Libia/L’Eni fa finta di nulla, immagino

Una delle stazioni del gasdotto Eni in Libia

Anniversario di poco conto, in fondo. La memoria è roba breve nei nostri tempi. Anniversario di parole solenni di Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni. Se ne sarà già dimenticato. La scorsa estate, a luglio, trovò il tempo di sostenere, con orgoglio, che la nostra compagnia petrolifera sarebbe rimasta in Libia fino al 2045. Che nei dieci anni precedenti erano stati investiti 50 miliardi di dollari. “Il Nord Africa è un’area assolutamente chiave nella nostra strategia”, affermava Scaroni. Pessimo profeta, l’ad dell’Eni. 
Certo nessuno sarebbe stato capace di prevedere l’inferno nel quale è affondata la Libia. Aspettiamo però che Scaroni ci dica quale è adesso la strategia dell’Eni. Che si fa dopo che siamo stati cacciati dai pozzi libici? Dai deserti e dai mari libici arrivava o no il 35% del nostro fabbisogno petrolifero?
Sorprendente, a modo suo, è il primo ministro libico, al-Bagdadi al-Mahmoudi, fedele a Gheddafi (sorprendente per chi non ha dimestichezza con la Libia). A dar retta alle notizie (occidentali) che arrivano dai fronti della guerra, i ribelli di Bengasi stanno provando una nuova offensiva. Ma la guerra di Libia rimane indecifrabile sul terreno. Niente è verificabile e 15mila missioni Nato non hanno ancora sconfitto il rais di Tripoli. In questo frangente al-Mahmoudi ha trovato anche il tempo di chiudere per sempre la storia di amore e soldi che, fin dagli anni ‘50, ha legato l’Eni alla Libia. E, negli ultimi quaranta, la compagnia petrolifera direttamente a Muammar Gheddafi. Un matrimonio di interessi che appariva indistruttibile. ‘E’ finita’, ha detto il primo ministro libico. Finita ogni intesa, cancellato ogni accordo, fine di una storia. Sarebbe ben strano il contrario: l’Italia è in guerra con Tripoli. Come dare torto ad al-Mahmoudi: ‘l’Italia ha violato un accordo di non-aggressione siglato appena tre anni fa’. Dall’amore all’odio. Quindi, se Gheddafi non scomparirà dalla scena politica, l’Eni non rimetterà mai più piede in Libia. Il bello è che i ministri italiani replicano. E il ministro degli esteri Frattini mostra anche i muscoli: ‘Siamo noi che non vogliamo più fare contratti con Tripoli’. In Libia si devono essere presi paura. Scaroni, questa volta, tace. La borsa se ne frega e le azioni Eni rimangono stabili.
Dovrebbero anche mettersi d’accordo sui soldi il primo ministro libico e l’amministratore dell’Eni. Scaroni dice di aver investito 50 miliardi, al- Mahmoudi si ferma a 30 miliardi. Mancano venti miliardi. Speriamo che poi non ci sia una causa per il divorzio. 
Di cosa si sta parlando? Da cinque mesi i pozzi petroliferi sono fermi, il gasdotto è chiuso (a proposito, quanto possono stare queste infrastrutture senza manutenzione?). Ma, forse, non è così vero: 50mila barili al giorno vengono pur prodotti e servono a dare elettricità a Tripoli (paradosso della guerra). E le tubazioni petrolifere, che si sappia, sono stati attentamente risparmiate dai raid Nato. 

La guerra di Libia rimane un rebus. Nessuno può dire quanto ancora durerà e cosa rimarrà dopo i bombardieri saranno tornati nei loro aeroporti. Intanto è passato il 14 luglio (festa nazionale francese e Sarkozy non ha avuto il suo regalo) e sta avvicinandosi Ramadan e il primo settembre, 43esimo anniversario della presa di potere da parte di Gheddafi.
Padova, 16 luglio
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