Enzo Mazzi/C’è solo la strada su cui puoi contare

Ancora una volta in via degli Aceri. Al numero Uno. Nella grande stanza de ‘Le baracche’. Quartiere dell’Isolotto a Firenze, il quartiere della sua ribellione del 1968. Enzo Mazzi se è appena andato per sempre sabato scorso. Un addio a 84 anni. La sua comunità ha celebrato la domenica come se lui fosse ancora fra loro. Il pane distribuito fra la sua gente. Le sue parole lette mentre tutti si tenevano per mano. I ricordi. Io mi tengo stretto la memoria dei tanti Natali passati al freddo allegro della piazza dell’Isolotto sotto la pensilina del mercato. E’ un bel ricordo.

Molti anni (ora scopro che ne sono passati ben otto) scrissi un articolo attorno a lui. Doveva essere una cammino fra i preti italiani, preti ‘ai margini’ della Chiesa, ma così dentro al mondo. L’articolo apparve su Linus. Peccato che quel viaggio si interruppe troppo presto. Forse varrebbe la pena riprenderlo. Qui sotto il racconto di allora. Un abbraccio, Enzo.

Enzo Mazzi (da www.altracitta.org)


Da 32 anni dice ‘messa’ in piazza, in riva all’Arno. Ha fatto l’elettricista e il maestro. Non sa se è ancora un prete oppure  no. Enzo Mazzi vive sempre all’Isolotto, quartiere di Firenze. Attorno a lui si formò la prima comunità di base:  è stato un frammento del ’68 italiano. C’è ancora. E’ invecchiata, ma cammina, sogna, cerca, va al Social Forum  e non vuole fare proseliti per rimanere ‘inafferrabile’.     
Il sedici luglio del 1969 doveva essere una domenica.  Dieci mesi prima, Enzo Mazzi era stato cacciato dalla chiesa dell’Isolotto. Non era più il parroco di quella periferia fiorentina che aveva visto nascere casa dopo casa. Fu allora che la comunità, quella strana comunità di cristiani e laici, comunisti e cattolici, gente normale e ribelle, che si era raggruppata attorno a quel prete così diverso, si mise a guardare la piazza dell’Isolotto: era bella, affacciata com’era verso l’Arno e verso il parco delle Cascine. No, il quartiere non era più il Bronx o la Corea: così i fiorentini avevano subito ribattezzato quella nuova  geografia urbanistica sorta, negli anni ’50, sulle sponde del fiume. Erano territori un tempo desolati: vere discariche di rifiuti, malamente bonificate; abitate da cernitori di spazzatura e disoccupati male in arnese. Adesso, invece, fine anni ’60, la piazza aveva i suoi  portici, c’erano negozi, la farmacia, l’ambulatorio. Perfino la fermata dell’autobus – una bella lotta per avere un collegamento con il centro della città – e vi si teneva il mercato. Era una piazza vera. ‘Ci avevano sbattuti fuori dalla chiesa – ricorda Sergio Gomiti, per anni vicario di Enzo Mazzi, oggi ancora assieme a lui – E allora pensammo: stai a vedere che ‘fuori’ è davvero il posto giusto’. In quel giorno di estate, forse ingannati dal sole e dal caldo, la gente dell’Isolotto decise che ogni domenica, qualsiasi tempo facesse, la comunità avrebbe celebrato la sua ‘messa’ in piazza. Sotto le pensiline del mercato. Dicono che fu un’operaia, avvezza alle occupazioni della sua fabbrica, a suggerire l’idea folle. Che, in fondo, tanto folle non era: per più di due anni, preti di ogni parte del mondo vennero all’Isolotto a dire messa in piazza. E, da allora, mai è stata saltata una sola domenica. Anche quando la tramontana dell’Appennino spazzava le rive dell’Arno.
