Quaranta anni fa/Franco Serantini

Mi dovete nuovamente scusare. Anche questo non è un post. E’ un articolo. Un articolo vecchio, scritto nel 2002. Sono passati dieci anni da allora e quaranta da quando, sul lungarno Gambacorti a Pisa, veniva ucciso Franco Serantini, un giovane anarchico. Accadeva il 7 maggio del 1972. 

Quando scrissi questo articolo per Linus eravamo ancora scossi dalle storie di Genova, dalla battaglia del G8. Le storie di Franco Serantini e di Carlo Giuliani, ucciso in piazza Alimonda, sono intrecciate in un drammatico filo rosso. Questi due ragazzi sono la nostra storia. Fanno parte della ‘mia’ storia personale. 

Non ho riscritto l’articolo. Non ne ho avuto modo, né voglia. E’ un articolo datato, eppure così attuale.  Posso solo invitare a chi non conosce la storia di Franco Serantini di leggere ‘Il sovversivo’, il libro scritto da un grande giornalista. Corrado Stajano, un inviato del Corriere della Sera, un giornalista ‘borghese’, seppe compiere la migliore inchiesta sulla morte di un ragazzo.

Linus, piccola e bella rivista, pubblica, nel suo numero di maggio, un editoriale in ricordo di Franco Serantini. (www.linus.net)

Non dimenticate né Franco, né Carlo.

(questo articolo, oggi, è dedicato a Sabrina Sganga, giornalista di Controradio. Erano tantissimi gli amici e i compagni che oggi l’hanno salutata per l’ultima volta nel verde del parco di Villa Vogel. Una giornata di pioggia). 

  

Franco Serantini


Trent’anni fa, a Pisa, moriva, ucciso da alcuni poliziotti, un giovane di 20  anni. Si chiamava Franco Serantini, era anarchico. Ma, soprattutto, era ‘timido, leale, onesto, chiedeva comprensione ed amicizia’. Dicono di Carlo Giuliani, 23 anni, ucciso a Genova nei giorni del G8: ‘era timido, mite, gentile’. Storie di ragazzi che si intrecciano, storie di ragazzi che non ci sono più.
‘Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita. Ogni cosa rappresenta una minaccia per il giovane: l’amore, la perdita della famiglia, l’ingresso tra i grandi. E’ duro imparare la propria parte nel mondo’. Il libro si chiama Aden Arabia, lo scrittore era Paul Nizan, un comunista eretico.
Studenti, i celebri studenti della Normale pisana, al posto dei ragazzi ‘difficili’ dell’istituto di rieducazione maschile (un riformatorio, in altre parole) ‘Pietro Thouar’. Questa è piazza San Silvestro, a Pisa, piazza di pini marittimi e bei silenzi a un passo dai lungarni. Gli studenti sono belli, impegnati, determinati. Hanno un’aria pulita e gentile. Escono a piccoli gruppi. Attraversano la piazza. Sapranno chi ha vissuto, prima di loro, fra questi corridoi? Chi ha salito queste scale monumentali? Mille anni fa qui abitavano monaci benedettini, sette secoli più tardi vi passarono gli anni giovanili le educande, figlie della nobiltà cittadina. Poi i soldati di Napoleone e i frati francescani. Infine, i ragazzi che, nell’Italia degli anni ’60, nessuno voleva. Franco Serantini era uno di questi. Non aveva nessuna colpa: semplicemente capitava che la società non sapesse cosa farsene e, allora, lui, figlio di nessuno, fu rinchiuso in un riformatorio.
Il monumento a Franco (da autautpisa.com)
Credo che questa storia gli studenti che dormono nel ‘complesso ex-Thouar’ la conoscano: a fianco del portone una lapide ricorda che ‘un compagno di venti anni morto per le mani della giustizia borghese visse in questa che ora i proletari chiamano piazza Franco Serantini’. Questa pietra incisa fu murata qui ‘per volontà dell’assemblea proletaria del 13 maggio del 1972’. Franco Serantini, giovanissimo anarchico,  picchiato ‘con incredibile violenza’ da poliziotti del Raggruppamento Celere di Roma, rimasti sempre sconosciuti, era morto da sei giorni.
I poliziotti picchiarono Franco con il calcio dei moschetti e con le canne dei fucili. Era andato a una manifestazione contro un comizio del Msi alla fine della campagna elettorale del 1972, quella in cui il Manifesto presentò la candidatura di Pietro Valpreda. Franco, non curato,  morì in carcere, al Don Bosco, trenta ore dopo essere stato arrestato. Morì il giorno delle elezioni, il 7 maggio del 1972. Valpreda non fu eletto.
I ragazzi di Genova, gli amici di Carlo, il 20 luglio dello scorso anno, non attesero un’assemblea. Raccolsero la segatura intrisa del suo sangue e andarono verso il mare. Il loro funerale ‘personale e intimo’ si svolse fra gli scogli di Quarto: liberarono quel sangue fra le onde del Tirreno, là dove andavano a fare il bagno nei giorni dell’estate.
In quelle ore di un pomeriggio di luglio, un ragazzo si era già arrampicato sul muro di una casa e, con un pennarello, aveva cancellato le lettere di ‘Piazza Alimonda’. Al suo posto, aveva scritto ‘Piazza Carlo Giuliani’. E poi aggiunse: ‘ragazzo’. Già, come Piazza Serantini, ‘un compagno’.

