Letture in cerchio. Guerra. Guardare negli occhi il nemico

Dopo la battaglia di Adi Kwala, Eritrea, giugno 2000


Emilio Lussu, nelle trincee della prima guerra mondiale, non sparò. Non vi riuscì. Ufficiale, militare, interventista, Lussu sta per sparare, i suoi occhi sono dentro il mirino. Ma il nemico, improvvisamente, diventa un uomo. Sta per accendersi una sigaretta. E’ appena passata la marmitta del caffè. E’ mattina di un nuovo giorno. Questa non è guerra, scrive Lussu. E’ un omicidio. Il nemico è un uomo. L’ufficiale italiano ne incrocia gli occhi, ne intravede il tratti del viso. ‘Io non sparo’ e striscia via nella sua trincea. C’è un caffé anche per lui.
Sapete bene che non andò così bene a Piero. Anche lui scorge il nemico nella trincea opposta alla sua. Anche lui vede un uomo. E non vuole ucciderlo, non vuole vederlo morire. La paura è più forte della sua generosità. Della sua umanità. Quell’uomo, con ‘una divisa di un altro colore’, si accorge di essere nel mirino di Piero. Ha paura. E ‘imbracciata l’artiglieria non ti ricambia la cortesia’. Piero non avrà la fortuna di Emilio Lussu. Non potrà raccontare della sua incertezza e del coraggio di non sparare. Piero morirà di maggio.
Gli occhi di un pilota di aereo, decollato da Trapani o da una portaerei nel Mediterraneo (sotto casa, insomma), non vedranno mai il viso dei soldati e dei civili (ditemi, per favore, chi è civile e chi no in Libia. Sono tutti armati), non potranno mai osservare l’espressione, la curva della bocca, i gesti delle mani mentre preparano il tè di chi stanno per uccidere. I bombardamenti in Iraq erano guidati da basi di comando che stavano in Florida. Questa non è guerra, è videogame. Sono geometrie su uno schermo. Non ci saranno cantori perchè non ci saranno Termopili o assedi a Los Alamos. Le guerre, oggi, sono asimmetriche. In Libia non c’è più niente da bombardare. Ci sono solo case, moschee, persone, donne, bambini. C’è solo da disseminare paura, strategia per far mancare qualsiasi appoggio al nemico (un dittatore che fu nostro, carissimo amico). I civili stanno nel conto. Non sono ‘danni collaterali’: in Libia, a Gaza, in Cecenia, in Afghanistan sono obiettivi.
Chi ha una superiorità schiacciante non può aver alcuna giustificazione. Quando chi spara ha la sicurezza di non essere colpito, non sono possibili errori: il pilota centra il bersaglio che gli ordini gli hanno imposto di distruggere. Non è uno sbaglio. E il pilota non potrà mai essere sorpreso dai suoi pensieri come l’ufficiale Lussu. Non vedrà mai Mohamed accendersi una sigaretta. I bambini uccisi a Tripoli, per lui, non sono di carne, occhi, pianti, giochi: sono immagini virtuali di un computer. Chi spara per i vicoli di Misurata, oramai lo fa a caso: una sventagliata di kalashnikov senza nemmeno vedere dove sono finiti quei colpi. Le guerre non possono più essere vendute come coraggio. Non possiamo aspettarci nessuna pietà, nessun ripensamento, nessuna umanità da un pilota d’aereo.
Ci è capitato, in una notte di guerra a Nablus, di finire nelle mani dell’esercito israeliano. Per una notte siamo stati sequestrati dai soldati di Tzahal, le forze di difesa (difesa?) di Tel Aviv. Fucili mitragliatori puntati su di noi. Prigionieri. Mentre fuori dalle mura nella stanza in cui eravamo rinchiusi si combatteva. Adesso, a tre anni di distanza, ricordo i ragazzi (i soldati sono gente giovane, sono uomini giovani, sono i tuoi figli, gli amici di tuoi figli, viaggiano in autostop) che stavano decidendo della nostra vita. Erano travestiti da Rambo, sembravano immensi. Però sudavano, puzzavano di fatica, di ansia, di bibite gassate. Di paura. Erano pallidi. I loro occhi si muovevano di continuo. Azzardo? Erano più spaventati di noi. In fondo eravamo in territori palestinesi. A loro volta, loro si sentivano prigionieri.
 Ricordo benissimo, dopo una notte di guerra, quando vollero andarsene. Ci obbligarono a uscire davanti a loro. Ci trasformarono in scudi umani. In quei momenti azzeri in pensieri. C’è da fare una cosa e la fai. Non so per quale ragione, guardai negli occhi il ragazzo che mi dava ordini. Potrei giurare che stava tremando. Aveva guanti neri che lasciavano scoperte le dita. Il fucile doveva essere pesantissimo, lo appoggiava a terra di continuo. Lo guardai davvero negli occhi e con un gesto d’istinto gli detti la mano. Lui ebbe un sobbalzo di sorpresa. Non se lo aspettava. Quasi si ritrasse. Ma, anche lui, ebbe un istinto. Accettò la mia stretta di mano. La sua (e sicuramente anche la mia) era umida, quasi bagnata dal sudore, molle, unta, forse addirittura tremolante. Non ci saremmo mai più rivisti. Ma, per un attimo, solo per un attimo trovammo la sorpresa dell’umanità. Guardare negli occhi il nemico. Aprii la porta, feci un passo. Nessuno sparò. I soldati-ragazzi corsero via lungo le scale.
San Casciano, 12 maggio

A Torino, allo Spazio Opi, proseguono le ‘letture in cerchio’ dalle quali sono nati questi pensieri sulla guerra. Lunedì prossimo, 16 maggio, letture e parole attorno alla paura. Per saperne di più: www.paroleattorno.wordpress.com 
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