Nocera Terinese/I maestri del sangue

Venerdì Santo. Giorno della fede e del sangue a Nocera Terinese. Là, montagne della Calabria, i vattienti si batteranno. Uno dei riti pasquali più straordinari del Sud italiano. Anni fa fui accolto da quella comunità. E ho ricordi abbagliati di quei giorni. Ecco quanto ho scritto per la rivista del Touring Club Italiano. 
Non è un post. E’ un articolo. Ve ne chiedo scusa.

Nocera Terinese


Ricordo l’odore. Pungente. Dolciastro. Sangue e vino. Il paese ne appare inondato. Le sue tracce sono ovunque. Sul sagrato della grande Chiesa Madre di San Giovanni. Sul portone della buia cappella dell’Annunziata. Sulle mura delle case. Sugli stipiti, sulle soglie. Sugli architravi. Davanti al Calvario, giù all’ingresso del paese, confine fra le case e la campagna, il sangue è una grande pozza scura sulla strada. Rivoli rosso-cupo scendono come piccoli torrenti lungo le scalinate. Le impronte circolari dei dischi di sughero, le rose insanguinate, segnano negozi e botteghe. ‘E’ l’odore della Quaresima’, dice, con orgoglio, un vattente all’antropologo che, da anni, nei giorni della Pasqua, arriva a Nocera Terinese, cinquemila abitanti, paese di collina a un passo dal mare, ultimo comune nel Nord-ovest della provincia di Catanzaro. Qui sopravvive, da sempre, il rito della flagellazione. Al sabato santo, e nella notte del venerdì, gli uomini di Nocera si battono. Offrono il loro sangue alla Madre di Cristo. Penitenza e rinascita, morte e resurrezione nel versare il proprio sangue. Questi uomini hanno ricevuto una grazia, hanno promesso un voto. Hanno fede, sono attori e testimoni di una devozione popolare profonda. Si colpiscono i polpacci e il retro delle cosce, lasciano che il loro sangue si disperda per i vicoli, le vineddre e le rughe del paese. Il sabato santo, a Nocera, è giorno straordinario e infinito.
La processione notturna

La vestizione del vattiente
Io ricordo la stanchezza eccitata alla fine di quelle ore. Le corse dietro ai vattienti che apparivano all’improvviso di fronte alla statua lignea della Pietà, conosciuta dai noceresi come l’Addolorata, trasportata in processione per le strade del paese. Un’intera giornata a scendere e salire vicoli scoscesi e impervi. Un andirivieni faticoso dal vecchio rione della Motta alle rovine dell’antico convento dei Cappuccini, il luogo più alto di Nocera. Decine e decine di uomini, dalle gambe scoperte, dalle maglie nere e pezzuola nera a coprire la testa, hanno rincorso il corteo sacro per inginocchiarsi e battersi di fronte alla Madonna. Sono maestri del sangue. ‘Uomini valenti, coraggiosi, saggi, capaci di capire il loro corpo e i suoi limiti’, mi spiega Francesco Faeta, antropologo all’università di Messina, ricercatore che per un quarto di secolo si è arrampicato verso questo piccolo paese calabrese per raccontare una ritualità cruenta e straordinaria. Quest’anno, Pasqua del 2011, sabato santo, almeno ottanta uomini sono usciti dai magazzini delle loro case, i catuoju, le stanze dove hanno indossato le vesti della penitenza, e si sono battuti. Ventidue hanno scelto la notte del venerdì per questo loro sacrificio. Pensate: due altre persone accompagnano il vattente. Poi ci sono i familiari. E ancora: il gruppo dei portantini della statua dell’Addolorata, altre trentasei persone, con i propri ruoli, compiti, decisioni da prendere. Vuol dire che almeno quattrocento persone, a Nocera Terinese, sono protagonisti diretti del grande spettacolo della Pasqua. L’intero paese partecipa al rito della flagellazione.  
I vattienti