Credete alle storie lunghe e testarde? Fate i conti allora. Così a occhio fanno mille e settecentosedici domeniche. Almeno fino a quest’ultimo dicembre. Fanno 33 anni di ribellione, ‘di dissenso creativo’, direbbe Mazzi. Fanno mille e settecentosedici  ‘messe’ che non sono messe. La gente della comunità, alle undici di ogni domenica, dice solo: ‘Andiamo in piazza’.  Qualcuno ha fatto il pane in casa, altri portano il tavolo. Una bibbia molto usata è poggiata sulla tovaglia. C’è il vino. Un gruppo di poche persone ha preparato ‘la discussione’: in queste ultime settimane, al centro della ‘messa’ (ma Mazzi lo chiama ‘incontro eucaristico’. Per altri è ‘l’assemblea’. Diciamo, allora, che non si sa che cos’è ed è bene che sia così), vi è stato più volte il problema del lavoro. Capirete: sono i tempi della Fiat. Per quasi due ore, la comunità, fra una breve lettura del vangelo e il rito del pane, ne discute animatamente. Con partecipazione, con passione. Si parla di Jeremy Rifkin, di Einstein, e perfino, Dio ci perdoni, di Colaninno. Altre volte si è discusso di ingerenza umanitaria, di carceri, di Emergency, dei maestri di strada, dell’immigrazione, del Chiapas. Sono ‘i laici’ a dire questa ‘messa’. Sono loro a spezzare il pane. Eresia per la chiesa delle gerarchie. Ma questa è l’eucarestia dell’Isolotto. Nessuno confessa, nessuno assolve dai peccati. Dice Mazzi: ‘Ne abbiamo fatte di confessioni. Fin troppe. Collettive. Le più faticose. Sono le nostre discussioni’. Gomiti si sorprende per la domanda: ‘Se qualcuno viene a chiedermi di confessarsi, penso che sia fuori di testa’. La ‘messa’ conserva i suoi pilastri, non è una liturgia casuale: la lettura, la discussione, l’eucarestia come memoria. Dice ancora Gomiti: ‘Abbiamo tolto solo le magie, le genuflessioni, i baci all’altare, gli incensi, i fronzoli. La messa deve essere una cena normale. Fra amici che si sentono solidali’.
Natale 1976. Il pane e la sciarpa di Enzo
Ultimo Natale. Lo scorso dicembre. Una notte di pioggia e gelo. La pensilina del mercato non protegge la piccola folla della veglia. Trentaquattro veglie natalizie da quel lontano 1969. Quest’anno sono venuti anche i ragazzi del Social Forum: ben si capisce, questa è Firenze e, a novembre, Enzo Mazzi era sul palco di piazza Santa Croce a dare il benvenuto a chi stava arrivando in città. Fa davvero freddo, le persone si stringono una contro l’altra. Molti, la maggioranza, sono anziani. Hanno portato le sedie. Mazzi parla. Di lavoro. Ricordo un altro Natale di trent’anni fa: allora la veglia natalizia fu dedicata alle operaie della Confi, piccola fabbrica fiorentina, rimaste senza lavoro. Mazzi è come un folletto. Sorride con curiosità. Ha sempre una coppola in testa, i capelli sono diventati bianchi. Ha 76 anni. ‘No, 75’, sobbalza piccato. La sciarpa attorno al collo è sempre troppo lunga. Sempre fuori moda. Come nelle vecchie foto di altri Natali. Marco, geologo dell’Università di Firenze,  prende la chitarra: ‘C’è solo la strada su cui puoi contare, la strada è l’unica salvezza…perché il giudizio universale non passa per le case’. Già, Giorgio Gaber nella liturgia di questo Natale. Già, le strade, le piazze. Il ‘fuori’.
