Etiopia/New Lalibela

La chiesa di Beta Rafael e Gabriel 

Ci sono centotrenta guide ufficiali a Lalibela. Seicentocinquanta fra preti e diaconi. Ventimila abitanti. Un pulviscolo fitto di negozi di souvenir. Problemi di acqua: le casupole del vecchio villaggio di montagna non sono certo allacciate all’acquedotto che va fino a fiumi lontanissimi pur di garantire, precariamente, docce e sciacquoni ai turisti. Lalibela, cuore antico dell’Etiopia, straordinario complesso di dodici basiliche rupestri, una delle meraviglie del mondo.

La copertura delle chiese di Lalibela
Ma non ci sono più eremiti imprigionati in una vita di preghiera e trance nelle cavità sospese nelle rocce attorno alle chiese. Cacciati dalle carovane del turismo internazionale. Non aveva senso dedicare la propria vita da vecchi alla solitudine in mezzo a migliaia di bianchi in visita. L’Unesco ha deciso di salvare le chiese di Lalibela, ma l’unica soluzione trovata è una copertura spaziale delle basiliche, un’arditezza architettonica, che le fa assomigliare a un colossale distributore di benzina, sorretta da giganteschi pilastri di ferro e immensi contrappesi: le chiese si sono trasformate in aeronavi, illuminate nella notte come un irreale cento commerciale.
Il prete Mellese al cellulare a Beta Maryam
La chiesa ha istruito i preti. Ora quasi tutti, anche coloro che, come il vecchio Mellese, hanno trascorso trent’anni rinchiusi dentro Beta Maryam (e suo padre prima di lui per altri quaranta anni), parlano tre parole di inglese e, appena vedono una macchina fotografica, indossano occhiali scuri e tirano fuori dalle vesti stracciate una croce. Si mettono in posa con faccia seria e mistica. Ho sorpreso Mellese cercare, fra le sue vesti aggrovigliate, un cellulare. Lo tiene assieme alla piccola croce. Mellese ha afferrato il telefonino e si è messo a parlare a voce tonante. Lui, prete dell’altopiano, abituato ai sussurri sommessi e alle nenie interminabili. Ci siamo scambiati uno sguardo. Ho interpretato il suo ghigno come un sorriso di complicità. So che così non era. 
Cambia il mondo a Lalibela. Sorgono alberghi uno dopo l’altro. La diaspora etio-americana investe i suoi soldi nel paese di origine. I confini della città si allargano. L’aeroporto è da grande hub religioso. Quanto vi arrivai la prima volta, quindici anni fa, c’era un air-strip in terra battuta, impraticabile durante la stagione delle piogge e il check-in era sotto un’acacia. Per fortuna, questo albero è ancora lì. Solitario e mezzo risecchito, a fianco dell’ingresso all’aeroporto. Oggi la strada che sale fino a Lalibela è perfettamente asfaltata.
Beta Rafael

La cappella del Golgotha
I ragazzini, imperterriti, continuano il business dei libri di scuola (‘School material’, chiedono): si fanno comprare un dizionario di inglese da gente commossa dal loro impegno e poi lo restituiscono, in un gioco che non ha fine, all’abile commerciante. Ci si ingegna nell’arte della sopravvivenza. Ora perfino il ‘custode delle scarpe’ (che bisogna togliersi per entrare in chiesa) rilascia ricevute. Ma non è facile ‘gudagnarsi la vita’ inseguendo i turisti: la polizia minaccia tutti coloro, senza licenze, si avvicinano agli stranieri per offrirsi come guide. La vita è un risico a Lalibela. La chiesa controlla tutta l’economia di Lalibela, garantisce salari ai preti, costruisci alberghi e musei. Cambia il mondo a Lalibela.
Il mercato del sabato a Lalibela
Ma Yelem, giovanissima e gentile, ha messo su, con canne ed erba, un bar all’aperto davanti alla sua capanna. Cinque sedie, una sorta di ombrellone di foglie, il mobiletto per il rito del caffè, un sorriso e un’eleganza curiosa. Sta seduta con le gambe rannicchiate e sono i suoi occhi a richiamare l’attenzione di chi passa davanti. Offre solo il caffè, ma se chiedi acqua si alza, attraversa la strada e va al negozio e tu puoi bere. Un momento di serenità ‘spirituale’ nella baraonda della ‘modernità’ di Lalibela.
Lalibela, 25 settembre
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