Dominicana/Frammenti di un mondo nel quale mi sono smarrito

Le mani del picador de cana

Ci dice il responsabile delle risorse umane del Consorzio, la multinazionale delle zucchero del Sur Profondo dell’isola lontana dal mare: ‘Non ci sono più migranti illegali nelle piantagioni. Abbiamo contratti con i braceros che ci servono. Vengono tutti con un carnet. A fine raccolta, vengono riportati ad Haiti’.
In giro per il Bateye Nueve, bateye malmesso. Alcune stanze del barracone sono diventate case. Ci si infilano dentro famiglie. Devono essere state autorizzate da qualcuno. Il barracone appartiene al Consorzio. Alcune porte sono chiuse da lucchetti. ‘Le chiavi le hanno le guardie. Qui dormono i Kongose quando vengono da Haiti. Dodici per stanza’. Vengono ancora? ‘Arrivano a dicembre con la raccolta della canna’.
Bolivar
Ha un nome importante, il vecchio. Bolivar, si chiama. I suoi pantaloni sono intrisi di sudore e fatica. Penso ad Andrès che mi ha detto: ‘Il sudore di un uomo si rispetta’. Da quattro ore sta tagliando la mala hierba in un canneto che deve ancora crescere. ‘Lavoriamo solo mezza giornata. Cento pesos’. Meno di due euro. Puoi comprare qualche platano, difficile sfamare la tua famiglia di otto persone. Bolivar non dice altro, taglia a capo chino. Comanda una squadra di quattro braceros a giornata. Stanno piegati in due per ore. Devono finire le linee delle canne prima delle dieci. Scatto alcune foto. Hanno detto che potevo farlo, non hanno smesso di tagliare un solo secondo.   

‘Il sudore di un uomo si rispetta’
Perfino le guardie, con il loro fucile a pompa tenuto con distrazione appeso alla spalla e la loro divisa pulita, si lamentano della cattiva paga.
Il direttore della scuola di Cuchilla mi assicura: ‘Le uniformi degli alunni sono gratuite. Gliele dà lo Stato’. Non sono ancora arrivate, le scuole sono deserte. Senza uniforme e senza scarpe non si può andare a scuola.
Mi dice una madre: ‘Non abbiamo i soldi per comprare le uniformi a tutti i nostri figli. Costano molto care’.
Il diserbo
Hanno dato fuoco a vecchie gomme e messo grandi pietre in mezzo alla strada. Una huelga. Un protesta degli abitanti del bateye tre. E’ il solo mondo che qui hanno di protestare. Interrompere una strada, almeno qualcuno se ne accorge. Questa volta è per l’acqua. Sono venuti con una ruspa e hanno sepolto sotto una coltre di terra un tubo rotto dal quale sgorgava acqua. La gente, senza acqua nel cortile di casa, si lavava lì. E ora dalle cannelle davanti alle baracche sbuca acqua ‘color dei rospi’. E allora si bruciano gomme e si tirano sassi sulle macchine. ‘Sono brutta gente, quelli del bateye Tre’, si affrettano a dirmi al bateye Quattro. Al bateye Nueve guardano altrove mentre spiegano: ‘Quelli del bateye Otto ci trattano come cani’.
Dopo venti giorni a camminare nella polvere e nel fango dei bateyes non ho alcun filo in mano. Solo nastri sfilacciati, pezzi di stoffa sbriciolata sotto un sole irritante. Una banda di ragazzini pesca con ami di ferro là dove il canale di irrigazione è una fogna. Nascondono i lombrichi nelle mutande.
Domani andremo a Nord. Via dal Sur Profondo. E io non ho capito né il bene, né il male. Né il giusto, né l’ingiusto. E pensare che da qui sono passati legioni di sociologi, antropologi, registi, fotografi, scrittori, cooperanti, ngo di ogni tipo. Tutti hanno scritto, alcuni si sono fermati. Qualcuno è ancora qui. Ci sono migliaia di pagine che raccontano i bateyes. Io intuisco che il mio modo di pensare è inutile fra queste baracche. Quante verità ci sono in questo angolo di una insopportabile modernità del mondo?
Sull’isola, 19 agosto
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