Natale 1976 in piazza dell’Isolotto
Mi aggiro per l’Isolotto. Qui le strade non hanno memoria. Si chiamano: via delle Mimose, via dei Melograni, via dei Frassini, delle Camelie, dell’Agrifoglio, dei Mandorli, dei Corbezzoli, viale dei Pioppi, via del Biancospino. All’edicola della piazza hanno perfino le locandine preistoriche del giornale Il Bolscevico e una copia di Umanità Nova, militante giornale anarchico. Gli hackers dei centri sociali – sono quelli di Inventati – hanno scritto sul bandone del fioraio: ‘Boicotta i giornali, leggi sui muri’.Il nuovo ‘vero’ parroco ha appeso uno striscione alla facciata della chiesa: ‘Pace’. La vecchia comunità di base, quando non è in piazza, sta in via degli Aceri. Nelle vecchie ‘baracche verdi’. Luogo storico delle loro riunioni. Oggi non sono più baracche: sono casette in muratura. Color crema. Il quartiere è cambiato: merito della sua storia, merito di amministrazioni sapienti. Bei giardini, palestre, ludoteche, centri per anziani, scuole. Si vive bene all’Isolotto. Le periferie raspate sono già altrove. Ma, nel piccolo benessere, è come scomparsa l’antica solidarietà. Non ci si conosce più come un tempo. A malapena ci si saluta fra vicini. Ci sono sbarre alle finestre. Anche nelle vecchie case popolari.
Chiedo di Mazzi ai ragazzi che studiano in biblioteca, a qualche passante anziano, a una coppia di giovani, a un vecchio barista: nessuno sa dirmi dove posso trovare il prete. I ragazzi non lo conoscono. Eppure lui è dietro l’angolo. A un passo. Immerso in una riunione: poche persone attorno a un tavolo. Sotto una bandiera arcobaleno della pace. E la memoria del quartiere dov’è finita? Io penso a Stefania che, quando le ho parlato di Enzo Mazzi, mi ha risposto: ‘E perché vuoi scrivere di quello che va a Domenica In?’.
Flash back di storia minuta e importante. Il cardinale Elia Della Costa, l’uomo che chiuse le porte dell’arcivescovado quando Hitler venne a Firenze, ebbe fiducia in quel prete giovane e inquieto. Fu lui a nominare Enzo Mazzi parroco dell’Isolotto, il nuovo quartiere, la prima ‘città satellite’ di Firenze. Era il 1954. Il 6 novembre di quell’anno, il sindaco La Pira consegnò mille buste con le chiavi delle prime case popolari dell’Isolotto. Qui atterrarono i poveri di allora: gli sfrattati del centro storico fiorentino, i contadini fuggiti alle mezzadrie, i profughi istriani e greci. Qui non c’era niente: fogne da schifo, intonaci che cominciarono subito a staccarsi, infiltrazioni d’acqua ovunque. Niente strade, autobus decrepiti nell’unico collegamento verso il centro. Era davvero il Bronx fiorentino. Enzo Mazzi cominciò a fare il parroco in una cappella che sorgeva in un vicolo sterrato, via del Palazzo dei Diavoli. Ottimo auspicio per un prete. E strane alleanze (ma anche sfide, discussioni accese, qualche rivalità, gelosie) nacquero quando dalla Casa del Popolo andarono a svegliare il prete (alle tre del mattino) per cercare solidarietà nella protesta contro il degrado dell’Isolotto. I compagni furono sorpresi: il prete non stava con la Dc. Laura ricorda: ‘Diceva cose di sinistra. Eravamo senza parole’. E del resto Mazzi era un tipo particolare: non faceva pagare per funzioni, non pretendeva gabelle per matrimoni e funerali. Viveva di quanto la gente dava alla domenica. 
