Alkesa rompe le regole

Primavera a Mostar

Aleksandra rompe le regole a Mostar. Gestisce il Club Aleksa, un locale alla moda. Luogo elegante, bel giardino, terrazza sulla Neretva, belle serate nella calda estate. Gastronomia e musica. E’ a un passo dal ponte Tito (è conosciuto ancora così dai mostarini). Ci portano birra croata (qui si notano queste cose, si è sensibili). Birra Karlovacko. Aleksandra è serba. Una foto della vecchia cattedrale ortodossa, distrutta negli anni della guerra, è appesa a una parete. Il Club Aleksa, dedicato al malinconico poeta Aleksa Santic (non so niente di lui: serbo di Mostar, ma ho letto una struggente poesia in cui si parla del giardino di un vecchio iman), si trova nei quartieri bosniaci della città. Melting-pot balcanico. Mi sento felice. Mi avvertono subito: ‘Un tempo era tutto così’. Come a dire: ‘Ora non più’. Non so: per me è importante che ci sia un luogo come questo. Mi aggrappo ai segni, al coraggio, a un fragile desiderio di futuro.
La birra disegna i confini invisibili della città. Nei bar di Mostar Ovest si beve birra Karlovacko. In quelli di Mostar Est vi offrono birra Sarajevsko. Salgo verso le montagne di Nevesinje, ci sono bottiglie di Jelen, birra serba. Bevo con piacere la birra del Club Aleksa. Mi piace la Karlovacko.
Mi piacerebbe fare una mostra con i ritratti dei contadini di cui abbiamo raccontato le storie nel libro sui contadini dell’Erzegovina. E poi chiedere a chi si avvicina di riconoscere un serbo da un croato, un bosniaco da un serbo.
Osservo un bambino giocare con un fucile mitragliatore di plastica. L’arma è più grande di lui. Passeggia con disattenzione nei corridoi di una fiera, ogni tanto spara i suoi colpi luminosi. Non è innocenza. Vedere queste armi fasulle a Mostar è come una ferita che si riapre. Ma ricordo che al mio paese, nelle campagne toscane, senza ricordi di guerra, a Natale il fucile per sniper, per cecchini, è stato uno dei regali delle feste. Sulla scatola c’era proprio scritto: Sniper, parola che abbiamo imparato a conoscere a Sarajevo.
Mi spiegano di continuo le ragioni della guerra. Mi convincono. Storie vecchi, eppure così attuali. Mafie, poteri criminali, primitivismo, pezzi di  di uno stato comunista corrotto. Temo che oggi stia accadendo altrove. Tutto vero. Ma poi a spararsi addosso vanno gli uomini. Uomini normali. Come il gentile professore di serbo-croato che mi accompagna a vedere i suoi ciliegi. Li pota con cura, è un uomo anziano e sereno. Poi indica le montagne e mi dice che là ha combattuto: ‘Abbiamo difeso le nostre terre’.
Tutto doppio a Mostar. Due squadre di calcio. Rifiuti, gas, elettricità, ospedali. Tutto diviso, separato, spezzato. A Mostar Est, Pozorliste è il teatro in bosniaco. Kazaliste, il teatro in croato. Un tempo c’era un’unica compagnia, per anni hanno recitato assieme senza chiedersi ‘cosa’ fosse l’amico che ti stava vicino. Ora, dicono, non c’è più una lingua comune. Ma tutti parlano la stessa lingua. Solo che non lo riconoscono. Le classi delle scuole sono costruite secondo criteri etnici. ‘Preparativi per la prossima guerra. I ragazzi cresceranno nella divisione, nella intolleranza’. Passo davanti ai bar degli ultras del calcio e immagino questi ragazzi dai muscoli tosti con un mitra in mano. Scaccio il pensiero.
I ragazzi e il Vecchio Ponte
Ma poi ci sono i ragazzi che passano le ore del pomeriggio nelle spiagge sotto il Vecchio Ponte. E la primavera mette euforia ai ragazzi e alla ragazze di Mostar. Fotogrammi di gioia.
Mostar, 10 aprile
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