Hammangi

Il cimitero di Hammangi a Tripoli

La guerra in Libia non merita più nemmeno un articolo di giornale. Cancellata. E’ diventata routine. Come le tragedie dei migranti in mare. Il millennio dell’informazione totale azzittisce l’informazione. La fa diventare rumore di fondo.
Un articolo, però, sui giornali di ieri c’era. E allora leggo che hanno fatto irruzione al cimitero italiano di Tripoli. E’ conosciuto come Hammangi. Una volta qualcuno mi spiegò che si poteva tradurre con ‘Bagno Turco’. Non ne sono così sicuro, c’è assonanza, è vero, ma non mi torna. Chi ha assalito il cimitero? Bande di uomini fedeli a Gheddafi. Alla ricerca di un luogo simbolo sul quale rovesciare la propria rabbia per l’assedio e la fine vicina.
Leggo che Bruno, 77 anni, l’uomo che ha salvato questo cimitero, uno dei pochissimi italiani rimasti a Tripoli (ha rifiutato l’evacuazione quando tutti se ne andarono a marzo), era riuscito a portare a casa almeno l’archivio degli oltre seimila uomini e donne sepolte in quel cimitero.
Non so come definire il cimitero di Hammangi: non è solo un cimitero dei cristiani di Libia. Negli ultimi anni ha accolto i corpi dei migranti, di chi è annegato nel tentativo di raggiungere l’Italia, di chi non era di religione islamica. Ma qualcuno ha chiesto la religione a senegalesi, cinesi o nigeriani sepolti qua?
Sono entrato la prima volta al cimitero di Hammangi molti anni fa. Allora era in rovina. I sepolcri erano spezzati, lapidi in frantumi, ossa disperse. Era stato abbandonato dopo che gli italiani, nel 1970, erano stati cacciati, da un giovane Gheddafi, dalla nuova Libia rivoluzionaria. Furono passi nella malinconia.
Gli ossari del cimitero di Hammangi
Molti anni dopo un amico mi ha convinto a tornare ad Hammangi. Aveva appena scritto un racconto sul cimitero e sull’impresa compiuta, in solitudine, da Bruno e da sua moglie Nura. Il cimitero adesso era custodito. Grandi restauri erano stati compiuti grazie a finanziamenti del governo italiano e al consenso della Libia. Era stata restituita dignità a questo luogo. E il merito era tutto di Bruno e di sua moglie. Che avevano ricostruito le storie di tutti gli italiani che lì sono sepolti. Avevano consentito ai parenti di rintracciarli. Avevano dato pace alle loro ossa. Bruno parlava con questi morti. Era come se, e non sembri assurdo, li avesse salvato la vita oltre la morte. Aveva donato una memoria a chi era stato dimenticato.
Adesso l’assalto e la nuova devastazione.
Ecco, un altro effetto collaterale di questa guerra. L’odio di chi vede il suo mondo, quello creato da Gheddafi, sgretolarsi e non può che prendersela che con i simboli o con i deboli. Che spreco è il rancore. 
Leggete il racconto dedicato ad Hammangi e a Bruno nel bel libro di Luca Cosentino nel bel libro pubblicato da Terre di Mezzo: ‘Da Tripoli al Messak’. E’ la storia di una Libia che sta scomparendo sotto la guerra.
Bruno aspetta Luca all’ingresso del cimitero:
‘…..Bruno mi attende seduto su una vecchia panchina, accanto alla moglie. Sarà lui ad accompagnarmi in questa visita ed a raccontarmi le vicende di questo cimitero e delle persone qui sepolte. Bruno infatti lavora qui da quasi 20 anni ed è grazie a lui che è stato possibile portare a termine questo progetto di risistemazione, apparentemente un normale progetto di edilizia civile che però ha avuto in questo caso dei risvolti davvero fuori dal comune. Si doveva lavorare infatti su un terreno devastato, dove i corpi affioravano tra gli sterpi e i riferimenti erano del tutto smarriti. Occorreva ricostruire la geometria originale del cimitero, ritrovare le file e le tombe, riconoscere i corpi, risistemare le spoglie in nuove cassette, provedere alla classificazione e all’inumazione nei nuovi ossari. Mentre beviamo un thè verde all’ombra dei grandi eucalipti dell’ingresso, Bruno racconta come la parte più complessa sia stata proprio quella di dare un nome a tutti i corpi ritrovati sopra e sotto terra. Un lavoro durato anni e realizzato a partire da deboli tracce, una croce ancora in piedi, una bara con un nome, dei vecchi registri nell’ufficio amministrativo. Un’incrocio di dati e informazioni da far coincidere, come un’interminabile sciarada.
Bruno ha svolto questo compito immane con incredibile tenacia, aiutato solo dalla moglie e da un pugno di operai egiziani pagati alla giornata dall’ambasciata italiana. Per quasi vent’anni ha consacrato tutto il suo tempo libero a questo progetto, senza che gli fosse stato richiesto e senza essere pagato. Quando gli si chiede perchè abbia fatto tutto questo, lui risponde con disarmante semplicità che è solo compassione per quei poveri corpi di italiani morti lontano dal suolo natío e dalle proprie radici. Compassione per chi, come lui, non ha vissuto mai in Italia ma è italiano e deve aver diritto ad un fazzoletto di patria attorno alle proprie spoglie. Parole che esprimono un’idea comune eppure toccante, un concetto che suona nobile anche a chi, come me, è abituato a diffidare della retorica che sempre si associa al concetto di patria…’.
I guardiani egiziani sono fuggiti. Spero che siano tornati nel loro paese. Per Bruno e Nura, ora, è troppo pericoloso raggiungere ogni giorno il cimitero.
San Silvestro, 6 giugno
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