(Da SergioFalcone.blogspot.com)

A Pisa, quest’anno, ad aprile, per ricordare la Resistenza, qualcuno ha stampato un manifesto e in filigrana, sullo sfondo, si intravedono i volti leggeri di Franco e Carlo. Franco non aveva ancora compiuto 21 anni, Carlo ne aveva 23. Entrambi riposano in cimiteri monumentali. Sulla tomba di Franco sventola la bandiera dell’Anarchia. Ai funerali di Carlo, gli amici bevettero e offrirono birra. Funerale di un ragazzo dei vicoli del centro storico di Genova. A Pisa, trent’anni fa, un vecchio anarchico, Cafiero Cinti, intonò una struggente Internazionale e ‘tutti levarono il pugno’.  
La violenza della polizia sul lungarno Gambacorti a Pisa, nel 1972, e dei carabinieri in via Tolemaide a Genova, a un passo da piazza Alimonda, nel 2001, è stata intollerabile. Franco era fermo, immobile, indifeso: non scappò. “Era coraggioso”, ricordano gli amici. Perse gli occhiali e non ci vide più nulla. Gli saltarono addosso in molti: il referto dell’autopsia è terribile, agghiacciante. I poliziotti avevano fatto a pezzi quel ragazzo. Carlo non era immobile in piazza Alimonda: aveva in mano un estintore e un passamontagna sul volto. Una jeep dei carabinieri, abbandonata a sé stessa, era circondata da ragazzi arrabbiati. Un carabiniere, un altro ragazzo di 22 anni, ha sparato. Dirà il padre di Carlo: “Quale ordine potrà mai difendere chi spara in faccia a chi non ha armi?”
 Entrambi, Franco e Carlo, a trent’anni di distanza, erano in piazza perché credevano nella ‘giustizia’. Franco era figlio di nessuno, abbandonato al brefotrofio di Cagliari in un giorno di luglio del 1951. I genitori di Carlo sono persone impegnate, sagge, consapevoli. Franco era magrissimo, piccolo, dolce, sorridente, generoso, mai violento, riservato, miope (le lenti dei suoi occhiali sono ‘spesse, molto spesse’), volontario dell’Avis, donatore di sangue: così lo ricordano i compagni anarchici e la gente del Cep, i quartieri popolari di Pisa. Carlo era magrissimo, piccolo, sorridente, gentile, ‘amorevole’, non violento, silenzioso, obiettore e volontario ad Amnesty International: così lo ricordano nei vicoli di Genova. Franco era ansioso di vita e di impegno: viveva nel riformatorio (era obbligato a dormirvi), ma a Pisa conobbe i giovani socialisti, i giovani comunisti  e i ragazzi altezzosi e superbi di Lotta Continua (ma ‘non gli piacciono i professorini della Normale’, scrive Corrado Stajano. Chissà quale studente della Normale dorme oggi nella sua stanza-prigione?). Non prese nessuna tessera. Le organizzazioni con i loro ‘capetti’, le loro regole, le loro ipocrisie, gli stavano strette. Approdò in via San Martino, storica sede pisana degli anarchici. Qui trovò umanità, affetto, i grandi vecchi capaci di raccontare storie di vite straordinarie. Stava con i giovani, con il Gruppo Pinelli. Quelli erano gli anni della tragedia di piazza Fontana, della strage di stato: la politica, la lotta, i cortei non erano più un gioco o una festa. Tutto era cupo in quell’Italia.

