Libia/Telefonini, maschi, giovani predatori, Gheddafi, papa Wojityla, un concerto di Elisa

Silvio Berlusconi e Muammar Gheddafi 


Ha ragione Adriano Sofri: la morte e lo scempio del corpo di Gheddafi è una tragedia arcaica e ipermoderna.
I giovani eccitati di Sirte, i combattenti della Brigata Misurata, sono tutti maschi (e non solo per i dettami di una società che, ai nostri occhi occidentali, relega le donne in luoghi sottomessi). Questa è una feroce storia maschile. I ragazzi hanno in mano fucili perfetti e antichi (i kalashnikov) e smartphone a banda larga. In fondo questo ci chiedevano i migranti nigerini incontrati in mezzo al deserto libico: ‘La prossima volta portateci un cellulare. Di ultima generazione’. Tutti in Africa vogliono un telefonino. Ancor prima del cibo. E sul display dei nostri amici del deserto alla fine appariva l’impiccagione di Saddam Hussein e, in momenti nascosti, qualche video porno. Ma i cellulari hanno anche rotto l’isolamento dal mondo e dalla famiglia lontana. Lungo le loro frequenze correva l’arcaicità e la modernità, il vincolo di sangue e la fuga (a volte è libertà, spesso è esilio).
Non c’entra niente, ma a un concerto di Elisa, i ragazzi non sollevavano le fiammelle di un accendino (anche questa modernità rispetto ad anni precedenti), ma un cellulare con il display acceso (luci violette e fredde, ma si registra anche e si manda ‘l’emozione’ a chi è rimasto a casa). Ricordate le immense processioni davanti al corpo (ancora una volta un corpo) di papa Woijtyla? Si aspettava ore e ore, si viaggiava da migliaia di chilometri  solo (solo?) per scattare un click di telefonini (e allora non c’erano gli smartphone).
Oggi si vede, si deve vedere tutto. Una eccezione è quasi sorprendente: nessuna foto del cavallo morente alle prove del Palio di Siena di quest’anno. Il rito arcaico  e appassionato della gente dei senesi sorveglia, meglio di un servizio segreto, chi vi assiste e riesce a tenere perfino i cellulari lontani dalla morte di un cavallo.
I morti sono sempre stati esposti: le teste tagliate degli shogun giapponesi erano esibite davanti ai vincitori. Nella Francia rivoluzionaria la ghigliottina era pubblica e affollata di spettatori. Piazza Loreto, anche per noi che non abbiamo vissuto quegli anni, è nella nostra storia. In fondo, che mi sia perdonato, anche il corpo morente di Cristo è esibito. In America Latina più un crocifisso è sanguinante e sofferente più è venerato. Fanno discutere a bassa voce le statue del Cristo quando il suo viso appare sereno.
Penso che se fosse stato uno dei leader dei ribelli di Bengasi ad essere stato massacrato dai ghedaffiani (e questo sarebbe avvenuto se Jalil o Jibril fossero caduti nella loro mani) il mondo occidentale avrebbe urlato il proprio disprezzo per i barbari e si sarebbe vendicato. Di fronte al corpo di Gheddafi, ho avvertito qualche osceno e mal represso moto di giubilo e, vivadio, qualche imbarazzo e distinguo. Va bene così? In fondo il qaid era un tiranno.
Adriano Sofri dice che, nelle ore del massacro, ‘gli dei e gli eroi se ne sono andati coprendosi il viso’. Restano gli umani. Che dalle pieghe di un burnus o dalle tasche di una mimetica nuova di zecca (chi gliela ha fornita assieme al kalashnikov?) tirano fuori un cellulare per fotografare l’agonia della belva ferita e morente. Per quanti anni terranno nella fragile memoria di un telefonino questa scena? A chi i diciottenni di Misurata faranno rivedere le foto di gruppo con un cadavere?
San Casciano in Val di Pesa, 23 ottobre
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