So che devo raccontare il Maggio di Accettura. Sono venuto per questo. Non è vero: sono venuto perchè qui volevo essere. Volevo partecipare al Matrimonio degli Alberi. Non ne conosco la ragione. Ma lì, fra i boschi di Montepiano e di Gallipoli-Cognato, volevo passare i giorni della Festa.  Ora è difficile raccontarne. Ritrovare i fili dell’emozione. E, allo stesso tempo, fare il giornalista che si tiene a ‘giusta distanza’. Giusta distanza, un corno. Per comprendere il Maggio di quei boschi e di quel paese, bisogna ‘partecipare’. ‘Faticare’ con chi lavora. Svegliarsi all’alba per andare a prendere immagini sante. Bere il loro vino e mangiare il loro salame. Marciare nel fango, incitare i buoi nel loro sforzo. Subire le arrabbiature dei maggiaioli e sentirsi commossi quando questi uomini dei boschi scoppiano in pianti dirotti di fronte al Santo o al ricordo dei compagni che non ci sono più. Mi devono perdonare gli uomini e le donne del Maggio. Non so se davvero riuscirò a raccontarne. Ora non lo credo. Ma voglio mettere ancora una volta una foto scattata la domenica del viaggio degli sposi-alberi. Non un’immagine di fatica. Non è una foto degli uomini e delle donne che fanno il lavoro duro. Per questo dovete scusarmi, ma mi sono intestardito. E’ la foto di due ragazzine.  I Cimaioli, i ragazzi che vanno a ‘prendere’ la sposa, un agrifoglio, indossano magliette. Se le sono ‘prodotte’ da loro. Sopra vi scrivono parole di canzoni (Ligabue, De Gregori, riadattati per la Festa) o slogan. Un gruppetto di ragazzi aveva una maglietta bianca. E sopra vi era scritto: ‘Se ripassate fra cento anni, ci trovate sempre qua’. Ecco, due ragazze (quindicenni?) che ti raccontavano (consapevolmente?) dello loro storia, del loro desiderio, della loro speranza, della loro certezza. Se la parola non mi facesse paura, della loro ‘identità’.  Matera, primo giugno

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