Ritorno Addis/5

Le donne della legna

Le donne della legna
Un tempo avrei voluto scrivere attorno a loro. Non ho mai avuto una sufficiente tenacia. Da venti anni le vedo scendere dal colle di Entoto, montagna di Addis Abeba. Questo è un paesaggio di altura: la capitale dell’Etiopia è a oltre duemila metri di quota. A Entoto si sale a tremila e cento metri. Non ho mai visto salire queste donne: sono già in piedi prima dell’alba quando il freddo di queste montagne africane è intenso. Si inerpicano fra i boschi di eucalipti, vanno in cerca di legna, rami spezzati, lunghi tronchi che qualche pioggia o il vento hanno abbattuto. Mi dicono che possono raccogliere solo la legna già caduta. Non so se questa imposizione venga rispettata. Sono donne piccole, minute, dall’aria fragile, dal volto che è fatica, dal corpo che è fatica. Mi raccontano che, in gran maggioranza, sono dorze, popolazione del Sud. Sono venute nella capitale in cerca di una impossibile fortuna. Vendono legna ai ristoranti e a chi ha un camino o un braciere a casa. L’eucalipto è una pessima legna da ardere. Brucia senza braci, fa fumo, si sfarina più che consumarsi. Ma questi sono gli alberi di Addis Abeba. La capitale dell’Etiopia esiste perché a fine ‘800 Menelik II decise di piantare eucalipti.
Le donne raccolgono carichi immensi. Li mettono in equilibrio sulle spalle con cinghie che stringono il petto. Quando scendono sembrano grandi uccelli che non riescono a prendere il volo, Camminano, a passi brevi, in maniera goffa. In discesa non riescono a rallentare, vengono spinte dal peso che hanno sulle spalle. Ogni tanto si accasciano su un parapetto o su una pietra, non si slacciano la fascina di legna, sentono il sudore colare per il viso. Cercano di riprendere fiato. Moltissime sono ragazzine appena adolescenti. Indossano gonne oramai prive di colore e la testa è protetta da un fazzoletto sporco. Una fascina viene venduta a 25, 50 birr. Un euro, a volte due. Per una giornata di lavoro.
I turisti salgono verso il pianoro di Entoto. Guardano con qualche stupore le donne della legna. Alcuni si fermano. Non si avvicinano, ma tirano fuori i teleobiettivi. Le donne allora accelerano la loro corsa, liberano una mano dalle cinghie e chiedono: money. La fotografia è un business molto più redditizio della legna da ardere. Ci sono troppe donne per i pochi fotografi. Solo le più coraggiose riescono ad afferrare un biglietto da dieci birr. Cinquanta centesimi di euro. Spesso, il turista è così rapido che riesce a chiudersi nel suo fuoristrada senza metter mani ai birr che ha in tasca.
Le donne della legna
Le donne delle legna

Le donne della legna
Mestieri di Addis
Le donne delle legna sono dorze, i lustrascarpe sono wolayta, altra gente del Sud, la popolazione dell’attuale primo ministro del paese. I ragazzini che vendono i biglietti delle lotterie sono amhara della regione del Goggiam.
Business
Un tempo una piccola società, gestita da italiani, voleva aprire una pizzeria dentro il circolo Juventus. Mi dicono che la storia non è andata a buon fine. La società si chiamava ‘Ama il prossimo tuo business ltd.
Nella chiesa di Beta Raguel
Soldi
Il ferroviere della gare di Addis Abeba mi dice che guadagna 500 birr al mese. Poco più di venti euro al mese. Il mio autista ne guadagna duemila. Un salario medio ruota attorno a mille, mille cinquecento birr al mese. Meno di settanta euro al mese. Il ferroviere mi dice che vive con tranquillità. Un maestro scuote la testa: non ce la faccio. Un cameriere arriva a mille birr al mese, ma conta sulle mance. Un operaio guadagna 450 birr al mese. Il teff, cereale d’Etiopia, alimento base, oramai costa 15 birr al chilo. Se ne possono ricavare quattro, cinque ‘njera, focacce spugnose. Non sono sufficienti per il pranzo di una piccola famiglia.
Vi avverto: io chiedo in giro, ma non ho fatto alcuna verifica.
Foto ricordo a Entoto

A San Giorgio
Globalizzazioni
Cercano di spiegarmi (io raccolgo solo chiacchiere di strada, non verifico, di questo vi ho già informato, non lo faccio per pigrizia, forse per non-capacità e perché, con qualche ipocrisia, dico che voglio che queste pagine nascano nei bar o nelle parole casuali) l’industria automobilistica etiopica. Le auto si chiamano Tacazzè, Abbay, Bishofu, Lifan, Shebele. Geografie dell’Etiopia. Mi dipingono complessi mosaici globalizzati. Non so se siano veri. Motori coreani, pezzi indiani, proprietari olandesi. Oppure: tutto costruito in Cina e assemblato qua. Il taxista, a bordo delle sua Fiat mille e cinquecento che perde i pezzi, scuote la testa quando vede passare una di queste auto.
La donna di Raguel
La foto di Beta Raguel
E’ bella la chiesa di Raguel a Entoto. Una ragazza, giovane e minuta, avvolta in uno shamma candido, sta scrivendo qualcosa su un blocco per appunti. La prego di spostarsi, di stare sullo spigolo di un ingresso. Di mettersi quasi in posa. E’ appoggiata alla pietra di una antica cappella rupestre. Mi piacerebbe farle avere la foto. Come indirizzo mi dà il numero di telefono. Rimango interdetto come un occidentale. Viene dalle campagne, la ragazza. Lei capisce, mi prende la penna e scrive……yahoo.com
Addis Abeba, 18 novembre

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