Anni più tardi, il Corriere della Sera, avrebbe intitolato: ‘Firenze, si sa, è la città dei preti rossi’. La parrocchia dell’Isolotto stava davvero in mezzo alle inquietudini del mondo: si schierò con gli operai delle fabbriche in crisi, scrisse un nuovo catechismo, manifestò per il Viet-nam, fu centro di soccorso nei giorni dell’alluvione dell’Arno, pianse, con gli spirituals di Ivan Della Mea, la morte di Martin Luther King. Infine solidarizzò con gli studenti dell’Università Cattolica di Milano che avevano occupato la cattedrale di Parma. Era l’autunno del 1968. Era la protesta radicale di giovani cristiani contro ‘il connubio della Chiesa con la zizzania del capitalismo, del razzismo e del fascismo’. Ce n’era abbastanza: il nuovo cardinale di Firenze, Ermenegildo Florit, non aveva le utopie di Della Costa. Diffidò il prete ribelle, lo minacciò, alla fine lo cacciò. Liquidò, con veleno, la storia dell’Isolotto: ‘Non siete una comunità cristiana, siete un pericoloso gruppo politico’. Sbarrò le porte della chiesa. La procura di Firenze mise sotto processo mille parrocchiani (molti si autodenunciarono) per ‘turbamento di funzione religiosa’. Alcuni, fra cui cinque preti, vennero incriminati per ‘istigazione a delinquere’. Avvocati di prestigio li difesero con passione. Tutti assolti nel 1971. Ma nel frattempo, all’Isolotto, nella grande chiesa, il Vaticano spedì tre preti vicentini, tre ‘volponi’, a ristabilire l’ordine religioso. Per anni, i tre si metteranno a suonare assordanti campane durante le ‘messe’ della comunità in piazza. Sapete? I tre vicentini sono rimasti qui fino a quattro anni fa. Inossidabili. Sapete? In più di trent’anni, nessuno delle gerarchie ecclesiastiche è andato a spiegare a Enzo Mazzi e a Sergio Gomiti cosa diavolo fossero. Nessuno li ha sospesi a divinis. Nessuno ha detto loro se erano o meno ancora preti. ‘I preti devono sparire. Gesù era un laico e lottò contro la casta dei sacerdoti. Una casta che non vuole che i laici parlino nelle chiese’, dice, con calore, Sergio. Che oggi ha 71 anni: si dimise da parroco quando Mazzi fu cacciato. Da allora ha lavorato alla Biblioteca Nazionale. Mazzi, senza nessun titolo di studio, ha fatto per due anni l’elettricista. Poi, a quarant’anni, si è preso un diploma magistrale e ha fatto il maestro. Ci sono anche le collaborazioni con Repubblica, il Manifesto, l’Unità. E i bei libri scritti. Ora i due amici sono entrambi in pensione. Tempo in più per la comunità. Non si sono mai sentiti ‘preti-lavoratori’. Solo lavoratori. Non hanno mai cercato di fare ‘apostolato’ sul luogo di lavoro. Hanno lavorato per vivere e ‘per riconquistare valori della vita che nelle condizioni del clero si sono perduti’.
La matrigna di Enzo Mazzi aveva un fratello monsignore. Il destino di prete per il ragazzo di famiglia povera era quasi segnato nell’Italia degli anni vicini alla guerra. ‘Ne provavo attrazione e repulsione allo stesso tempo’, ricorda. Prete lo diventa, non lo cacciano dal seminario (‘Merito del monsignore’). Lo mandano in una parrocchia di un quartiere piccolo-borghese. Ci sta male: ‘Troppi interessi, troppa omertà, troppi privilegi, troppe compromissioni della casta sacerdotale’. Per questo approda all’Isolotto.
Il padre di Sergio Gomiti era un socialista. I suoi zii giravano con la camicia rossa negli anni ’20. Mai andato a messa da ragazzo. I preti quasi non si fermavano a benedire la casa: ‘Da noi non accettavano il vermuttino,né il biscottino’. Erano queste le campagne fiorentine. Ma la famiglia materna di Sergio era di ‘baciapile’: tre rosari prima di ogni pranzo e cena. Lui fece due anni di avviamento professionale, poi, quasi per reazione, spiegò al padre che voleva entrare in seminario. L’uomo rispose: ‘D’accordo. Ognuno fa le sue scelte’.  Quando Sergio arrivò all’Isolotto, era il 1957, si ritrovò fra la sue gente: ‘Mi sentii nell’acqua. Per me si ricompose la frattura fra la chiesa dei preti e la gente normale. Ritrovai il mondo della mia adolescenza’.
