3. Pietrapertosa/Il giorno delle nozze

Pietrapertosa

Donato al lavoro al Maggio

La buca del Maggio

Al mattino della domenica solo Donato è al lavoro attorno all’albero. U’masc, il grande cerro, ha ben riposato. La sua promessa sposa, la Cima, il piccolo agrifoglio dalle fronde verdissime, ha dormito accanto a lui. Una notte casta. Di intese. Silenziosa. Solitaria.
Rocco e Vincenzo

Rocco e Donato

Rocco
Donato cerca di rendere ancor più bello l’albero. Vuole togliere i ganci a cui erano aggiogati i buoi. I suoi muscoli si tendono nella fatica.
Lentamente arrivano i masciauoli. Sono carpentieri, muratori, gente che sa del lavoro. C’è Rocco. C’è Vincenzo. Bisogna innestare la Cima con il Maggio. C’è da manovrare motoseghe, pialle, fil di ferro. Una sorta di cavatappi per ‘bucare’ i due alberi: qui lo chiamano u’verro. ‘Perché è simile all’uccello del maiale’, mi dicono quasi di nascosto. Lavoro da esperti. Il cerro e l’agrifoglio sono felici di trovarsi assieme.
Vincenzo, a sera, parte per Reggio Calabria
La quinta storia
Vincenzo ha testa senza capelli. Bianchissima. La protegge dal sole con un berretto blu. Ma si scopre quando deve piantare un chiodo. Ha scaramanzie, credo. Si passa il chiodo sulla pelata. Ha una barba ispida, Vincenzo. E occhi di astuzia. Dice di sé: ‘Faccio il carpentiere e il ferraiolo. Ma qui non c’è più lavoro’. Il ferraiolo? Altri mestieri. ‘Faccio i muraglioni a Reggio Calabria’. Ogni settimana, alla domenica sera, parte per l’ultima città del Sud. Seicento chilometri notturni per essere al lavoro all’alba. Torna al paese al venerdì notte. Ora sta lavorando a un matrimonio che non vedrà: l’albero innestato sarà innalzato quando lui sarà già in viaggio. 
Vincenzo, dalle mani che sanno di legno e ferro, mi sorprende: ‘So suonare il clarinetto. Ho voluto che ci fosse la banda al paese. Ho trovato un maestro’. Guardo le sue mani. Mi intenerisco a pensare le sue dita immense sui tasti di un clarinetto.
Vincenzo stringe il ferro che unisce il cerro all’agrifoglio.

Che al bar

Al lavoro attorno al Maggio

Al bar del paese, c’è il ricordo di Che Guevara. Padre Pio protegge il paese. Il Pd ricorda un lutto con un manifesto in cui appare il santo di Pietrelcina. Nello stesso bar, i berretti della Juventus, del Milan e dell’Inter. Identità plurale, bel melting pot di paese.
Mi raccontano storie del Maggio. Di altri Maggi. Un tempo si scavava una buca nella strada sterrata per piantare l’albero degli sposi. Quell’anno, la terra mollò la sua presa e il cerro cedette. Un uomo cadde dal campanile nel tentativo di trattenere le funi. Miracolo di Sant’Antonio: si ruppe solo un braccio (altra versione: fu la gamba a finire male).
Un’altra volta andarono a prendere l’agrifoglio in un’altra foresta. Sant’Antonio non apprezzò e, quando i due sposi si incontrarono alle porte del paese, scatenò ‘un’alluvione’. ‘Acqua mai vista al paese’, ricordano i vecchi.

Il campanile durante l’innalzamento del Maggio
Già, il campanile. Impianto quattrocentesco del vecchio convento dei francescani. Vuoto da decenni. E’ stato scuola e caserma. In restauro da trenta. Cantiere vuoto. L’albero deve rivaleggiare con il torrione campanario. Dalle sue finestre stanno già volando le corde che vengono legate al Maggio. Si disegnano arabeschi in cielo. I boscaioli hanno imparato dai marinai a fare nodi saldi e sicuri. Rocco guarda il campanile. Da vent’anni è lui a guidare i lavori di innalzamento; è lui a volare, appeso alle corde, verso il Maggio; è lui a scioglierle e poi a calarsi lungo l’albero fino a terra. Ha muscoli a tenaglia. Dice: ‘Nessuno vuol imparare questo mestiere’.
Ecco, gli sposi sono pronti. Gli uomini si dividono i compiti. C’è chi resta a terra a tirare corde di lato. C’è chi si arrampica sulle scale precarie del campanile. Sono decine di uomini. Nessuna donna. Donato e Rocco si affacciano nel vuoto. L’albero, alto trenta metri, verrà tirato su a forza di braccia.
La processione

