Il parco di San Silvestro/La bellezza, il bianco e il nero, il sopra e il sotto

Cambio di scenario. Lontano dai Sassi di Matera, dalle foreste delle Dolomiti lucane. Lontano. Forse troppo lontano. A Nord. Altre colline sassose. Piccolo montagne alle spalle del mare. A poca distanza da Piombino, da San Vincenzo, dalla selva di Rimigliano. Alta Maremma. Campiglia Marittima. Stasera presentazione di altro libro. Una guida. Al primo parco archeominerario di San Silvestro. Un altro luogo di grande bellezza. Stasera, sabato (vi avverto sempre all’ultimo, mi piace chi improvvisa e cambia programmi o, forse, è solo pigrizia, inattenzione), quasi al tramonto, la presentazione del libro. Con Salvatore Settis e un violino. Aspetteremo il sole che se ne va ai piedi della Rocca di San Silvestro…sarà il racconto della fatica di generazioni di minatori, sarà una storia di lavoro e sudore. 


Noi oggi abbiamo occhi solo alla bellezza, ma dietro le pietre, la natura, le gallerie (a San Silvestro bisogna andare sotto terra per capire, poi farsi abbagliare dalla luce della Maremma) vi è davvero la vita durissima di centinaia e centinaia di uomini e donne. Le ultime miniere hanno chiuso nel 1976. Un mondo finiva e ne cominciava un altro.  La sapienza di archeologi e amministratori ha saputo creare un sistema di piccoli parchi. Questi sono i luoghi di una bella Italia. Un’Italia di cui avere cura. Un bene comune.

‘Bianca e sfolgorante appare la Rocca….’
La copertina del libro

 Queste sono le prime pagine del libro edito dalla Parchi Val di Cornia.


Ha spento la torcia. La guida mi ha avvertito, ma non ha lasciato il tempo per un pensiero. Il buio è improvviso. Un buio denso. Pieno. Potevo toccarlo. Ne ero sfiorato. Ho sentito il respiro della montagna. Un silenzio intenso. Profondo. Nero assoluto. Gocciolio dell’acqua in qualche luogo indefinito. Ero su un confine. Ho atteso che gli occhi si abituassero. Qualcosa prendeva forma. Qualcosa di invisibile. Ascoltavo l’acqua. Un senso di bellezza. Poi si è riaccesa la torcia.

Il rosso e il nero. Un papavero fra le scorie nella valle dei Manienti

Una mattina di autunno, il cielo che sapeva di una burrasca appena passata, sono salito fino alla Rocca. L’antico villaggio dei minatori rifulgeva contro il cielo in tempesta. Appariva come un cono perfetto, una sorta di piramide. Verde scurissimo della vegetazione. Macchie di olivastri fra le pietre. Le mura scintillavano di umidità, quasi riflettessero un sole che non c’era. Il villaggio si imponeva, bianchissimo, sul paesaggio. Non erano rovine, non era archeologia: appariva vivo, abitato, in attesa. Ancora una volta, la bellezza. Ho pensato: qua vorrei vivere. Come un minatore del Medioevo. Come un fabbro senza fucina. Solo per poter guardare, ogni giorno, le pietre del villaggio.



La ricostruzione dell’antica betoniera

I nuovi scalpellini


Queste colline di roccia bianca sono frontiera di un mondo capace di capovolgersi. La crosta della Terra qui è sottile, spiegano i geologi. Ma non del magma sotterraneo stiamo scrivendo in queste prime pagine. Semplicemente capita che nei territori del parco di San Silvestro ci sia un sotto e un sopra. Qui, i visitatori più attenti sono obbligati a continui mutamenti di punti di vista. Cambiano le temperature, le emozioni, le storie. Tutto si raddoppia fra queste colline. E come se fosse un invisibile gioco di specchi che fingono di non riflettersi l’uno con l’altro.
La valle dei Lanzi, la valla del Temperino, la fossa dell’Ortaccio sono impluvi di torrenti invernali. Il massiccio roccioso del monte Calvi e l’altura quasi imperiosa (vorrebbe essere montagna) del monte Rombolo chiudono gli orizzonti. L’intrusione tondeggiante del poggio all’Aione, vero spartiacque fra le valli, appare come un animale disteso su sé stesso, acquattato e mimetico. Quattrocento e cinquanta ettari, è vasto il parco. Sono colline marine, queste. Afferrano i venti del Tirreno. Ne godono del clima temperato. La loro mole fa barriera alle correnti di tramontana. Queste valli hanno una meteorologia a parte. Più dolce. Quasi sempre incerta fra primavera e un primo autunno. Si sta bene, a San Silvestro.

I vecchi edifici dell’Etruscan Mines
La natura, in pochi anni, dopo la fine delle miniere, ha ricostruito una sua smagliante bellezza.
Se guardate le foto del primo ‘900, o degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, la piccola valle del Temperino è una sorta di slavina disboscata, un ravaneto di pietre, una discarica di detriti. Un paesaggio spoglio. Quasi ostile. Oggi, invece, la macchia mediterranea si è presa la sua rivincita: un groviglio di lecci e giovani querciole, un sottobosco di arbusti nascondono le architetture di antichi edifici minerari. In primavera e nell’autunno, la vegetazione è una meraviglia. Voli di rapaci, passaggi improvvisi di cinghiali. Tracce di istrici. Centinaia di orchidee, mappate da appassionati, fioriscono per il tempo di giorni troppo brevi.
Il vecchio pozzo Earle
L’aria del mare sale lungo la fessura della valle dei Manienti. In certe giornate, dagli spalti della Rocca di San Silvestro, lo sguardo può spingersi verso orizzonti che mischiano cielo e mare. Questi paesaggi sono bellissimi. Fai fatica a pensare che queste valli, le pendici delle colline, le radure circondate da rocce siano state il palcoscenico di un’infinita avventura umana cominciata oltre duemila e cinquecento anni fa.
I vecchi macchinari. Segni dell’uomo
L’uomo, qui, ha faticato, ha cercato di strappare minerali alla terra. Era mosso da avidità (cercava rame, ferro, argento, piombo) e da necessità. Gli etruschi, i minatori del Medioevo, gli operai del Rinascimento, infine i contadini di Campiglia e San Vincenzo trasformati in uomini delle miniere hanno avuto tempo per la bellezza di queste valli? Ho un’illusione: che, a sera, siano stati capaci di una tregua dalle loro fonderie e, dal crinale fra la valle dei Lanzi e dei Manienti, abbiano osservato il sole andarsene nel mare. Geologi e archeologi, con ragionevolezza, sanno spiegarci che il popolamento di queste valli e colline ha seguito le tracce delle mineralizzazioni. E’ vero: le mappe degli insediamenti etruschi sono chiarissime, sono sorti lungo la doppia linea dei filoni sotterranei del porfido, ma si può essere altrettanto certi che chi alzò le prime pietre della Rocca sapeva di aver scelto un luogo superbo dove vivere. E’ talmente bello questo villaggio che il tempo e gli uomini lo hanno risparmiato e lui, come ricompensa, ha deciso di cristallizzare il proprio splendore.
San Silvestro, 14 luglio
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