Ritorno ad Addis/8

Mercato
Samira e le spezie
Non conosco i confini di Mercato. Non ne ho una mappa. Le spiegazioni non sono sufficienti per comprenderne la geografia. Almeno per un frenji, per uno straniero. So che attorno alla piazza di Tekle Haymanot, ‘sponsorizzata’ dalla Samsug, ci sono i pezzi di ricambio delle auto. Gli autisti vengono qui a cercare parafanghi e pistoni. So che Mercato, verso Sud, sfiora i binari della ferrovia senza treni. A Nord non so dove finisca. Mercato, mi illudo, è mezza città. Della città storica, intendo. Credo anche che Mercato, il più grande dell’Africa (questo ti dice la gente di Addis Abeba), non abbia orizzonti. Si estende ovunque ci sia un negozio. Dicono che ogni giorno almeno mezzo milione di persone si aggirino fra i suoi vicoli e i suoi labirinti. Mi avvertono: ‘Qui circola almeno un miliardo di birr al giorno’. 400mila euro al giorno? Devo crederci? A forza di contrattazioni da cinque euro? Sì, ci credo. Mi avventuro, ben scortato, in Mercato e vengo travolto dall’andirivieni di una muraglia umana. Ho apprensioni nello stomaco, ma non mi fermo. Mi sposto verso i bordi delle strade. Spero di essere meno visibile.
Il kochò
 Mercato fu costruito come territorio da apartheid dagli italiani negli anni della colonia. I mercanti vennero spostati da Piazza. Questa era addis katema, ‘la città nuova’, quartieri per gli indigeni. Che non si mischiassero con i bianchi. La gente di Addis Abeba lo ha trasformato.
Avvertono ancora: è un luogo pericoloso. Certamente un bianco non passa inosservato. I ragazzi dalle mani svelte avvertono il prurito dell’occasione quando passi davanti a loro. Faccio finta di niente. Scarto mendicanti distesi per terra, salto fra pozzanghere figlie di tubi rotti, evito longarine di ferro che volteggiano a mezz’aria, faccio lo slalom fra le donne con grandi ceste. E’ un alveare, Mercato. Ognuno sa cosa fare, sa cosa va cercando. Io no, non lo so.
Oggi negozi e banchi di legno sono ricolmi di merci cinesi. Venti anni fa, le spezie volavano nell’aria,  il berberè, spezia regina del cibo dell’Etiopia, formava montagne di polvere rossastra che ti faceva tossire. Oggi è racchiuso in sacchetti di plastica. E’ una bellezza diversa. Il Mercato ha le sue specializzazioni: fabbri, elettricisti, riciclatori, venditori di spezie, di tessuti, di frutta, di erbe, di legname, di materiali da costruzioni hanno i loro quartieri, le loro zone di commercio. A Minalesh terà (significa: ‘Cosa hai da vendere?’) ci sono i cesti, i bracieri, l’artigianato all’ingresso.
Le donne di Mercato

Il fabbro
Cammino troppo veloce, freno all’improvviso, scarto di lato. Cerco di sentirmi al mio posto, ma sono troppo diffidente. Spingo un uomo con una grande sacco bianco, respiro aria di peperoncino, tiro fuori la macchina fotografica e la tengo bene in vista. I mercanti diventano ricchi a Mercato. Uomini senza gambe scivolano su tavolette con le rotelle. Le donne si accasciano a terra sopra stracci luridi. Ragazzi dagli occhi di falco stanno in piedi agli angoli dei vicoli.
C’è odore di origano, sapore acre di kochò, un ‘burro’ ricavato dal ‘falso banano’. Fracasso di ferri dagli antri dei fabbri. L’aria sa di ruggine.
Ogni giorno, almeno quattromila ragazzi, si muovono da qui e vagano per la città: raccolgono ferro; se capita, rubano; cercano bottiglie di plastiche vuote. Spazzini di Addis Abeba. Camminano per ore, tornano carichi come camion, scaricano le loro merci davanti alle fornaci dei fabbri. Sono stremati e incattiviti dalla stanchezza. So che le bottiglie diverranno polvere di plastica. In qualche modo questo materiale raggiungerà una dogana, volerà via, verso le fabbriche (in Australia o in Europa) di imbottiture per giacche a vento o materiale per i pile. L’Africa dà una mano alla modernità.
‘Artigianato’ cinese

Ceramiche nere
Mi addentro nel vicolo dei fabbri. Le donne sono scomparse. Ci sono solo uomini. E’ il luogo che più mi piace di Mercato. Vado avanti. Le lamiere si trasformano in parafanghi, letti, forni metallici per la ‘njera. Cammino svelto. Rallento all’improvviso. A un certo punto, nemmeno centro metri dopo il mio ingresso nel quartiere dei fabbri, la mia guida mi mette una mano sulla spalla: ‘E’ bene tornare indietro’. I ragazzi stanno muovendosi, a coppie, cercano di capire dove sono diretto. Vogliono chiudermi la ritirata. O, almeno, così immagino. Svicoliamo via. Torniamo dove riappaiono le donne. Il mosob terà, il mercato dei cesti. ‘Fare il ladro è un mestiere’, mi dice chi mi ha consigliato di andarmene via dal vicolo dei fabbri. Una coppia di ragazzi si è messa alle mie spalle. ‘Fanno i furbetti’, mi dice ancora la mia guida. Questa volta sorrido e allungo la mano verso la spalla del ragazzo. Lui me la butta giù e credo voglia ringhiarmi contro. L’altro la prende meglio. Nocca contro nocca. E mi guarda andare via. Ecco, ora sono un’occasione perduta. Alla prossima.
Tessuti cinesi

Mosob Terà
Mi fermano gli uomini che smantellano copertoni. Li trasformano in sandali, in secchi, in abbeveratoi per animali. Vogliono che indossi i loro sandali. ‘Vogliono vedere come stai’, mi spiegano. Lascio perdere. Loro ridacchiano. Non lascio soldi. Non servo.
Un vicolo è chiuso da un uomo con un auricolare. Mi ferma quando cerco di andare avanti. Meglio non insistere. Ci saranno ragioni. Traffici che è bene che uno straniero non veda. Giravolta. Donne accucciate vendono cipolle quasi sotto un’auto. Passano camion là dove a fatica c’è spazio per una bicicletta.

Troviamo il tempo per regalarci pace. Nell’androne di un palazzo, tre piani di negozi, grossisti di stoffe, una donna ha messo il tavolinetto del caffè e offre la sua rapida cerimonia. Alcuni chiedono di mettere sale nel caffè.

L’uomo delle chiavi

Il caffè a Mercato

I mercanti sono diffidenti verso la mia macchina fotografica. Ma, un secondo dopo, accettano la mia invasione. Ci vuole tempo a Mercato. Si mettono in posa. Mi chiedono la foto. Prometto. Parole sull’acqua, temo. Stasera ho messo su una ‘pennetta’ le foto da portare ai mercanti. Ho voglia di tornare nel vicolo del fabbri. Con addosso le stesse apprensioni e adrenaline. Mi dico che sto bene a Mercato. 
Addis Abeba, 20 novembre

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