Dominicana/La bambina di Cristina

Davanti alla chiesa del batey 2
Cristina dà alla luce una bambina prematura. A leggere il foglio color giallo dell’ospedale di Barahona la bambina, anche lei chiamata Cristina, non è sopravvissuta. Aveva la sifilide, è morta di insufficienza respiratoria.
Ci fermano davanti alla chiesa di mattoni e paglia del bateye 2. Al di là della strada, un vento serale muove la canna da zucchero. Questa notte abbiamo deciso di dormire nella casa parrocchiale, ai confini del bateye 5. Ma un piccolo gruppo di persone ci ferma e racconta la storia di Cristina, haitiana sin cedula, senza documenti. Tutto è accaduto tre giorni fa.
Ci dicono che Cristina è andata all’ospedale da sola. La bambina è nata, lei l’ha vista. Era viva. Ma poi hanno preteso la sua cedula. Cristina ha spiegato (chissà in quale lingua? Parla due parole di spagnolo, conosce solo il creolo, non sa né leggere, né scrivere) che il padre della bambina aveva i documenti. Ha avuto paura. Che la deportassero ad Haiti. Ha lasciato la figlia all’ospedale ed è tornata alla baracca del bateye. Trenta e più chilometri lontana. Quanto ci ha messo? Come è tornata? Costa viaggiare sui furgoni collettivi e ci sono check-point: i soldati puntano gli haitiani senza documenti, li svuotano le tasche.
Ma Cristina è tornata, ha convinto l’uomo, un haitiano magro e dall’aria spaventata, ad andare all’ospedale. Lui è andato. E qui gli hanno detto che il figlio (ma non era una bambina?) è morto. Non ha visto il corpo. Hanno riempito il foglio giallo ed è finita lì. L’uomo è tornato al bateye. Poi ha deciso di raccontare la storia all’animatore della chiesa. E questo uomo senza denti è venuto a cercare padre Pablo.
Crocchio di persone, difficile capire. Troppi intoppi nella storia. Troppe contraddizioni. Nemmeno il padre sa leggere e scrivere. Il medico ha scritto ‘sifilide’ e ha lasciato andare via tutti?
Padre Pablo comincia a telefonare. Il suo dubbio è chiaro: traffico di bambini. Ma nessuno ha certezze. Chiama la radio della diocesi, radio Enriquillo. E racconta in diretta, dalla radura di fronte alla chiesa. Fa parlare l’uomo. Le ragazze là attorno gridano di restituire la nina. Ma per loro appare un gioco. Cristina sta dietro a tutti. Invecchiata, muta. Un asciugamano azzurro a coprire la testa. Gira le spalle. E se ne va. Padre Pablo dice di tornare all’ospedale. Spera che le parole trasmesse dalla radio muovano il fiscal che si occupa dei bambini. Poi ce ne andiamo via tutti. La nostra macchina si riempie di ragazzi che vogliono un passaggio. Cantano e scherzano.
Come faccio a scrivere questa storia così normale, così assurda, così incomprensibile, così feroce? Così falsa, così vera. Così inutile, e che, ancora una volta, Dio mi perdoni. Anche Cristina, donna senza futuro, è un volto della modernità. Quello che non vogliamo né vedere, né sapere. Quello che domattina dimenticheremo. Perché al di là della nostra ragione di gente ‘occidentale’.
Sull’isola, 11 agosto
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