Dominicana, Haiti/ Deviazione per l’Africa

El Corte


El Corte. Haiti. Nativity Village. Operacion Star Fish. E’ tutto scritto nel grande cartello davanti alla prima casa. ‘Dar da mangiare ai più poveri’, questa è l’operazione Star Fish. Attorno una frotta di bambini dal volto incupito e gli occhi che fuggono. Molti nudi. Si aggruppano, ma non provano ad accerchiarci, si fermano a pochi metri di distanza e stanno lì. A guradarci. E noi a guardare loro. Poche donne. Molte incinte. Nessun uomo. Forse migranti in Dominicana. Forse al lavoro nei campi. Benvenuti in Africa. Benvenuti ad Haiti. Benvenuti in un villaggio solitario che ha lo stesso nome con il quale è conosciuto el masacre, il massacro di ventimila neri haitiani del 1937. 
Il bambino magico del Corte
La Carrettiera Internacional è una mulattiera di confine. Un ponte malsicuro attraversa il fiume Artibonito e siamo ad Haiti. Senza esserci veramente. Non c’è posto di frontiera, non un solo militare o poliziotto haitiano. Nessun controllo sulla frontiera. Solo due soldati dominicani, giovani e infelici di essere lì, che ci dicono di stare attenti e ci convincono a prendere un loro collega con noi. ‘Per sicurezza. Di là è Haiti’. In realtà, il soldato aveva bisogno solo di un passaggio.
Il rio Artibonito, frontiera fra Dominicana e Haiti. Il soldato Mateo.
Sessantacinque chilometri di pista di frontiera. Tutti dal lato haitiano. Il mondo cambia davvero. La geografia cambia. La natura cambia. Dal lato dominicano, foreste e campi coltivati, scuole e caserme, qualche grande villa nascosta fra gli alberi. Dal lato haitiano è facile essere ingannati dalla bellezza del paesaggio. Non c’è un solo albero, non un solo cespugli. Niente di niente. Arbusti provano a crescere sulle pendici scoscese di montagne ripide tagliate da campi sui quali non cresce niente. E’ un deserto Haiti. Un deserto tinto di verde in questi mesi di stagione delle piogge. Altrimenti il colore è ocra disseccata. Una savana di alta quota. Hanno bruciato tutto. Ma qui attorno non ci sono abitanti. Per chilometri e chilometri viaggiamo senza incontrare nessuno. La strada è magnifica. Sfiora dirupi e precipizi, scansa frane recenti, serpeggia lungo montagne scintillanti al sole. In fondo ai valloni, mille metri più in basso, fiumi dai colori del fango.
Dominicana

Haiti
All’improvviso appare El Corte. Africa. Case fabbricate da qualche progetto di cooperazione o da qualche sovvenzione di governo. Tutte uguali. Desolate. Nemmeno un albero che le protegga dal sole. Il silenzio è il suono di fondo del Corte. Hai solo voglia di andartene da qua. Un Africa che non sa di esserlo.
La quema in un piccolo bananeto
La strada continua. Alcuni contadini si arrampicano su campi ripidissimi. Non c’è una sola pianura da queste parti. Bisogna coltivare su pendenze sulle quali è difficile perfino stare in equilibrio. Si bruciano gli arbusti per liberare spazio per i fagioli e per magri bananeti. Piccoli incendi si inseguono sulle montagne. Due ragazzi trascinano un ramo trovato chissà dove.
Alla fine appaiono alberi di mango. Un villaggio che vive della loro raccolta. Ragazzini nudi e uomini siedono ai bordi della strada, un paio di motorette. Tutti mangiano un mango e la polpa scivola sulle mani. La natura sembra ravvivarsi. Ci sono alberi, boschetti, campi di fagioli. Ecco il villaggio di Santa Maria. Parlano solo creolo. Lingua a noi sconosciuta. L’Africa ha un sobbalzo di vivacità. C’è un mercato da qualche parte. Ma c’è un’aria di tristezza irrimediabile. Oppure sono solo le mie sensazioni.
Santa Maria
Adesso le montagne sono più popolate. C’è un posto militare. Un soldatino. Sacchi di fagioli alle sue spalle. Ci dice: questo è territorio internazionale. C’è solo la bandiera dominicana. In realtà dovrebbe essere la frontiera fra Haiti e Dominicana. Poco più avanti c’è un mercato binazionale: haitiani e dominicani addossati nel caos di centinaia di bancarelle. Il business di sopravvivenza (e non solo: qui passano uomini e narcotraffico) è più forte della follia di questo confine. La frontiera è irreale: ora dalla parte dominicana c’è una foresta di pini caraibici, dal lato haitiano qualche albero prova a sopravvivere. File di uomini e donne percorrono sentieri scoscesi per tornare alle proprie baracche. Ore di cammino. Dicono che si cammina con le scarpe in mano, per non consumarle.
Altro chequeo militare. Ci ritirano il permesso che ci avevano dato per percorrere la carrettera. Ora siamo in Dominicana e la natura riprende il sopravvento tropicale di alta quota. Di nuovo, ville di legno sorprendenti. L’Africa è tornata lontana.
Sull’isola, 20 agosto
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