Primavera a Mostar

Pescare sotto il Vecchio




Volevo scrivere questo articolo. Mi sono reso conto che non vi era alcun ‘luogo’ dove poterlo scrivere. Le vecchie riviste di viaggi e geografie non ci sono più. Ma io io non volevo dimenticare. Da tempo, mi vengono in mente storie, che poi mi accorgo di non scrivere. Ho voluto forzarmi, questa volta.
Questo non è un post (non ne ha l’immediatezza, la brevità), è un articolo pensato e scritto come se avessi dovuto farlo per una rivista. Ho voluto farlo perché deve lasciare una traccia la bellezza che si è sistemata nei miei ricordi quando ripenso ai pochi giorni trascorsi a Mostar.


Al mattino presto, la vecchia Mostar, la città che ‘custodisce il ponte’, appartiene solo a sé stessa. I ciottoli delle strade nell’antico centro scintillano dell’umidità della notte. I passi cercano un equilibrio su questi sassi scivolosi. Cantano gli uccelli. In sottofondo, si ascoltano i gorghi della Neretva, ‘il fiume più luminoso del mondo’. Ivo Andric, il grande scrittore balcanico, figlio della Bosnia, Nobel per la letteratura, ha sempre sostenuto che nessun rumore può svegliarvi a Mostar, è la sua luce che vi fa aprire gli occhi e vi invita a vivere una nuova giornata
I turisti, peccato, non dormono a Mostar. Rimangono intrappolati negli alberghi di Medjugorje, luogo di pellegrinaggi cattolici sul filo dell’eresia. Sbagliano, i pellegrini: la meraviglia di questa città è notturna, lo stupore è nelle prime ore dell’alba e riappare al tramonto quando i raggi del sole cercano di rimanere impigliati nelle pietre del Vecchio Ponte. I turisti arriveranno più tardi, a metà mattinata, con i pullman. E sembrano non capire che il vero miracolo non sono le settimanali apparizioni della Madonna, ma la bellezza di Mostar. Arrivano a onde affrettate seguendo una guida che impugna un ombrello. La città invasa, intasata nei suoi vicoli, si rincantuccerà su sé stessa, si nasconderà e quasi si farà di lato. I mercanti si rassegneranno al loro ruolo. Bisogna pur vivere, il turismo è ricchezza (forse per pochi) a Mostar, segno (forse illusorio) della sua rinascita. Ma ora, prime ore del mattino, si può andare, con tranquillità, a prendere un caffé a un passo dal fiume. Un bosanska kafa, nel piccolo bricco di rame, con zolletta di zucchero e dolcetto orientale. C’è tempo a Mostar. In questa ora perfino i camerieri, solitamente affannati, sono lenti e gentili.
Il caffé al mattino
Hamiza ha occhi piccoli e curiosi. Giacca di velluto, camicia gialla. Per noi, ha lasciato il suo minuscolo giardino di melograni, ha abbandonato la pace della sua casa sulle prime pendici del monte Podvelez, ogni sera illuminata (ancora la luce) dal tramonto del sole. Hamiza dice che ‘non ha quarant’anni’. E’ nato quando anche la seconda guerra mondiale cominciava a essere stanca di orrori. Sorriso di malinconia: ‘Ogni mezzo secolo, dobbiamo farci la guerra nei Balcani’. Ne ha 66 di anni, Hamiza. E io lo conosco come l’uomo dei burattini. Per oltre trent’anni, fino a quando le cannonate delle milizie croate non lo cacciarono, è stato l’anima del piccolo Pozoriste lutaka, il Teatro dei Burattini. Mostar è sempre stata (è ancora?) città di artisti. Soprattutto pittori, artigiani del rame, scultori. Ma anche scrittori, poeti (i ragazzi imparavano a memoria le struggenti poesie di Aleksa Santic), musicisti.Hamiza, ora, sorseggia il caffé. La sua anima è combattuta. E’ difficile legare i fili del passato al presente: nel mezzo c’è stata una guerra feroce e, ancor oggi, incomprensibile per un uomo come Hamiza. L’uomo di teatro parla, con gioia, di ragazzi che mettono in scena Pirandello, di festival giovanili, di viaggi infiniti lungo aggrovigliate strade di montagna per andare a organizzare spettacoli. La Bosnia-Erzegovina è terra vitale. Poi Hamiza cerca smentite a sé stesso: ‘Nessuno, qui, spende un centesimo per la cultura e, allora, come si può pretendere che nasca un nuovo modo di pensare’. Mi raccontano delle scuole di Mostar, divise per religione, per etnia, per quartiere. Programmi scolastici come base d’appoggio per le guerre prossime venture. In queste terre si è sempre spezzati: la bellezza perfetta dell’acqua e delle pietre è sempre in bilico sul crinale che la separa dai presagi di guerra, dalla paura di altre, irrazionali violenze. Felicità e malinconia improvvise sono le immagini in sequenza di Mostar.
