Frammenti/Pronto Soccorso

Sala di attesa del pronto soccorso

Le stanze dell’Osservazione del Pronto Soccorso sono ritagliate nel corridoio di una società assistenziale antica di oltre sette secoli. Complessi lavori di ristrutturazione rendono difficile e paradossale la vita quotidiana dell’ospedale. In pochi passi si passa dalla modernità più luccicante a edifici cadenti. Da porticati rinascimentali a labirinti di scale. Questa stanza dell’Osservazione è cadente. Non è un deposito delle scope, ma potrebbe esserlo. Il linoleum di qualche decennio fa è la frontiera fra il vecchio e il nuovo.
‘Il direttore sanitario ci manda telegrammi sulla posta interna. Ci chiede di essere sempre sorridenti. Venga lui alle quattro del mattino in mezzo agli ubriachi e vediamo se ha voglia di sorridere’
‘Sono alla ricerca disperata di una barella’
Coperte
Ho capito come funziona? I medici del Pronto Soccorso (pochi) affrontano le emergenze. Alcuni, feriti o dolenti, vengono dirottati nell’Osservazione (nel corridoio con divisori a soffietto di plastica). Ma non vi è mai tempo per ‘osservarli’. Stanno lì. Vestiti come sono arrivati, su un letto-barella. Una flebo appesa al braccio. L’ospedale è nel centro storico, la maggior parte di chi arriva qui sono anziani soli. Vengono ‘dimenticati’. Un vecchio è rimasto ore con addosso il cappotto e il cappello. Ogni tanto gridava. Le infermiere fanno quanto possono. Passano le ore. A volte un giorno e una notte. La sensazione è di essere abbandonati. Una signora spagnola ha un’emorragia. Sta lì e non capisce. Lei percepisce di essere lì da ore. Non parla italiano e nessuno parla spagnolo. Lei ha un aereo il giorno dopo e non capisce cosa sta succedendo. Ha le lacrime agli occhi. I vecchi non hanno forza per richiamare l’attenzione delle infermiere. Gli stranieri non riescono a farsi capire.
La parte vecchia dell’ospedale è davvero cadente.
Ha senso un ospedale nel pieno del centro storico (non sai dove parcheggiare la macchina)? ‘Ci sono troppi anziani nel centro che hanno bisogno di cure, se dovessero venire fino alle periferie, spederebbero decine di euro di taxi. Qui possono venire con spese minori’.
Corridoio
I vecchi si immobilizzano sulla loro barella. Hanno occhi senza luminosità. La bocca è aperta. Come se cercassero aria.
Mi dicono: ‘In tutto l’ospedale ci sono quattro portantini. Due sono fissi a radiologia. Gli altri devono occuparsi di spostare i pazienti da un reparto all’altro, dalle camere ai controlli. Fanno quello che possono’.
Una porta sbatte di continuo. Le vecchie finestre non frenano gli spifferi. Ma nelle corsie fa un caldo eccessivo. Per tre volte, un’infermiera prega un uomo di andarsene. E’ finita l’ora del passo. Ma l’uomo viene dalla Germania. E non vuole lasciare la vecchia donna. C’è un albero di Natale, qualche paziente lascia un regalo per le infermiere.
Monna Tessa
Esco fuori assieme a una ragazza. Non so perché, ma ci scambiamo due parole. Lei sorride e sussurra: ‘Il mio ragazzo mi ha già detto che non vuole invecchiare’. Non è così giovane come immaginavo, la ragazza. Ha trent’anni e ha un lavoro precario al bancone del pane in un centro commerciale. Tutte le sere è in ospedale: la nonna ha perso la parola e aspetta. Lei la imbocca. Tutte le sere.
Guardo le statue dei benefattori, il bassorilievo arcigno di Monna Tessa, la leggendaria governante che convinse la famiglia Portinari a finanziare la costruzione dell’ospedale. Sono fuori, sopra la città è color cobalto.
San Casciano in Val di Pesa, 16 dicembre
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