Dominicana/La frontiera

Il lago Azuei sta divorando la frontiera fra Haiti e Domincana

Il lago Azuei, lago Saumatre, lago Salmastro, si fa beffe di chi, tre secoli fa, in una città olandese, mise una carta su un tavolo e decise di spezzare in due l’isola. Oggi le acque del lago stanno crescendo e annegano la frontiera. Centimetro dopo centimetro il lago sale le pendici delle colline, cancella la strada più importante fra Haiti e Dominicana, irride gli uomini che mettono argini, sommerge depositi, case, posti di guardia ancora in costruzione. Gli uomini di quel trattato di spartizione di terre colonia credevano che la geografia fosse immutabile.
Ne andranno di mezzo contadini e donne. Perderanno terreni e le radure polverose del mercato che, due volte la settimana, da l’illusione che nessun confine divida l’isola. Questa frontiera inchioda due mondi: neri da una parte e ‘bianchi’ dall’altra, gente che parla francese a occidente e spagnolo a oriente. Calcio e baseball, a voler essere gentili. Inferiori e superiori, ad ascoltare le parole nei bar. Razzismo profondo. Diffidenze. Insicurezze. Paradiso e inferno. Da un lato l’attesa di vita scavalca i 70 anni, dall’altro supera a mala pena di 50. I numeri sono una cortina che illude, ma nella terra dei neri il reddito pro-capite sta sotto i 500 dollari all’anno. Nella metà (che sono i due terzi dell’isola) sfiora i tremila dollari. Ora un lago vuole fare giustizia di ogni differenza.
Terra di Haiti, verso Malpasse
I soldati dominicani hanno divise da militare del deserto. Mimetiche chiare e occhiali a specchio. Niente foto. Aprono e chiudono un pesante e brutto cancello di ferro. Penso alle tecnologie dei check point di Israele. Tutta qui la frontiera principale fra i due paesi? Un cancello per arginare l’inondazione degli uomini e delle donne di Haiti? Due soldati alla Rambo che tengono le mani su sbarre di ferro?
Port-au-Prince, sbrindellata capitale haitiana, è a poco meno di un’ora di strada. Dall’altra parte del cancello, i soldati sono guerrieri Onu. Peruviani piccoli e impettiti da un giubbotto antiproiettile e appesantiti da armi e manganelli. Girano a coppia. Devono avere un caldo da forno sotto quella divisa da robot che sono costretti a indossare. Perfino l’elmetto blu hanno in testa. Camminano con movimenti a scatti e se ne stanno lì. Attorno il mercato: riso di aiuti internazionali, rum di contrabbando, buscones in cerca di prede, piccoli ladruncoli dall’aria di avvoltoi, donne che friggono, uomini dalle grandi pance seduti su sedie di plastica non perdono di vista un solo movimento, appaiono sorprendenti ragazzetti americana dall’aria di studenti con vistose magliette gialle, sembra una scolaresca in gita, altri uomini sono appoggiati alle fiancate di auto e pick-up, pistola infilata nei pantaloni, haitiani dall’aria truce e dal corpo felino provato dalla fatica vanno al lago da lavarsi dall’ultimo lavoro da due pesos che hanno appena finito. 
Frontiera. Facciamo appena due passi nella polvere di Haiti. E ci dicono che è meglio ritornare oltre il cancello.
Sull’isola, 8 agosto 
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