Le origini di Hamiza sono musulmane. Ma il padre, uomo devoto, non ha mai imposto i dettami della religione al figlio. E’ laico, Hamiza. Passeggiamo con lui, varchiamo il confine, visibile e invisibile, fra Est ed Ovest della città. Quartieri bosniaci, quartieri croati. Da qualche parte ho letto che solo il 20% degli abitanti originari è rimasto in città. Gli altri sono immigrati, nuovi abitanti, figli di esodi e controesodi,di fughe dalle quali molti non sono voluti tornare. I vecchi abitanti, spesso, non si ritrovano nella geografia sociale della Mostar del duemila. Hamiza nacque ad Ovest. Una casa solida, sfiorata dalle acque di un torrente, ai piedi del monte Hum (ecco un disequilibrio ben chiaro anche a noi: dalla vetta di questa montagna le artiglierie croate sparavano sui quartieri bosniaci e oggi i francescani non hanno trovato di meglio da fare che innalzarvi una croce fosforescente alta trenta metri). La casa natale di Hamiza è disabitata, abbandonata, ha le ferite della guerra. La finestra della stanza dove è nato è protetta da tavole di legno. ‘Ho passato una bella infanzia – ricorda Hamiza – il fiume, i tuffi, il pallone, l’orto, gli alberi, la montagna. Un paesaggio come terra di giochi. Eravamo selvatici’. La sua famiglia vendeva insalata, prugne e ciliegie ai soldati. Si pescavano le trote nel torrente. Mostar, dopo la furia degli anni ’40, rinasceva nella libertà dei bambini. ‘Ci arrampicavamo verso la vetta del monte Hum. Ci nascondevano nei boschi’. Riappare, carsica, la malinconia: ‘Oggi i sentieri sono ancora minati’. Quindici anni dopo la guerra. E se anche non lo fossero, la gente ci crede. I ragazzi non vi salgono a giocare. A primavera, il primo maggio, prima della guerra, i mostarini salivano in montagna. Arrostivano l’agnello e si godevano il sole come lucertole.


Seconda casa di Hamiza. Quartiere Donja Mahala. Io non vedo i confini, non so collocarla fra Est e Ovest di Mostar. Sponda occidentale del fiume, questo sì. C’è una piccola moschea. Il nonno di Hamiza ne era stato imam. Ogni anno era pieno di feste. Bajram e Mawlid dei musulmani, Natale e Pasqua dei cattolici. ‘Si andava di casa in casa a festeggiarle’, ricorda Hamiza. Banchetti di agnello e baklava. Cevapi e pane caldo di forno. Acquavite per tutti.
