Tuareg/Lo cheche di Abu

Abu aspettava i suoi anni. A quel tempo si accontentava del gioco con i turisti che un aereo russo portava fino a Timbuctu. Abu aveva poco più di dieci anni. Di lui conservo una foto disteso su una duna dalla sabbia bianca. Ci aveva condotto fino a lì per farci godere della sera che stava calando su Timbuctu. Ci disse, forse racconto per bianchi, che aspettava il momento di indossare il suo cheche. Più di dieci metri di tessuto a nascondere la testa, il mento e la bocca. Solo gli occhi scoperti. Iniziazione. Orgoglio tradizionalista del deserto.
Ricordo Abu. Andava a scuola. Parlava un francese limpido e un po’ gutturale. Sapeva raccontare. Uno come tanti a Timbuctu. O, forse, uno come pochi. Non so. Ricordo Abu oggi, in questi giorni di una nuova rivolta tuareg. Giorni di sangue nei deserti attorno a Timbuctu, a Kidal, a Gao. Giorni difficili da interpretare da qua. Quando conobbi Abu c’era aria di speranza a Timbuctu.


Mi sorprendo a chiedermi dove possa essere in questi tempi Abu. Il 17 gennaio, i giovani tuareg del Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad hanno ripreso le piste di sabbia di una ribellione. I deserti del Mali sono stati investiti dalla rivolta. L’esercito maliano, di fatto, è asserragliato nelle città (Timbuctu, Gao, Kidal). Colloqui ad Algeri fra governo di Bamako e fazioni tuareg sono falliti. Disconosciuti dall’Mnla. Che chiede incontri in territori neutrali (Burkina-Faso, Mauritania, Svizzera, sotto supervsione Onu e Unione Africana). ‘Questa volta i tuareg fanno sul serio’, mi dicono da Tamanrasset. Hanno armi, tutti ora sono armati in deserto. Sono gli arsenali di Gheddafi.
E’ l’ultima ribellione? Quella che cambierà la geografia del Sahara? ‘Non abbiamo altra strada che l’autodeterminazione’, dicono i siti tuareg. E bisogna leggere ‘indipendenza’. Poi leggo le parole ufficiali del Mnla: ‘Non siamo un movimento tuareg, la nostra non è una ribellione tuareg. Noi siamo un movimento rivoluzionario politico-militare. Lottiamo per l’autodeterminazione dell’Azawad. E l’Azawad è terra dei Songhays, dei Peuls, degli Arabi e dei Tuareg’ (http://bit.ly/xBVutM) . Parole da diplomazia. Da sfida che si combatte con le armi e con la politica. L’Mnla nega, con forza, intese con i movimenti integralisti, afferma ostilità ad al-Qaeda: ‘E’ gente straniera’. Ma certamente non smentisce intese con fazioni islamiste maliane.


Ma non tutto è chiaro in Sahara. E’ guerra di tutti contro tutti. Network di contrabbandieri, frammenti dell’integralismo algerino, sbandati della Libia e del Darfour, trafficanti di droga. Il presidente nigerino Mahamadou Issoufou vede la ribellione come una diretta conseguenza della guerra civile in Libia. Il Niger sta collassando sotto la pressione di profughi (260mila!) rientrati dalla Libia, di gente in fuga (20mila) dalla Costa d’Avorio. Ora arriva chi fugge dalle sabbie del Mali. La guerra, in Sahel, si salda sempre con la fame.
E io penso ad Abu. Avrà moglie. Avrà figli. Non lo vedo come profugo in fuga. Non ne aveva lo sguardo disperato. Lui ha sapere, coscienza, attenzione. Starà combattendo? Sarà fra i capi del Mnla? Sarà a fianco dei fondamentalisti? Oppure starà cercando le strade di una mediazione: da ragazzino ci parlò della pace, ci mostrò i monumenti eretti a una pace che era solo illusione…
Io penso che solo pochi anni a Bamako tuareg e songhai, bianchi e neri, organizzarono il Social Forum africano.


Ora si combatte a Tessalit. A Nord. Quattromila profughi nel nulla. A Kidal, raccontano, l’esercito usa gli abitanti rimasti come scudi umani, in attesa dell’assalto alla città da parte del Mnla. ‘Non è rimasto nessun medico in città’, scrivono da laggiù. ‘Priez avec nous pour que la calme retourne le plutot possible’.
San Casciano in Val di Pesa, 15 febbraio
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