Il petrolio della Libia

Stazione Eni per il gas libico

Paolo Scaroni, 65 anni, amministratore delegato dell’Eni (laurea in Bocconi, ex-presidente, fra l’altro, del Vicenza Calcio), ha trascorso i giorni di fine d’anno in Africa.
Quasi un tour de force post-natalizio fra Libia e i paesi dell’Africa australe. Nell’ottobre scorso, nel giorno in cui veniva ucciso Gheddafi, l’Eni annunciava la scoperta di un colossale giacimento di petrolio in Mozambico.
Ma è stata la Libia a dare il ritmo ai giorni di Scaroni e a far tremare i suoi uomini-stampa (ne immagino l’affanno: l’amministratore delegato ha fama di carattere irruente). Ecco quanto è avvenuto se si mettono in fila comunicati e articoli.

Hotel Corinthia a Tripoli

28 dicembre. Incontro (il primo) fra Scaroni e Abdurrahim al-Keeb, ‘provvisorio’ premier libico. Scaroni ne esce soddisfatto. Al punto che, due giorni dopo, in un’intervista al Sole 24 Ore, fa sfoggio di ottimismo: ‘Il viaggio è andato benissimo. Torneremo alla piena capacità produttiva entro giugno’. Ammette, di sfuggita, che ci sono ‘problemi tecnici’. Il giornale non chiede, non approfondisce.   

29 dicembre. Forse a Scaroni viene qualche dubbio quando legge un drastico comunicato di al-Keeb. Il primo ministro libico rivela che Tripoli intende rinegoziare tutti i contratti petroliferi firmati dalle compagnie petrolifere con Gheddafi. E fa capire che saranno privilegiate le società di quei paesi che più si sono impegnati a fianco dei ribelli di Bengasi. Come dire: la Francia viene prima dell’Italia. Il Sole 24 Ore, due giorni dopo, fa capire che ‘i problemi tecnici’ sono soldi. Tripoli pretende più soldi dal suo petrolio.

30 dicembre: retromarcia di Tripoli, i cieli sono ancora confusi in Libia. Nella stessa pagina in cui compare l’intervista a Scaroni, il Sole 24 Ore, sulla base di nuovi comunicati libici e dell’Eni, sostiene che dovranno essere rinegoziati solo i ‘contratti sociali’ firmati dalla compagnia italiana con la Fondazione Ghedaffi (cioè con Saif al-Islam). Gli accordi petroliferi saranno confermati, si affretta a dichiarare l’ufficio di al-Keeb. Il giorno prima aveva fatto scrivere che ‘i contratti saranno rivisti conformemente agli interessi della Libia’.

31 dicembre. Alberto Negri è fra i migliori giornalisti del Sole 24 Ore. Non è un grande esperto di economia, ma il Nordafrica è una sua storia. E scrive che è lo scontro fra i clan a minacciare i contratti petroliferi dell’Eni. E’ lui ad avvertirci che Tripoli pretende più soldi per mantenere all’Eni i suoi privilegi.

Al mercato della Città Vecchia

3 gennaio. Gli uomini dell’Eni devo aver passato una burrascosa fine d’anno. Scaroni deve essersi inviperito. Il Sole 24 Ore continua la sua altalena: adesso al-Keeb deve davvero rassicurare. Il giornale è costretto a smentirsi, il suo giornalista più esperto di Nordafrica si era sbagliato: la Libia non ci pensa nemmeno a chiedere un centesimo in più per gli accordi petroliferi. Al massimo vuole rivedere gli accordi di cooperazione con la compagnia petrolifera (150 milioni di dollari stanziati nel 2006 per sociale e archeologia; promessa, nei mesi della guerra, della costruzione di una nuova città – mille case – nel golfo della Sirte). Come se non fossero soldi italiani, come se non fossero ‘contropartita’ di intese economiche sul costo del petrolio libici.

Preghiera Sufi a Tripoli

Devi esserci un bel tramestio di spintoni a Tripoli. L’attuale ministro del petrolio libico Ben Yazza era presidente, negli anni ghedaffiani, della joint venture Eni-Libia. Era, insomma, un collaboratore-dipendente di Scaroni e un notabile della dittatura. Con questa nomina, l’Eni era certa di possedere una garanzia per la sua posizione di privilegio a Tripoli. In autunno Scaroni gongolava: ‘Mi sono già visto un sacco di volte con Ben Yazza’.
Ma il Castello Rosso, fortezza della vecchia Piazza Verde (oggi Piazza dei Martiri), ha visto secoli di congiure. Pochi dei suoi occupanti sono morti di vecchiaia. Punture di spillo fra giornali (ognuno ha le sue fonti e i suoi interessi): sono gli americani di Bloomberg, nei primi giorni dell’anno, a inquietare i sogni italiani. Francia e Stati Uniti vogliono scalzare l’Italia dal suo piedistallo libico. Più modestamente, il presidente della Camera di Commercio Italoafricana, Alfredo Cestari, avverte come minaccia l’attivismo dei francesi a Tripoli.
125mila uomini, in Libia, sono ancora in armi. Nessuno restituirà facilmente il suo kalashnikov. Una settantina di milizie si contendono il nuovo potere. I clan si schierano a seconda dei loro interessi: vogliono dividersi la torta dell’immenso business petrolifero. Probabile che i più potenti trattino direttamente con le compagnie petrolifere. Difficile districarsi negli scenari libici. Ma la guerra di Libia non era stata combattuta per i diritti umani?

Eliseo, 2007 (da blogosfere.it)
Eliseo, 2011 (da Allvoices.com)

Sarebbe istruttivo poter osservare il back-stage di quanto sta accadendo dietro il palcoscenico del petrolio libico. Sarebbe interessante assistere agli incontri di velluto e rasoio fra i nuovi ambasciatori francese e italiano a Tripoli (non è certo un caso che si siano già conosciuti pochi anni fa in Qatar).

Il presidente francese accorse a Tripoli, assieme al primo ministro inglese, non appena la città cadde in mano ai ribelli di Bengasi. Il primo ministro Mario Monti arriverà con quattro mesi di ritardo. Prima visita extra-europea del nuovo premier italiano.

Torniamo a Scaroni. Non ha dubbi: ‘Il 2011 è stato un anno straordinario’. Contento lui: è stato un anno con sette mesi di guerra in Libia.
San Casciano in Val di Pesa, 9 gennaio
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