Hamiza e sull scoglio Gvozden
La Neretva è a un passo, appena oltre la moschea. ‘Non mi lavavo al mattino – ricorda l’uomo dei burattini – nella bella stagione andavo direttamente al fiume. Un tuffo era il mio bagno’. Un tuffo? Hamiza si gettava da un trampolino di roccia alto almeno dodici metri. Era (è) conosciuto come lo scoglio Gvozden, il ‘Fatto di Ferro’. Qui i ragazzi di Mostar prendevano confidenza con il volo, con l’acqua, con il nuoto. ‘Non andavamo al mare in quegli anni. Questo era il nostro mondo. Battaglie con i ragazzi degli altri quartieri, sfida a passare sommersi le acque del fiume, a balzi andavamo di scoglio in scoglio. Rubavamo i vestiti alle ragazze. I più temerari, spavaldi e sbruffoni, poi, affrontavano il salto dal Vecchio Ponte’. Ogni scoglio del fiume ha un nome. Hamiza li indica uno per uno: Kamila, il ‘Cammello; Pletenica male e Pletenice Velike, ‘la Treccia piccola e la Treccia grande’, Gurubija, il nome di un dolce delle feste; Saraji, i castelli del Sultano…. Geografia personale e passionale di un fiume. Predrag Matvejevic, celebre intellettuale mostarino (origini russo-croate: qui siamo sempre costretti a ‘definire’) , ha gli stessi ricordi. Il nome dei ‘suoi’ scogli? La Grotta Verde, la Profonda, lo Sparviero, il Capo….
A sera, nella bella stagione, la gente del quartiere Donja si sedeva su questi scogli, sulle piattaforme dalle quali si lanciavano i ragazzi. Ed erano chiacchiere, caffé e bicchieri luminosi di zilavka, il vino bianco delle colline di Citluk e delle piane mostarine. Pensate: è stato un agronomo musulmano a salvarne, anni fa, i vitigni. Il padre di Hamiza osò gettarsi un’ultima volta nelle fredde acque della Neretva che aveva più di cinquant’anni. E l’uomo dei burattini, oggi, ha una voglia matta di provarci ancora una volta.
Il lungofiume del bazar
Dissolvenza di immagini. Il primo e l’ultimo saluto di ogni viaggio a Mostar è per ‘lui’. C’è, è rinato, è stato ricostruito, è stato più forte della guerra. Il Vecchio Ponte, lo Stari Most, allaccia nuovamente l’Oriente e l’Occidente, le due sponde del fiume, mischia i due mondi, si fa beffe dei confini. E’ più che un simbolo: per questo venne abbattuto dalle artiglierie croate in un fetido giorno di novembre, esattamente quattro anni dopo il crollo del muro di Berlino (un caso?). Per questo è stato ricostruito. Pietra dopo pietra. Venne nuovamente inaugurato in un caldo luglio del 2004. Era (è ancora?) un ponte multietnico: lo aveva progettato, nel 1566, l’architetto turco Hajrudin. Erano i tempi di Solimano il Magnifico. I mastri operai e gli scalpellini arrivarono dalle coste croate di Dubrovinik; le pietre, le bianchissime tenelije, provenivano dalle cave di Nevesinje, altopiani serbi. Dalle sue spallette, da cinquecento anni, si tuffano i ragazzi di Mostar. Un volo di trenta metri. Se non  vogliono schiantarsi sulle rocce del fondale, devono planare nelle acque verdissime della Neretva, devono imitare, cioè, le rondini quando si gettano verso le acque di un fiume per dissetarsi. I ragazzi di Mostar, prima della guerra, facevano un tifo accesso per i tuffatori. Emir Balic, il più celebre, mille e più voli di rondine dal ponte, era ed è venerato come un antico eroe greco. Sono bellissimi i giovani mostarini. E’ bellissima la città. I minareti sono spilli di pietra, i tetti di ardesia scintillano al primo sole, basta un giorno di primavera e ci si spoglia dell’inverno. Si indossano minigonne, si gettano via le scarpe e si esce con infradito ai piedi. Mostar era (è?) perfetta: acquavite e islam, cevapi come cibo comune, tenersi per mano e baciarsi sotto i gelsi, sulle sponde della Neretva. ‘Profumavamo di allegria’, scrive Marsela Sunjic, scrittrice mostarina.
