Zeri/Settantasei tornanti

Chiesa di Rossano


Dopo i primi chilometri, conto i tornanti. Salgo per quindici chilometri. Settantasei tornanti. L’acqua si porta via la terra. I muretti franano. Passo da Arzelato, la strada ‘principale’ è interrotta da più di venti giorni. A volte si fanno ‘gli scambi’: chi deve scendere verso valle, arriva fino alla frana, prosegue a piedi e il parente o l’amico lo aspettano al di là dell’interruzione. La strada di Arzelato è un tratturo sconnesso che si arrampica con balzi da capra. Vita quotidiana di montagna. A un’ora da Spezia. Un’ora e mezza da Carrara. Confine fra centro e nord dell’Italia. Frontiera fra Emilia, Liguria e Toscana. In queste montagne, Appennino dei silenzi, montagne bellissime e dalla vita dura, si è in un mondo a parte. Queste valli sono ‘diversità’. Benvenuti a Zeri. Alta Lunigiana. Meglio: benvenuti nelle valli di Zeri. Perché Zeri, in realtà, non esiste.
Diciotto frane lungo la strada per Bosco

La strada da Pontremoli a Zero è franata
Viaggio nell’Italia fragile. In paesi che ben pochi ti raccontano. Le strade sono in frana, le chiese sono in frana. A Bosco vedo le case portate via dall’alluvione di ottobre. ‘Acqua maledetta’, mi dicono, ma sanno che sono anche gli uomini a non aver più cura delle montagne. Italia dimenticata. A sera leggo i libri di Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli: e vi trovo le pagine perfette per raccontare questa solitudine orgogliosa e testarda. Arrivo, scortato da un paesano, al circolo di Chiesa. Entro. Stufa accesa. Solo uomini. Dai cappelli di lana, le giacche che sanno di campi e le carte della briscola in mano. Vino aspro. Penso: sono venuto fino a qua per raccontare di donne e, al circolo, una stanza nella canonica, non ne trovo nemmeno una. Dormirò qui stanotte. Nella canonica di una chiesa chiusa. Una scossa di terremoto ha messo in pericolo le sue mura. Terra più che fragile, la valle di Zeri. So di avere addosso gli occhi degli uomini delle carte.
La valli zerasche
Vi devo una spiegazione. Zeri davvero non esiste. E’ un ‘nome collettivo’. Non c’è il paese di Zeri. Ci sono trentasei frazioni divise in quattro vallate. Qui un centesimo in più di benzina è la differenza fra la solitudine e la compagnia (questo Mario Monti lo ignora, non può nemmeno immaginarlo). Un tempo si andava a piedi. Oggi Pandina a quattro ruote motrici e pick-up per chi ha gli animali. Un solo distributore di benzina (una donna magrissima è alla pompa). A Coloretta. Hanno nomi ‘indigeni’, i paesi. 
Zeri, leggo in un libro erudito e bello, è Ersilia, città invisibile di Italo Calvino. Zeri esiste solo nelle relazioni (per lo più burrascose, ma profonde, intagliate nel silenzio e negli sguardi, incomprensibili a occhi forestieri) fra le gente dei paesi. Si ha memoria di risse colossali fra i contadini delle valli di Rossano e dello Zerasco. Zeri esiste solo in una ‘ragnatela di rapporti intricati’. Chissà cosa ne pensa il tom-tom quando gli dici di cercare Zeri? Già, qui la tecnologia fa bizze splendide. Per cinque giorni vivo senza cellulare, senza il web, senza il digitale terrestre. E non trovo nemmeno mezzo telefono pubblico. Non ho dietro la Lettera 22. Come ho fatto il giornalista per venti anni? Imparo nuovamente. Vado a cercare un vecchio alfabeto che avevo dimenticato.
Il circolo a Chiesa. Alla domenica
Salgo a Zeri perché la rivista Terre di Mezzo mi manda a cercare la fragilità dell’Italia. E la sua voglia di resistere ed esistere. Qui sono venuti (sono davvero venuti? Osservo il sorriso sfuggente dei contadini e ho qualche dubbio) giornalisti di mezza Italia (ma è vero: l’altro giorno qui c’erano quelli del Guardian) per raccontare una storia di donne-pastore. ‘Le signore degli agnelli’. Le donne, belle e giovani, che hanno salvato ‘la pecora zerasca’. Ci sarà tempo, spero. Ora sta spiovendo, il verde dei pascoli è abbagliante. Ho scavalcato un crinale, il cielo si fa d’azzurro. C’è aria selvatica, lontana. Odori che non conosco. Colori che non conosco. I soli rumori sono grida di contadini che vanno a cercarsi i greggi. Gli uomini del circolo mi versano vino a bicchieri da vecchia osteria. Mi mostrano salami di pecora. I paesi sono scuri, umidi, rannicchiati. Tetti neri di piagne. Le case hanno mura spesse e finestre piccole. Paese del freddo. Una delle donne degli agnelli mi prepara le coperte per il letto. Gli uomini delle carte bofonchiano per una giocata sbagliata. Si vince olio Carapelli (qui gli olivi non ci sono) e caffè Lavazza.
Alla fine i giocatori se ne vanno. Un cavallo si avvicina a curiosare. A Piagna, paese vicino, saltano le luci pubbliche. Per qualche notte, sarò l’unico abitante delle case deserte attorno alla chiesa di San Medardo.
Zeri, 15 aprile
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