Giovedì dell’Ascensione, il taglio del Maggio

Il Maggio è caduto

Il cielo ha deciso di chiudersi. Tre gradi, là fuori. Gocce di neve sul crinale di Serraverde. Pioggia gelata sulle colline più basse. Il vento piega i cerri. Spazza le foreste. L’inverno riappare nel giovedì dell’Ascensione. Intuisco i pensieri di chi deve abbattere il Maggio.

La messa al mattino
L’organetto e la voce

Colpo di petardo al mattino. E’ il vero avvio della festa. Gli uomini guardano il cielo e seguono l’auto di don Pinuccio. Messa nel bosco. Nella casa comunitaria, rifugio della forestale. Pentola della ‘pastorale’, la carne di pecora, già sul fuoco. Don Pinuccio dice messa sul bordo di una grande tavolata. Gli uomini hanno le mani raccolte sulla pancia. Ma poi alzano le palme al cielo. Penso che anche il mondo dell’Islam compie lo stesso gesto. Stretta di mano di pace fra la gente del Maggio. Poi, sullo stesso tavolo della messa, colazione con vino aspro, salami, pizza e frittate con lampascioni. Poi, si aspetta. Che il cielo dia qualche segnale di tregua. Mani in tasca, chiacchiere. Scarpe pesanti. Gli uomini hanno le felpe scure del lavoro: EdileLucana, Cassa Edile, Acquedotto Lucano. Oramai sono più operai che massari. Sacrificano la giornata di lavoro al Santo. Oggi c’è da tagliare gli alberi dei puntelli, la croscia, il paranco principale, e poi lui, già segnato dal timbro di San Giuliano, il Maggio, il cerro scelto la prima domenica dopo Pasqua. ‘Quest’anno è facile, l’albero è poco distante dalla strada’. Fuori è tempesta.

Cadono gli alberi

La gente del Maggio si mette in movimento. Non so chi abbia deciso, ma deve esserci stato un segnale. Si muovono tutti. Senza una parola. Si va fino a una scarpata lungo la strada. Ci sono da tagliare gli alberi che faranno da paranchi. Fa freddo, la pioggia sa di gelo. Scendo a precipizio. Gli alberi cadono. Le guardie forestale misurano e prendono il punto gps. L’acqua entra nelle mie scarpe. Gli uomini hanno passi pesanti, io scivolo fra le foglie fradice. Seguo la fila degli uomini. Il lavoro è veloce. E’ gente che tiene competenza,questa. Ci sono discussioni, ma, ai miei occhi stranieri, le baruffe sono quasi un gioco. ‘Alla fine decidiamo tutti assieme’. Quelli più esperti, ben inteso.

L’albero che non voleva cadere

Il Maggio, il grande cerro, è nella foresta di Montepiano. Aspetta il suo destino. Il bosco si chiude a cupola. Prima bisogna tagliare la croscia, il paranco. Non c’è spazio a sufficienza, il Maggio è troppo vicino, non bisogna correre il rischio di abbatterlo. Si va avanti con cautela. ‘Piano piano’, mi dicono. L’albero che servirà da appoggio al Maggio cade per obliquo e si aggrappa a un altro. Rimane in bilico. Perfino la moto sega si incastra sotto il tronco. Ci si accalora. La pianta non vuole cadere. Sta lì. Appesa a un’altra. Si cerca di scalzare la base. Si spinge. Arrivano corde. Mi dicono che le funi, ogni qualche anno, si comprano al porto di Taranto. Devono tradurmi, parlano una lingua a me sconosciuta, questi uomini. Arriva gente, questo è il primo rito del Maggio. Pochissime donne. Questa, per il momento, è storia di uomini. C’è qualche ragazza incuriosita. Alla fine, un ultimo taglio. Uno strattone. L’albero crolla. E ne travolge un altro nella caduta. Viene via con tutte le sue radici e la terra. Terremoto forestale. Si apre una fossa nel bosco.

Si scava attorno al cerro

E’ tempo di pensare al cerro. Al Maggio. E’ altissimo. E non può essere tagliato. Niente motoseghe. Deve essere scalzato. Non deve soffrire. Si scavano buche attorno alle radici, si tagliano con accette, si zappa per portar via la terra. Lavoro lunghissimo. Di fatica. Gli uomini si danno il cambio. L’albero è accerchiato. E’ marchiato con i timbri di San Giuliano. Antonio, lo scalatore, dovrà arrampicarsi. E’ giovane, fortissimo. L’ho già visto salire tre anni fa. Si toglie il maglione, stringe la cintura, si svuota le tasche. Va su. Con un passo strano. Braccia e gamba si muovono con il ritmo dell’ambio. Avanza a scatti. Ha una forza da ciclope nelle braccia. Sale senza alcun aiuto: né corde, né appigli. Free-climber che conta solo su sé stesso. Antonio sparisce fra i rami. Ora tira su la grande corda. La annoda al tronco. E poi, da giocoliere dell’equilibrio, si cala facendo acrobazie. Applausi. Ha gli occhi colmi di orgoglio, il ragazzo.