Carlo Giuliani (da insorgenze.wordpress.com)
Carlo attraversa la politica al liceo Leonardo Da Vinci. Raccoglieva firme per le assemblee. Passò come un lampo per Rifondazione Comunista. Ne esce in fretta. Anche per lui, un partito è troppo stretto, inadeguato. Preferisce la vita ‘vera’ dei vicoli di Genova. Franco parla e discute con tutti: con il cappellano del riformatorio e con i suoi nuovi compagni anarchici, con il preside dell’istituto professionale Fibonacci e con la gente dei quartieri più poveri. Carlo, a Genova, si fa vedere alla parrocchia di San Bernardino, va ai concerti del centro sociale Zapata. Viene da piazza Manin, zone borghesi della città, e frequenta i vicoli, cuore popolare di Genova. Ha amici fra ‘i ricchi’ e fra i ragazzi con i cani del Campetto. ‘Attento – mi disse Pino, amico di Carlo – non definirlo. Non chiamarlo comunista, anarchico, di sinistra. Le parole non servono. Carlo voleva conoscere la vita sbatterci le corna contro”. “Attento – mi dice Franco Bertolucci, fra i fondatori a Pisa della Biblioteca Franco Serantini – le somiglianze fra Franco e Carlo si fermano a un certo punto. Franco stava costruendo una sua cultura politica, la sua scelta anarchica era consapevole. Gli amici del piccolo gruppo del Pinelli ne ricordano il carisma, il ruolo politico, la presenza. E la storia dell’anarchismo a Pisa ha tradizioni e forza. Qui vi erano i giovani, qui si vivevano esperienze importanti di una ‘società altra’”.  “Attento – mi avverte Corrado Stajano, il giornalista ‘borghese’, lo scrittore che ha avuto il coraggio di raccontare in un libro straordinario, Il sovversivo, (Einaudi lo mise in vendita a 1400 lire nel 1975: 250mila copie vendute),  la vita e la morte di un ragazzo anarchico – la storia di Franco è quasi ottocentesca, un dramma, una vita segnata dall’esclusione. Franco possedeva un solo vestito: non sapevano come vestirlo all’obitorio. La sua vicenda umana è all’opposto di quella di Carlo. E non fare confusione: in trent’anni la storia è cambiata in Italia”. Non so, proprio non so: queste sono storie di ragazzi italiani, avevano vent’anni ed entrambi, al di là di quello che raccontano i giornali, avevano una grande voglia di vivere. Nel libro di Stajano ci sono le parole di Valeria, una delle ultime persone che lo hanno visto vivo sui lungarni di Pisa: “Era un cane randagio con un patrimonio di umanità da donare”. Sono parole brusche, secche, disperate. Da allora, da quel maggio 1972, Valeria divenne anarchica. Trent’anni dopo un’amica di Carlo, volontaria ad Amnesty International, lascia le sue parole nel vuoto/pieno di Internet: “Per il 90% della gente Carlo è un delinquente, il 10% lo considera un eroe o un martire. Ma nessuno, tantomeno i giornalisti, potranno capire mai chi era Carlo, il suo entusiasmo, la sua repulsione per le ingiustizie e la sua voglia di cambiare il mondo, ma anche i suoi momenti-no e le sue tante contraddizioni”. Carlo, a Genova, ha raccolto un estintore, ma non ha fatto che un passo verso quella jeep maledetta e quella pistola puntata. Franco a Pisa era fermo, da solo, indifeso. Gli anarchici del Pinelli non avevano aderito alla manifestazione contro il comizio del Msi, ma andarono in piazza alla spicciolata. Forse pensava di non essere notato. “Forse stava pensando di raggiungere la sede anarchica di via San Martino attraverso i vicoli. Aveva le chiavi e poteva raggiungere i compagni”, dice oggi Bertolucci.