Claudia, 38 anni, è arrivata all’Isolotto dal Veneto dieci anni fa. Per amore di un uomo. ‘Dalle mie parti il prete ci aveva proibito la lettura dei libri di Balducci. E qui, invece, nessuno mi ha mai chiesto se ero credente o meno. Vidi la gente della comunità in piazza. Mi incuriosii. Cominciai  frequentarla e scoprii persone libere. Erano senza l’ossessione della religione’. Claudia è una delle poche persone che, senza far parte del gruppo originario, si è agganciata alla comunità dell’Isolotto. Sta fotocopiando documenti contro la privatizzazione della Centrale del Latte di Firenze: verranno distribuiti durante ‘la messa’.
Storie di preti d’Italia. Vado anch’io alla ‘messa’ della comunità. Dal cielo piove ghiaccio: da un paio di anni, quando fa troppo freddo, la comunità rinuncia alla piazza (‘è stata una decisione sofferta, ma stiamo invecchiando’) e si ritrova in un sala delle ‘baracche verdi’. Conto trenta persone, più tre bambini che giocano e gridano senza che nessuno ne sia infastidito. Nessun ragazzo. Spiega Luciana e non so se capisco fino in fondo: ‘Non abbiamo voluto fare proselitismo. Non vogliamo i giovani. C’è intesa con loro. Ma facciano la loro strada. Noi siamo felici di invecchiare’. Dice Luisella: ‘Non abbiamo offerto appigli ai giovani. Non abbiamo fatto nessuna forzatura. A volte temo che ci sia stata troppa autorefenzialità’. Aggiunge Danilo: ‘Siamo una goccia d’acqua e vogliamo stare nel mare’. Mi dicono ancora: ‘Ci piacerebbe, per vanità forse, essere tanti. Meglio essere pochi. Siamo come il sale nella pasta: un poco va bene, ma se è troppo la pasta è cattiva’. Mazzi mi complica le cose: ‘Noi non sappiamo chi siamo. E’ la nostra debolezza. E’ la nostra forza: siamo inafferrabili’. Non sapranno chi sono, ma sicuramente sanno chi ‘non sono’: ‘Non siamo un ghetto, non siamo un’istituzione. Non abbiamo nemmeno un elenco di chi fa parte della comunità. Per rintracciare qualcuno spesso dobbiamo fare giri di telefonate. Non siamo una setta: la nostra comunione non si basa sull’appartenenza, sui codici rigidi dell’identità, sulle bandiere. Non abbiamo nemmeno obiettivi comuni e non mettiamo in comune i nostri problemi personali: non stiamo a guardare il nostro ombelico come se fosse il centro del mondo. Non siamo un centro di benessere. Andiamo in piazza e ci riuniamo in quella che era una baracca: sono luoghi-non luoghi. Stiamo assieme, ma per dissolverci. La nostra messa della domenica e la nostra stessa comunità finiranno con noi’. Ma avrà lasciato tracce sulla terra: questo lo dico io.  Non so se Mazzi o Gomiti lo direbbero. Forse sì. Dicono: ‘Trent’anni non sono passati invano’.

In un giorno di gennaio del 1969, le baracche erano asfissiate dal fumo. Troppi fumavano. C’era nevosismo: erano appena scattate le incriminazioni del perfido procuratore Calamari contro la comunità. Qualcuno dal fondo della sale disse: ‘La procura ha buon gioco con noi: siamo e siamo stati dei sognatori’. Il tono era quasi di rimprovero contro le utopie. Ma quelle parole erano realtà: all’Isolotto si è sempre sognato. Mazzi diventa un teologo pratico: ‘Non mi basta la salvezza nei cieli. Il Vangelo è un libro di liberazione. La salvezza deve essere, almeno, una prospettiva storica. Qui, sulla terra. Che almeno ci sia una possibilità. Non ci riusciremo, ma proviamoci. Camminiamo’. Ho una folgorazione romantica – ne chiedo scusa – mentre saluto il prete-non prete (come lo definisco? Lui che detesta le definizioni): mi viene il dubbio piacevole che Marcos, il subcomandante, abbia letto di Mazzi e della comunità dell’Isolotto. ‘Camminare domandando’, ‘il popolo di sognatori’: sono le parole rinate, pochi anni fa, nella selva Lacandona. Magari è vero che, in riva all’Arno, selva italiana, trent’anni non sono passati invano. 

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