di estate, si gettava nella Neretva da una roccia conosciuta come Gvozden. Era alta dodici metri. Suo padre si tuffò l’ultima volta che già aveva cinquanta anni. Hamiza sogna, ai suoi anni (‘che sono più di quaranta’), di tuffarsi ancora nelle acque della Neretva. Il fiume ha insegnato la vita ai ragazzi. Dopo questo salta, si passava al volo di rondine dal Vecchio Ponte.
Hamiza nel teatro dei burattini

La Principessa
L’antica sinagoga, oggi, è il teatro dei burattini. Là finisce la nostra passeggiata nella memoria. Spettacolo di mezzogiorno. Per una classe di ragazzini. Djana e Nedzad e i suoi amici muovono i burattini con maestria. La principessa di legno riesce a fare la danza del ventre. I miei occhi non riescono a staccarsi dal suo incanto. Gli artisti sono ostinati: fanno rivivere Mostar. Alcuni sono tornati a vivere in questa città. Si ritagliano spazi, piccoli giardini, luoghi piccoli. Belli e testardi. Aspettano di aprirli. Forse riusciranno ad aprirli.
Non c’è un cinema a Mostar. Qualcuno ha uno schermo ambulante da portare fino a qui? 
Hamiza offre limonata. Felicità dei melograni per la primavera. Fra qualche settimana metteranno i fiori che renderanno una meraviglia Pociteli e Blagaj. Hamiza, l’uomo dei burattini, ci ha donato un passato, niente malinconie stamane. E’ cocciuto e, nonostante le sue parole, non ha dismesso la speranza: guarda i ragazzi che, a sedici anni, leggono Pirandello e si ostinano a metterlo in scena. 
Si ricostruisce di continuo in questa terra. Che le macerie possano diventare una quinta scenografica per una principessa che balla la danza del ventre.
Mostar, 9 aprile
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