Davanti alla Chiesa

La notte di Nocera
Vito Curcio, 54 anni, da qualche anno, è il primo a battersi di fronte alla statua dell’Addolorata appena uscita, nella processione del venerdì santo, dalla chiesa dell’Annunziata. ‘Vi è un’urgenza, un forte desiderio – dice Vito – Il bisogno di incontrare la Madonna il più presto possibile. Subito. Appena è fuori dalla chiesa’. C’è un voto da assolvere. La folla si apre per lasciar passare Vito, la statua, in spalla ai portantini, si ferma di fronte all’uomo vestito di nero. Si crea un piccolo spazio. Vito si inginocchia, abbassa la testa, prega. Ci sono momenti di silenzio assoluto. Come se la gente trattenesse il fiato. L’uomo si rialza. Allarga un braccio. Si batte con il cardo, disco di sughero trafitto da tredici schegge di vetro. Le sue gambe sanguinano. La Madonna osserva e i portantini hanno occhi attenti. ‘Ogni volta il voto viene sciolto. Ogni volta si rinnova’, mi spiegherà, poi, Vito. La figlia versa vino sulle ferite: così si disinfetta, così si impedisce il coagulo del sangue. La processione riprende il suo cammino. Vito scompare in silenzio, prosegue i suoi passi di penitenza e flagellazione.
Gli uomini che portano la Madonna

L’uomo che porta la Croce
I riti penitenziali di flagellazione furono uno degli argini che monaci e congregazioni religiose radicali (Gesuiti, Benedettini, Passionisti…) costruirono nei secoli della Controriforma. Bisognava fermare le idee della Riforma protestante. Erano i tempi del Barocco, il teatro era rappresentazione del mondo. I predicatori del cattolicesimo organizzavano maestose processioni, favorivano complesse scenografie popolari, costruivano grandi riti patronali. Accendevano il fervore religioso dell’Italia rurale. La Pasqua, morte e resurrezione di Cristo, era, ed è, il tempo perfetto per il trionfo della devozione popolare. Fra la fine del ‘500 e per tutto il ‘600, fra la Spagna e l’Italia, i flagellanti furono migliaia e migliaia. Ci si batteva in Calabria, in Campania, in Puglia, in Sicilia.
Frenata l’espansione protestante, nei secoli successivi, furono le stesse gerarchie ecclesiali a cercare di ridimensionare la ritualità del sangue. Ma, in Calabria, agli inizi del ‘900, vi erano almeno dieci paesi dove ancora si versava sangue in nome di Cristo. Oggi il rito sopravvive, con grandiosità, solo a Nocera Terinese. Ci si batte, è vero, anche a Verbicaro, piccolo paese montano della provincia di Cosenza. Qui, un piccolo gruppo di flagellanti (sette, a volte otto persone) ha ripreso, dagli anni ’70, a battersi nella notte del giovedì santo. Rito notturno, scuro, duro. ‘E’ una ritualità nata da una contestazione sociale’, avverte Francesco Faeta. I battenti vestono di rosso e corrono nella notte di Verbicaro, ruotano, a passo di corsa, per il paese per tre volte. Precedono la via crucis dell’alba del venerdì. Si muovono in silenzio, quasi in solitudine. Sono più gli stranieri, venuti da fuori, che i paesani a seguire la ritualità. A Verbicaro ci si batte accovacciati. Sul davanti delle cosce. Un aiutante spruzza vino sulle ferite. Alla fine, i battenti si laveranno in una antica fontana medioevale.
Battersi di fronte alla Madonna