Il libro di Stajano

Tanti incroci nella storia di due ragazzi uccisi a trent’anni di distanza: nella sede della bella biblioteca Franco Serantini, c’è un manifesto di Fabrizio De Andrè, cantore dell’Anarchia. Carlo è sepolto al cimitero di Staglieno a Genova: lì sta anche Fabrizio. La piazza San Silvestro (in realtà, per molti, a Pisa, questa è davvero la piazza Franco Serantini) è abbellita da pini marittimi e quel giorno di maggio del 1972 pioveva: particolari che Marino, l’accusatore di Adriano Sofri, non ricorda quando sostiene che lì, proprio lì, proprio quel 13 maggio del 1972, ebbe l’assenso del leader di Lotta Continua all’uccisione del commissario Calabresi. Serantini morì nel carcere Don Bosco, la stessa prigione dove adesso vive Sofri. I poliziotti che, lo scorso luglio, hanno fatto irruzione nelle scuola Diaz spezzando, senza pietà, ossa e teste appartenevano allo stesso reparto che trent’anni prima aveva picchiato a morte Franco Serantini, oltre quelle inutili auto messe di traverso sul lungarno Gambacorti.  In Piazza Alimonda, sulla cancellata-altare che è sorta in ricordo di Carlo, sono passati gli ultras del Pisa (gli skonvolts) e hanno lasciato il loro segno: Ultras against racism. Da Pisa a Genova.
Già: da Pisa a Genova. Al resto d’Italia. Ho chiesto a David e Pietro (hanno poco meno di 30 anni). Ho chiesto a Miriam (ha poco più di 40 anni). Ho chiesto ad Aldo (ha più di 50 anni). Tutti sono impegnati, da sempre, nella politica, nell’impegno sociale, nelle speranze di giustizia. Nessuno ricordava Franco. Il Manifesto, dopo Genova, pubblicò un lungo articolo sulle persone cadute durante le manifestazioni dal 1946 in poi: Franco Serantini, in quell’elenco di sofferenze, era diventato Giuseppe Segantini. Un libro sui giorni di Genova ha ripreso questa lista di nomi senza accorgersi dell’errore. In quello stesso libro Peppe De Cristoforo, leader dei giovani comunisti, definisce Carlo come ‘un eroe’. Che parola stolta!
Einaudi (Giulio Einaudi volle presentare in prima persona il libro di Stajano) stampò un edizione per le scuole de Il sovversivo. L’Unità di Walter Veltroni, nel 1994, ripubblicò il libro. Oggi la Biblioteca Franco Serantini ne ristampa una nuova, preziosa edizione. Nessuno dei poliziotti che picchiarono Franco sul lungarno Gambacorti fu identificato (ma quanti erano questi poliziotti? Il coraggio della verità non era una loro dote. Non lo è neanche dopo Genova): nessuno ha pagato per quella morte. Qualcuno, nel 1977, sparò alle gambe di Alberto Mammoli, il medico del cacere che visitò Serantini in quel maledetto maggio del 1972 e che ne sottovalutò le condizioni (fu assolto ‘per non aver commesso il fatto’). L’attentato fu rivendicato da Azione Rivoluzionaria. Un’altra follia. Il carabiniere che ha premuto il grilletto in piazza Alimonda ha deciso di raffermarsi, di continuare la sua carriera militare. Il commissario Giuseppe Pironomonte che, in quel maggio del 1972, cercò di ‘sottrarre’ Franco ‘alla furia degli agenti’, si  dimise dalla polizia venti giorni dopo quell’aggressione: “…la mia dirittura morale…”, si lasciò sfuggire con Corrado Stajano.

La tomba di Franco (da anarco-bolo.ch)

Al grande e monumentale Cimitero Suburbano (appena fuori Piazza dei Miracoli), la donna degli uffici sa benissimo dov’è la tomba di Franco: “Vengono in molti”. Ce la indica sulla mappa del camposanto. Camminiamo a lungo, fino al Quadrato 17. Qualcuno, trent’anni fa, ha pagato per quella sepoltura in un angolo ‘nobile’ del cimitero: Franco potrà riposarvi per cinquanta anni. E’ davvero sepolto fra le cappelle di marmo delle famiglie ‘importanti’ di Pisa. Il massiccio sarcofago dell’ammiraglio Giuseppe Fortunato Pardini, patrizio pisano,  alle spalle della terra che protegge Franco, è ingombrante e imponente. Strana tomba, quella di Franco: non vi è una lapide, ma un ‘pezzetto di strada’, un mosaico di sampietrini come nelle belle vecchie vie di una città antica. Vi sono sempre fiori: primule e violette comprate dal fioraio fuori dal cimitero, due piante grasse, alcuni lucenti fiori di pezza, perfino un’orchidea. No, Franco, almeno oggi, non è figlio di nessuno. Destino curioso: a fianco della tomba in terra di Franco, vi è il sarcofago abbandonato, quasi spezzato e mai più curato di Luigi e Maria Bertini. Nessuno, a quarant’anni dalla loro morte, passa più a trovarli. Qualcuno, invece, è passato da poco a trovare Franco e ha lasciato cinque rose rosse: sono ancora fresche, appena tagliate, umide. Una colonna metallica si alza dalla tomba di Franco. A fianco una bandiera rossa e nera. Si agita nel vento, si calma per un attimo. E’ nuova ed è già sfilacciata. Sembra guidare un corteo.
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