Cartoline dell’Amiata/2

La Peschiera di Santa Fiora

La neve ha sommerso l’Amiata, montagna di 1700 metri nel Sud della Toscana.

Le foto sono a dire che ne sono venuto via un giorno prima. E forse non sono stato fortunato. Forse avrei imparato molte cose sull’Italia e sulla montagna rimanendo lassù, saggiamente fermato dalla neve. Forse il fuoco in un camino e l’ospitalità mi avrebbero donato una imprevista felicità. 
Fino a giovedì scorso, inverno fino ad allora senza neve, solo Venerio, a Castel del Piano, teneva aperto il suo albergo da una stella.
Castel del Piano

Lui ha clientela affezionata. Operai transumanti, carabinieri, migranti dei boschi. Gente che qui lavora e che spende dieci euro per una cena buona e abbondante.

Gli agriturismi da cinque stelle, invece, tengono chiuso. Aspettano pavidamente tempi migliori. Svernano altrove. In questi mesi, persino il maestro del buddismo tibetano, un uomo saggio dal sorriso gentile, che qui ha fondato templi e scuole, in questi mesi, se ne sta in Argentina. Eppure l’inverno, più dell’estate, è tempo di meditazione.
E’ bello e buio l’Amiata. Amato dagli astrofili perché questa è una terra senza luci. Poca gente, paesi che si rintanano nell’inverno. I cieli sono chiarissimi, la terra è color della notte.
Ma non solo le stelle si vedono sull’Amiata. Qui si capisce bene come sta cambiando l’Italia. Perché i paesi non conosco i trucchi delle città.

Una ‘casa’ nei boschi (Il giardino di Spoerri a Seggiano)

A Monticello Amiata, un quarto degli abitanti sono turchi e curdi (che, raccontano in paese, convivono bene assieme). Come dire: centotrenta persone su cinquecento. A scuola, dice il vicesindaco Franco Cherubini, su ventidue bambini solo cinque sono ‘italiani’. Il bello che anche gli altri sono italiani nel cuore e nella testa. E sono amiatini. Solo che i genitori hanno un passaporto diverso. Loro, i ragazzi tifano Italia quando la Nazionale scende in campo. E mangiano tortelli.

Ad Arcidosso, invece, ci sono gli indiani che aspettano il lavoro a giornata in piazza Indipendenza.  Qualcuno ha pensato bene di aprirci un fast-food di kebab.

A Castel Del Piano ci sono albanesi, slavi, moldavi. Loro lavorano nei boschi. Al ristorante mi serve una cameriera dell’Est. Oppure Khalid, un ragazzo marocchino. Al bar Italia si parlano lingue dell’Oriente europeo. Il bar Italia è conosciuto come ‘Farnesina’. Ecco, l’Italia vera e profonda.

A Monticello, nelle estati, ci si scambia cibo fra comunità diverse. Il Brunello, giù in valle, è coltivato da mani indiane e turche. Gente che poi viene a cercar casa vicino alla montagna perché gli affitti dei paesi dell’Amiata sono più bassi rispetto alla valle.
Al bar del Begname

L’antropologia autentica e superstite dell’Amiata è al bar Begname, incrocio di due strade verso Grosseto. Dicono che il vecchio sapesse che da lì sarebbe passata la strada e allora avrebbe trasformato il suo barroccio, fermo sulla mulattiera, in una osteria. Ha avuto ragione il vecchio Beniamino. Di strade oggi, davanti al suo bar, ne passano ben due. E là dentro uomini aspri parlano di caccia e lavoro. E bevono vino rosso da grandi bottiglioni. Ricordano viaggi di nozze di tre giorni a Venezia. Quaranta anni fa. Ilda, la figlia di Beniamino, 88 anni, è accigliata dietro il bancone. Ce l’ha con il governo Monti.

Da Corsini, invece, sul corso di Castel del Piano, a sera è ora di happy hour, aperitivi e bicchierini deliziosi di creme e semifreddi. Appaiono pattuglie di giovani dai vestiti griffati, dai jeans stretti e dalle sciarpe dai colori in tinta. E’ un altro popolo. Un altro mondo. Ma qui, sembra, che ci sia spazio per Corsini e Begname.
Roccalbegna

A Roccalbegna, un piccolo negozio di alimentari ha scaffali di raro biologico. Produzione austriaca. Ci trovo zenzero, gallette di riso, tisane, tahina, semi di lino e biscotti macrobiotici. Comunità tedesche abitano questi paesi. Il mercato cambia i costumi. La gente di montagna alza le spalle e si adatta senza farsi cambiare. Almeno per un po’. Tanto il cinghiale e i tortelli non mancano mai.

Ogni sera, a Santa Fiora, aprono due pub. Anche in pieno inverno. Birre eccellenti. Un ragazzo mi spiega di essere fuggito da Firenze: ‘Troppa confusione’. Ha convinto la sua donna e se ne è venuto fin qua e, assieme, hanno aperto un bar con immagine del bandito Tiburzi appeso alla parete. I banditi di ieri, eroi dell’immaginario dei giorni nostri. Cambia il mondo in un secolo. Le osterie dei minatori sono diventate pub. Ma hanno l’aria tranquilla e un buon vino della montagna.
Mi fanno notare che al cimitero di Santa Fiora sono sepolti David Lazzaretti, ribelle profeta ottocentesco, ed Ernesto Balducci, prete di un’altra ribellione nel ‘900.
Poi ci sono i cacciatori. In mimetica. Dalle pance immense. Vagano come marines su Suv infangati e, naturalmente, non hanno mai preso niente. Manifestano amicizia e complicità con i carabinieri. Hanno silenzi rumorosi.
L’edicola di Lucio

E Lucio, il giornalaio della piazza del palio di Castel del Piano, al mattino occupa panchine e marciapiedi. Disperde giornali e riviste. Riempie la sua edicola e lui sta fuori. Mi chiedo cosa accade quando si mette a piovere.  
Castel del Piano, 29 gennaio
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