Il cardo con le tredici schegge di vetro
A Nocera Terinese, invece, il giorno dei vattienti è diventato, negli anni, spettacolo di massa. Grande occasione di incontro. Tradizione, culto religioso ed evento mediatico. Giorno di gloria del paese.
Privilegio di cronista. E concessione di fiducia. Non potrei essere qui, ma mi ritrovo nel magazzino della famiglia di un vattente. Bolle, nella quadrara, una grossa pentola, un infuso di rosmarino. Odore forte nell’aria. Padre e figlio hanno deciso di battersi assieme. C’è emozione nella stanza. Si spogliano, indossano i pantaloncini e la maglia nera. Si coprono la testa con il mannile. Una corona spinosa di sparacogna, asparagina selvatica, è attorno alla fronte. Si cambia anche un ragazzo. Torso nudo, drappo rosso appeso alle ascelle, corona di spine. E’ l’Ecce Homo, il Cristo presentato alla folla da Ponzio Pilato. In mano ha una croce di canna, rivestita di stoffa rossa. Vattente e Ecce Homo usciranno assieme per le strade del paese. Una cordicella li legherà uno all’altro per tutta la giornata. Sono un’unica raffigurazione, sono uniti nella Passione del Cristo. Un amico, un parente (da qualche tempo, qui hanno conquistato un ruolo anche le donne), ha già in mano la fiasca del vino con la quale bagnerà le ferite. E’ il momento. Si sa che la statua dell’Addolorata sta per uscire. I vattienti si massaggiano le gambe con l’infuso di rosmarino. Poi si battono con veemenza con la rosa, disco di sughero piatto e ben levigato. Il sangue corre nelle vene, le cosce si arrossano. Ora la mano destra alza l’altro disco di sughero, il cardo. Tensione nell’aria. Il primo colpo, il secondo, un terzo. Le lanze, le schegge di vetro (tredici, come Gesù attorniato dagli apostoli), entrano nella carne, esce il sangue. Ora i vattienti sono pronti, possono uscire, a piedi nudi, fra i vicoli, raggiungere la processione. Qualche parente o amico, con il cellulare, modernità e rito della tradizione, avvisa dei movimenti lentissimi della processione. Gli uomini in nero lasciano segni, il primo sulla propria casa, poi sul petto e sulle spalle dell’Ecce Homo, sulle porte delle abitazioni dei parenti più stretti. Augurio di grazia, di protezione, di benessere. Poi segnano, con il loro sangue, i luoghi sacri, i Calvari, i tabernacoli e le chiese del paese. I vattienti si incrociano, si sfiorano, intercettano la processione, non si intralciano l’uno con l’altro. Si genuflettono, si battono. Contrasto di colori: il bianco candido delle vesti dei portantini, il nero penitenziale dei vattienti, il rosso del giovane Cristo. Il sangue che scorre. Il rito si compie.
La gente di Nocera

La gente di Nocerca
Un tempo erano i contadini più poveri e gli artigiani del paese a battersi. Alla fine degli anni ’50, un vescovo cercò di vietare la flagellazione. La gente di Nocera fu più tenace. Oggi si battono giovani, studenti universitari, piccoli professionisti, impiegati, tecnici informatici. ‘E’ come un rito di ingresso e di iniziazione’, spiega Francesco Faeta. Nocera Terinese accetta la globalizzazione, ma difende, con forza, la sua identità. Tradizione e modernità. Oggi molti vattienti usano internet per mostrare la loro fede e il loro coraggio. Creano siti, blog, portali. Mettono su you tube il video della flagellazione. Il rito è rappresentazione. Deve essere visto.
Essere l’ultimo a battersi…
Tutto è finito. Le statua dell’Addolorata è rientrata nella cappella piccola e buia:  le sue porte si riapriranno solo fra un anno. Sono frastornato in mezzo alla piccola piazza di San Giovanni. ‘Solo la prossima pioggia porterà via l’odore del vino e le tracce del sangue’, mi dice un uomo. Mi sembra che la banda suoni ancora la Jone, marcia funebre malinconica e solenne. Vito mi ritrova. E’ venuto a cercarmi. Intuisce che non voglio andarmene. So di avere assistito a qualcosa di importante. Che fatico a capire. Che non devo capire. Vito mi scuote. Oggi è giorno anche di festa. Cristo risorge nella notte del sabato. A casa la tavola è imbandita di buon cibo e buon vino. Vito mi fa sedere fra i suoi familiari, piatto e bicchiere vengono subito riempiti.    

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