I piedi scalzi delle donne

Le offerte a Sant’Antonio

I’cieri
Dal convento parte la processione di Sant’Antonio. Il prete indossa un curioso berretto bianco. Molte donne sono a piedi scalzi. Mi chiedo: cosa hanno da espiare? Ma questo è un interrogativo da forestiero. Mi raccontano che due donne ‘parlavano male mentre la processione passava davanti a loro. Fu il santo a rimproverarle. Per chiedere perdono, lo seguirono a piedi scalzi’. Ma so che ci sono altre versioni di questa storia. 
Le donne guidano la processione, gli uomini sorreggono il Santo.
La processione si allunga nei vicoli. La gente aspetta davanti alle porte. Con il denaro delle offerte fra le mani. Ho visto una donna anziana mettere quattrocento euro nella cassetta della questua.
Solo quando Sant’Antonio torna davanti alla porta del convento, si potrà ufficialmente celebrare il matrimonio degli alberi. La festa religiosa e il rito civile si sfiorano. Si confondono. Ma qui il prete vuole fare distinzione fra sacro e profano. Fra il sacro e la festa. Ma io ho visto i masciaiuoli portare a spalla il Santo. Sui loro giubbotti e sulle magliette ci sta Sant’Antonio.
Si tira su il Maggio

Le corde

Comincia l’innalzamento

Si innalza il Maggio

L’ultimo strappo
Ecco, è ora. L’ora più calda del giorno. Passate le una. Ma qui c’è l’ombra del campanile a proteggere la fatica degli uomini. Le corde si tendono, gli uomini gridano. E’ un gioco, è una sfida. I due alberi, innestati uno nell’altro, vengono issati strappo dopo strappo. Il Maggio ondeggia nell’aria, viene raddrizzato, si obliqua, si alza centimetro dopo centimetro. Una piccola folla incoraggia i masciaiuoli. Ecco, l’albero è dritto, più alto della croce del campanile. 
Ora è il tempo di Rocco. Si slancia nell’aria. Balza dal campanile all’albero. A trenta metri di altezza. Dal basso vedo i suoi muscoli tendersi. Raggiunge il Maggio, si raddrizza, sale fino alla Cima, si mostra alla folla. Sotto c’è suo figlio a naso in su. Orgoglio di paese. Fa esibizioni. Saluta. Scioglie le corde. Aspetta. Ha il senso dello spettacolo, Rocco. Ha maestria. Alla fine, gli spediscono su le imbracature. Ora Rocco può scendere. Gli alberi sono sposati. E’ ora di lasciarli soli. In realtà, è l’ora del pranzo. E il paese si fa deserto in un minuto. Rocco e la sua famiglia rimangono sotto l’albero ancora un po’.
Rocco sale sul Maggio

Rocco

Il Maggio

La banda e il Maggio

Arrampicata sul Maggio

Pina prima di salire

Pina a terra

Il Maggio e la festa
Per l’ultimo atto, bisogna attendere il tramonto. Vedo Vincenzo rivestito a nuovo che sta andandosene. Parte per Reggio Calabria e per il suo lavoro di ferraiolo. Vedo i ragazzi prepararsi a salire il Maggio. La cuccagna deve essere conquistata. Ma qui hanno vinto le regole della sicurezza: si sale solo se imbragati. Non si vogliono correre rischi. Sale un ragazzo. Sale anche Pina. 19 anni. ‘Sta in campagna’, mi spiegano. Come a dire: è allenata. In realtà Pina fa la contadina e la badante. Ha occhi di desiderio e di apprensione. E’ tesa nella sua fatica. Mi dicono che lei sale ogni anno. Quanto torna a terra ha il viso arrossato dalla fatica e dalla tensione.
I balli a notte

Agostino e Nicola
Poi è solo festa. Come dopo ogni matrimonio. Si slacciano le cravatte, ci si tolgono le maschere e maniere formali, si lascia che il vino e la musica siano, per qualche ora, i soli padroni della nostra vita. In piazza si zompa con la tarantelle. I chioschi vendono panini e birra. I masciaiuoli, con la giacca dei giorni di festa, passeggiano, moglie a braccetto, per la sola strada dritta del paese. Mercanti arabi cercano di vendere scarpe e sciarpe. Vado in su e in giù anch’io salutando i paesani. Promesse per l’anno che verrà. La festa è finita, il desiderio è già alla prossima.
Vado a salutare gli sposi. I due alberi sono soli. La Cima mi appare irraggiungibile. Adesso sono un solo alberto. Altissimo, ritto in mezzo alla strada. Per una notte, il cerro e l’agrifoglio hanno davvero conquistato il paese.
Pietrapertosa, 17 giugno

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