Dominicana/L’otto volante di Dajabon

L’apertura della Frontiera
Un uomo versa acqua e cloro sul ponte dove dovranno passare, a passo di corsa, trentamila haitiani. I soldati osservano decine e decine di persone che scivolano nelle acque del fiume Masacre e passano, senza varcare una frontiera, il confine fra Haiti e Dominicani. Sono attesi da tigres haitiani che gli estorceranno soldi per quel passaggio anzi tempo.
Il cancello. Sopra

Il cancello. Sotto
Giorno di mercato a Dajabon, frontiera fra il paese dei ‘bianchi’ e il paese dei ‘neri’. Venerdì e lunedì, la finzione perfetta del confine raggiunge la sua apoteosi. Spettacolo da non perdere. E da prendere sul serio: raccontano che qui girano due milioni di dollari nei giorni del mercato. Questo mercato è l’economia delle regioni del Nord dell’isola doppia. Ci sono uomini e donne con secchi colmi di pesos. Si vendono tondini di acciaio, cemento, riso degli aiuti internazionali ad Haiti, cellulari, vestiti e scarpe della Caritas, rum, carne, pentolame, pasta, cianfrusaglie di ogni genere, polli, patatine Palito, camice, reggipetto, platanos…..tutto, si vende tutto al mercato binazionale. Che dovrebbe essere binazionale: in realtà lo spettacolo è sulla sponda dominicana (e Dajabon incassa le imposte dai tremila e passa mercanti), i mercanti (quelli potenti) sono dominicani. Mercato degno di Macondo. Tanto è matto.
Sappiamo che la nostra presenza, con le macchine fotografiche, è un antidoto alla più sfacciata corruzione. Ma i tigres non ce la fanno e alla fine taglieggiano sotto gli occhi di tutti chi vuole raggiungere il mercato senza aspettare l’apertura del cancello. I soldati fanno finta di severità in nome dei bianchi stranieri che stanno lì a non fare un bel niente.
L’apertura del cancello
Fin dall’alba, migliaia di haitiani si pigiano, con ordine confuso, accalcato e perfetto, contro il cancello della frontiera. L’uomo del cloro continua a disinfettare (c’è colera ad Haiti), clandestini-non clandestini continuano a passare dal fiume sotto il ponte per fare gli affari per primi. Gli altri aspettano. Poi, un soldato scioglie la catena e allora è la partenza di una gara impossibile. E’ una fiumara saltellante quella che si riversa sulla sponda domicana. Un’esplosione. Impressionante, ma quasi festosa. Donne con le sedie in testa, vecchi con sacchi intrasportabili sulla schiena, gente con le carriole, con i carri, con casse con le ruote. Un’alluvione. Ragazze con borse piene di mutande. Giovani che sembrano maratoneti. Uomini dai muscoli d’ebano spingono carretti con il ghiaccio: blocchi di ghiaccio coperti da segatura trasportati dalla Dominicana ad Haiti. Dove andranno? Non si scioglieranno prima di arrivare. Nemmeno il ghiaccio si produce ad Haiti? Sudore che cola a fiotti. 

Di corsa verso il mercato
Di corsa verso il mercato. Sacchi galleggiano sulle teste. Molti sono carichi all’inverosimile. Ma, assurdo per assurdo, c’è un ordine in questo disordine. Ci sono regole in questo purgatorio affollato di migliaia e migliaia di uomini e donne. Curva secca dopo il ponte, una inversione a U, la strada che si stringe e pigia-pigia di corpi che sognano di arrivare alle prime file del mercato.

Scesi dal ponte, verso il mercato
 L’Unione Europea non ha trovato di meglio che progettare un nuovo mercato sulla sponda dominicana. Sta costruendo un edificio a due piani. A guardarlo così sempre un’immensa fesseria. Due piani? E come salire con tonnellate di sacchi al secondo piano? E chi ci andrà al secondo piano? E tutto questo oceano di informale che si beffe dei confini (ma che esiste perché c’è un confine, perché le merci hanno valori diversi fra Haiti e Dominicana) entra per davvero nel nuovo mercato pensato da un architetto europeo. Perchè non fare un mercato che sia davvero binazionale: su entrambe le sponde del fiume?
Ci sono poi gli uomini e le donne che approfittano del mercato per ‘sparire’. Non rientreranno ad Haiti. Ci sono case dove finiranno nascosti. I buscones, mediatori di uomini, sono al lavoro. A notte, poi i nuovi migranti svaniranno verso cantieri delle costruzioni o lavori nei campi nell’Est dell’isola.
Tormenta tropicale sul mercato
Alla fine, su questo teatro del non-credibile (eppure così reale che non lascia spazio ad alcuna fantasia: Macondo esiste), piomba l’avanguardia dell’uragano Irene. Il mercato è travolto da una tormenta tropicale. Ma non si interrompe, si assembra sotto teloni e lascia scorrere fiumi di acqua e fango. Borseggiatori in azione, sento frugarmi nelle tasche da una mano quasi cortese. Rispondo con una pacca sulla spalla all’uomo. Ci guardiamo per un attimo. Siamo fradici di una pioggia calda e violentissima. Ma se dicessi che, allo stesso tempo, non mi sento bagnato e che continuo a camminare nel mezzo del mercato? Forse davvero la frontiera è una pantalla. Uno schermo. Un film attorno all’umanità.
Sull’isola, 22 agosto
print

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.