Si prova a sparigliare i confini, a intrecciare davvero i fili del passato con quelli del presente. Peccato, però, che le chiese cattoliche assomiglino a bunker in cemento armato. Non c’è stato nessun amore, nessuna cura nella loro ricostruzione. E’ come se fosse stata dettata dalla paura. Il campanile di san Francesco è una sorta di razzo che vuole soltanto dimostrare di essere il punto più alto della città. E di nuovo, peccato, che i finanziamenti sauditi siano spesso dietro alle attività delle moschee mostarine. Ci si rinchiude a riccio negli specchi maligni degli integralismi.
Altri specchi cercano, però, di confondere le immagini. Ancora le sponde del fiume, è come le Neretva incoraggiasse a vivere. A un passo dal ponte Tito (lo conoscono ancora così i mostarini). Un giardino-terrazza, sedie e tavoli, un bel locale. Candele accese. E’ il Club Aleksa. Quartieri bosniaci della città, da sempre quartieri della bohemia cittadina. Siamo a un metro dal Corso, marciapiedi consumati dalle passeggiate infinite dei ragazzi. Alexandra gestisce questo moderno caffé. Donna serba. Alle pareti, una vecchia foto dell’antica cattedrale ortodossa della città. Non c’è più, distrutta nella guerra. Adesso, dopo quasi vent’anni, è in corso una ricostruzione. Bevo birra Karlovacko. Birra croata. Melting-pot balcanico al Club Aleksa. Sono felice. Alexandra vuole mischiare cultura e gastronomia. Venera il poeta Aleksa Santic, il poeta serbo, un tempo amatissimo dai ragazzi di Mostar. Per anni e anni hanno recitato, suonato, gridato ad alta voce, ridendo e piangendo, il canto per la ‘bellissima Emina’ che, ‘all’ombra di un gelsomino’, nel giardino di un imam, stava con una brocca in mano. Ecco: poeta serbo, canto per una donna musulmana, birra croata, quartiere bosniaco, foto di una cattedrale ortodossa. Un fotogramma di gioia. Almeno uno. Non corteggiamo sempre l’amarezza. E cento metri distante dal club Aleksa, un altro locale. Un ‘centro sociale’. Dedicato ad Abrasevic. Ancora un poeta. Morto giovanissimo. Un Rimbaud balcanico. Luogo per giovani e finti giovani. Luogo storico. C’era anche nei tempi della Jugoslavia titina. Qui l’attore Hamiza ha conosciuto sua moglie. Oggi è rinato, fa ottima musica, dà spazio ai ragazzi. Culla una storia. Bisogna restituire ciò che si è ricevuto: ‘Stiamo cercando un altro mondo, diversi modelli di organizzazione sociale’. Si sta bene sui divani sfondati dell’Abrasevic, nella sua corte urbana e senza trucchi che (volutamente?) indossa ancora i segni della guerra.
Hamiza al teatro dei burattini
‘Don’t forget’, ricorda una pietra ai piedi della gobba d’asino del Vecchio Ponte. Non dimenticheremo. Sul lungofiume dell’antico bazar, un rom suona la fisarmonica e saluta tutti con un sorriso. Il vecchio Safa, barba bianca, ogni giorno vestito di bianco, è seduto, da sempre, immagino, davanti al suo negozio di splendide cianfrusaglie. Noi siamo arrivati davanti al teatro dei burattini. Spettacolo per una scolaresca. Una principessa di legno muove il ventre in un ballo dolcissimo. Non riesco a staccare gli occhi dalla sua danza. Non vedo più i fili che la sorreggono. Un cavaliere la corteggia. Non capisco una parola, ma la magia del teatro incanta. Qualche storia ha ricominciato a fine bene a Mostar. I due burattini si ameranno. Nel piccolo giardino di Hamiza beviamo limonata fresca. I melograni fioriranno fra poche settimane. 
San Silvestro, 22 aprile
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