Metti, una sera a Bagno a Ripoli

Sylla al bar Casa

Sylla si alza in piedi. Ultimo intervento della serata organizzata da Emergency e l’associazione Transafrica. Ha qualcosa di impietoso il rituale degli ‘incontri pubblici’. Ora penso che noi, che abbiamo parlato prima di lui, siamo sempre rimasti a sedere. Interpreto i segni dell’Africa: c’è un ‘consapevole’ rispetto per chi ascolta. Il nostro dna lo ha smarrito. Anche la sua eleganza è un ‘rispetto’. Ha messo gli abiti migliori. Donati dal comune dell’Impruneta. Una giacca impeccabile. Perfino un cappello a proteggere la testa rasata. Fa freddo. E’ il primo suo inverno sulla sponda nord del Mediterraneo.

Abbiamo parlato di ‘guerra in casa nostra’. Le guerre sono molto di più di un battito di ali di farfalla. Si combatte in Libia e la guerra arriva subito in casa nostra.

Ecco il racconto di Sylla come è stato ascoltato da un piccolo gruppo di persone.

‘Mi chiamo Sylla Mamourou. Ho ventisette anni. Sono maliano’. Sillaba le parole, si scusa di non parlare italiano. L’interprete traduce. Una parola per volta. C’è un’aria sospesa nella sala della Casa del Popolo di Bagno a Ripoli. Sala spoglia. ‘Libica’, direi.

‘Dodici anni fa ho lasciato il mio paese per cercare un futuro. Sono andato in Libia’.

Io conosco le piste del deserto che questo ragazzo a percorso a quindici anni. Immagino i suoi passi. So su quali camion è salito. Intuisco le angherie che ha subito. Ne vedo l’andare silenzioso. Una paura negata e presente.

‘Sono arrivato in Libia dodici anni fa’, ricorda.
‘Ero tranquillo in quel paese. Ho cambiato molti lavori. Ho conosciuto Andrea mentre facevo il barista al bar Casa di Tripoli. Non mi capitava spesso di parlare francese. Abbiamo parlato un po’. Ci siamo fatti delle foto. Alla fine, Andrea mi ha lasciato il suo numero di telefono. Io l’ho messo nella mia agenda, ma mai avrei pensato che un giorno lo avrei potuto chiamare. Io stavo bene in Libia. Il lavoro c’era. Avevo conosciuto lì mia moglie. Non avevo alcuna ragione per tentare di andare verso l’Europa’.

Dalla vetrata del bar Casa

‘Poi è venuta la guerra. Noi non capivamo. Sono passate alcune settimane. Il lavoro non c’era più. E una notte sono venuti i soldati di Gheddafi. Cercavano mercenari, cercavano nemici. Noi spiegammo che eravamo lì solo per lavorare. Ci caricarono a forza su dei camion. Eravamo centinaia. Africani. Ci portarono al mare. C’era una barca e ci obbligarono a salire a bordo. Noi non volevamo, loro ci costrinsero. Qualcuno di noi lottò. Cinque africani furono uccisi. Io venni ferito da colpi di coltello alla mano e alle gambe. Ci presero ogni cosa. Soldi, abiti, oggetti. Tutto quello che avevo creato in dodici anni di vita in Libia. Mi rimase la tristezza’.

Ecco, l’interprete si ferma. Non riesce ad andare avanti. Piange. Si riprende.

‘La traversata durò due giorni e due notti. Pensavamo di esserci perduti. Ricordo la paura. Mia moglie perse il bambino. Poi apparve terra. Dissero che era Lampedusa. Era il 25 maggio del 2011. Fummo salvati, accolti, curati. Mangiammo. Non pensavamo. Rimanemmo sull’isola due giorni. Ci trasferirono in un posto chiamato Manduria. Mia moglie contrasse una brutta malattia agli occhi. Fu ricoverata in ospedale. E’ rimasta quasi un mese in ospedale. Poi venne un uomo che ci disse che noi saremmo andati a Firenze’.

‘Arrivammo a Firenze. Ci portarono subito in questura. E lì ci annunciarono che noi saremmo andati a vivere in un paese chiamato Impruneta. Avevo il numero di Andrea. Chiamai una sera. Lui non mi riconobbe. Non si ricordava. Mi confuse con un altro. Chiamai ancora il giorno dopo con un’amica italiana. Che spiegò. Poi andai a casa sua. E lui ricordò il nostro incontro. Ora sono qui. Grazie per avermi ascoltato’.

Immigrato africano al lavoro in oasi della Libia. Foto scattata prima della guerra

Sylla è nel limbo dei richiedenti asilo. Sono mille e trecento uomini e donne nelle sue condizioni in Toscana. Dicono che siano 25mila in Italia (e l’ex-ministro Maroni disse che sarebbero arrivati in due milioni). Come ‘denaro in tasca’, riceve due euro al giorno dalla Regione. La Regione paga la sua ospitalità e il cibo. Sylla con la moglie e altri migranti sta in un affittacamere dell’Impruneta. Nei primi sei mesi gli era proibito lavorare. Quando avrà un nuovo permesso temporaneo potrà lavorare.

Nella notte risaliamo assieme le colline di Firenze. Riaccompagno Sylla e sua moglie alla loro stanza. Sylla siede davanti. Dice: ‘E’ stata una buona serata’.
San Casciano in Val di Pesa, 19 novembre

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