Dallol, il Monte degli Spiriti


Hussein fra i laghi di Dallol
Dallol è vicino ad Ahmed Ela. I turisti vengono fino a qua per Dallol. Più che per la Piana del Sale o il villaggio dei cavatori. E’ il mito della bellezza di Dallol a convincerli ad affrontare un viaggio colmo di disagi. Sono le foto più che conosciute a essere sirena per i viaggiatori distratti.
Non occorrono trucchi per raccontare Dallol, il ‘Monte degli Spiriti’. Stiamo andando verso un luogo che non dovrebbe esistere. Un luogo che inganna e si maschera. Chi è arrivato fin qui, sa che cosa l’attende. Ognuno di noi, a bordo dei nostri disonesti fuoristrada, ha già visto cento immagini di questa collina che bluffa nascondendosi dietro un aspetto insignificante. Mica per niente è stato inventato Internet: nella rete i geysers di Dallol non smettono mai di sbuffare. Dallol, fra i viaggianti dell’Africa, è celebre come la Tour Eiffel. E’ una meta.
Siamo pigiati nelle macchine. Ci sono i soldati della scorta, le mie gambe sono incastrate contro la stoffa ruvida dei pantaloni di un militare. Che, naturalmente, ha occhiali a specchio e sta immobile come una sfinge. Mezz’ora di viaggio da Ahmed Ela. Piccolo spostamento, grande differenza. Cambio di geografie. Passiamo da un villaggio costruito con la fatica dei cavatori ai paesaggi sempre immaginati di Dallol.
Marciamo su una crosta salina che diventa color della ruggine. Mosaico di ossidazioni, direbbero i geologi. Acqua carsica che fa emergere le tinte forti dello zolfo, del ferro, di altri minerali. Asfaw è ben attento a non abbandonare la pista tracciata da decine e decine di veicoli che ci hanno preceduto. Qui lo spessore superficiale della Piana del Sale si assottiglia fino a creparsi. Il magma sotto i nostri piedi borbotta nervosamente. Il fuoco sotterraneo non è distante. Le macchine potrebbero sprofondare dolcemente in una fanghiglia di sale, gesso e potassa. Silenzio. Nessuno parla. L’emozione è diventata silenzio. Ognuno se ne sta con i suoi fragili pensieri, si calmano perfino i display delle macchine fotografiche. Il confine con l’Eritrea è a un passo. Il cielo è una lamiera. La crosta salina si arrossa, si crepa, si arriccia fino a spezzarsi. Gli esagoni del sale, qui, sono perfetti. La piana è una risacca marina cristallizzata: è come se le onde fossero andate a sbattere contro la collina di Dallol e fossero tornate indietro. I nostri occhi guardano avanti. Cercano. Non vedono. Da lontano, Dallol  non ha alcuna grandezza. La collina non ha glorie, non ha asperità. Non ha nemmeno bellezza. E’ sfiancata. E’ come se qualcuno avesse lasciato andare sul tavolo di marmo un impasto di farina troppo liquido e lo avesse dimenticato lì. Si è solidificato così. Sopra il forno. Gli spiriti di Dallol hanno lo stile di chi sa nascondersi. 
San Casciano, 20 giugno. Attorno ad appunti scritti in un giorno di febbraio
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