Antonio sale sul cerro

Si continua a scavare attorno al tronco. A colpi di zappa. I cambi degli uomini sono continui. Non bisogna ferire l’albero. Si lavora attorno alle radici. L’albero resiste. A monte, si distende la cordata degli uomini. Le loro mani afferrano la fune. Cominciano a tirare. Si disbosca il campo di ‘atterraggio’. I ragazzi sono appesi alla corda. Il cerro oscilla, ma è ostinato. Si tagliano le grandi radici. Gli uomini sono al lavoro da quasi quattro ore. Cresce l’attesa, la tenacia è più forte dei nervosismi. Si ride. Gli uomini si sputano nelle mani, fanno scivolare il legno delle accette, i loro colpi sono precisi. Qualche fotografo si aggira attorno a loro. Tre telecamere. Oramai si è abituati. Quasi indifferenti. Occhi per la ragazza dalla Germania che si avvicina con la macchina fotografica. Qualcuno tira fuori il tedesco dell’emigrazione.

Si tira per abbattere l’albero
Le mani sulla fune

Ecco, corrono segnali fra chi lavora attorno alle radici e chi aspetta con la corda stretta fra le mani. Strappi, tirate, grida, si puntano i piedi, si cercano appoggi. Tutti tirano. I ragazzi delle scuole stanno al fondo. I più esperti davanti. L’albero ha qualche esitazione, tentenna, rantola. Cede. Con un ultimo lamento. Con strepito di ramaglie. Ma è come se stringesse un patto disperato con gli uomini. Un sacrificio per la loro festa. Si arrende. Cade. Si abbatte con grandiosità e frastuono. Come un’onda maestosa.

L’albero è caduto

Fa freddo nel bosco

Un minuto dopo la caduta, l’albero è come un animale abbattuto. Gli uomini sono subito lì, a un passo, stanno attorno. Senza incertezze. Sanno cosa devono fare. Tagliano i rami con furia, tolgono la corteccia, lavorano ancora sulle radici. Si prendono le misure. Ventotto metri, diametro sessantaquattro centimetri ‘a petto d’uomo’. ‘Così sappiamo quanto il Comune ha dato al Santo’, mi spiega una guardia forestale. Il Maggio è ‘preparato’. Un animale scuoiato. Ora può riposare. Dovrà attendere i giorni della festa. L’arrivo dei buoi per il suo ultimo viaggio. Ha una nuova vita. Deve prepararsi al matrimonio imposto dagli uomini.

Il pranzo

La morra

Gli uomini non si fanno i complimenti. Hanno il silenzio della loro fatica, la consapevolezza del loro lavoro. Si torna alle macchine. Tempo del grande pranzo. Tutti con i loro sacchi. Bagagliai pieni di cibo. Vini primitivi, pane della mattina, la pecora è pronta, pasta cotta nella salsa, formaggi, salami, peperoni crausi. Tavolate colme di uomini e donne. Cappelli in testa, barbe dure, si parla a voce alta. Mancano le panche. Si mangia in piedi. E’ bellezza purissima, questa. Riconosco i volti. Perfezione del vino. Patate, fave, ancora formaggi, passano salsicce. Ancora vino. Bicchieri colmi. Occhiate come brindisi. E poi la musica, gli organetti, la zampogna. Il do in aprire. Lo stesso tasto per il re. Fuori si gioca alla morra con urla e musi da duro. Si scarica l’adrenalina. Sì, qui, ora, voglio essere. Qui sono. E l’uomo con i baffi e uno strano berretto in testa, mi dice: ‘Ricordi, io sono quello della botticella di vino. Si beveva a garganella. Tu hai bevuto a garganella’. E una donna mi dice: ‘Ricordi, sei venuta a casa mia a fotografare la centa. Poi mi hai mandato le fotografie’. Sono le sei del pomeriggio. E mi sono ritrovato smarrendomi nel vino. Fuori è ancora freddo, ma c’è sole fra gli alberi di Montepiano.
Accettura, 17 maggio

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