Blow Up ad Addis Abeba

E lui esisteva?

I mimi giocano l’ultima partita tennis in un prato inglese. Il giovane e celebre fotografo non riesce più a comprendere la realtà e l’illusione. E’ andato troppo oltre. Ha comprato un’elica, afferrato il manico di una chitarra in un locale underground. Ma Vanessa gli è sfuggita. Ci si può consolare nella lotta con Jane Birkin e la sua giovanissima amica. Solo che la fotografia dell’uomo ucciso assomiglia a un quadro di Bill e forse la ragazza non venderà il negozio di antiquariato. Allora non rimane che rimandare in campo la palla che non c’è e osservarla mentre rimbalza per terra.
E’ così strano vedere Blow Up nella sala dell’Istituto di Cultura Italiano assieme a sei persone. Fa molto Antonioni. Fra queste persone c’è Alì, giovane fotografo di Khartoum. Chissà cosa ha visto in questo occidente del 1966 che usava Nikkormat e fumava hashish. Quando ho visto Blow Up? Nel 1966 avevo 13 anni. Non può essere stato allora. Eppure lo ricordavo quasi con nitidezza. Mi piace questo passato. Mi piace aver rivisto Blow Up ad Addis Abeba.
Maher e Sousou

Sousou
Le ultime ore di Addis Abeba sono un’altra Africa. Michelangelo Antonioni al pomeriggio. Mentre a sera è la swinging Addis a darsi appuntamento nel parco del Ghion Hotel (albergo che ancora nessuno ha voluto comprarsi: gli investitori dicono che il governo chiede un prezzo troppo alto). Grande musica stanotte. Selam Festival. L’Addis di questi anni ha ritrovato una musica perduta. Giovani musicisti di grande talento sono andati a ritrovare i vecchi artisti degli anni ’60. Li hanno ricondotti sui palcoscenici. Strana e bellissima storia. Buena Vista Social Club africano. Ma al Ghion ci sono gruppi senegalesi-svedesi, un dirompente James Brown mozambicano, rockers etiopiche, ma la piccola folla, un migliaio di persone, aspetta solo lui. I giovani assistono quasi impassibili alle esibizioni di chi è venuto da altri paesi africani. 
Janinites

Stewart Sukuma

I mozambicani di Stewart Sukuma

Gli etiopici amano solo l’Etiopia. Non c’è altro che il loro paese. Nazionalismo istintivo. E’ delirio quando sul palco sale Mahmoud Ahmed, cantore guraghe, lustrascarpe da ragazzo, icona musicale da oltre quaranta anni. Mahmoud ha 71 anni. Voce tonante. Ritmo da vendere. Si arrampica e discende sulle scala pentatonica. Sassofoni e bassi lo inseguono felici. La gente balla, grida, canta, applaude. Il servizio d’ordine si fa grintoso, mentre fino ad allora era stato quasi distratto. Oscillano gli sbarramenti. Si vorrebbe essere sotto il palco. Lacrime, risa, urla, tutti ballano, saltano, agitano le mani. Mahmoud si impadronisce della scena e non la lascia. Canta canzoni di mezzo secolo fa. Tutti le conoscono e le cantano con lui. Una mamma spinge un ragazzino fra le mie gambe. Perché possa vedere. Mi dice: ‘He is fantastic’. Ed è felice come una bambina. Mi traducono a braccio: ‘Il tuo cuore è merenda, lo lascio qui per quando avrai fame’. Canta l’amore, Mahmoud. Agita le spalle, scuote la testa, allarga le braccia. Trascina tutti con sé. E’ generoso, Mahmoud. Non se ne va. Non se ne vuole andare. Domanda alla gente. Vogliono che rimanga. Dopo di lui ci sono ancora due artisti, ma lui sta lì e i sassofoni lo spalleggiano in una notte di festa.

Mahmopud Ahmed
Che Etiopia è questa? Il biglietto di ingresso è 200 birr, circa sette euro. Somma importante da queste parti. Quasi mezzo salario minimo di un mese. Non ci sono ragazzi in questa piccola folla. E’ Middle class di Addis. Hanno dai 25 ai 40 anni. Sicuramente hanno un lavoro: almeno da cinquemila birr al mese, più di duecento euro. Probabilmente di più.
Fuori, nel piazzale del parcheggio, lo zabagna, guardiano della macchina per una notte, si aspetta una manca da dieci birr. Accadrà solo se avrà fortuna. Altrimenti nelle sue mani, per ore al freddo, rimarranno due biglietti laceri da un birr.

Il pubblico adora Mahmoud

E poi ci sono i luoghi della fotografia. AddisFotoFestival. Decine di fotografi africani e i loro lavori. Alla National Gallery, al Taitu hotel, all’Istituto di Cultura Italiano, al Modern Art Museum. Vado al Taitu: le foto raccontano le trasformazioni di Addis Abeba. Luogo perfetto per questa mostra, il primo albergo della capitale etiopica. All’Istituto italiano, ci sono le foto di Alì Kehir, giovane sudanese. Raccontano dei confini di Khartoum. Alì mi dice che stanno creando un’associazione di fotografi. Al Modern Art Museum ci sono i lavori raffinati di Delphine Diaw Diallo, franco-senegalese. Belle cose. Volti di donne dai capelli che diventano maschere. Si chiama gift, la sua ricerca. Mi piace l’eleganza spietata. La sorpresa di queste immagini. La luce che illumina volti immobili. Mi piace l’Africa orgogliosa che raccontano.

La foto di Delphine Diaw Diallo
Che città è Addis? Passa un vecchia mazda-taxi. Alzo il braccio. Ho una fortuna sfacciata. Salomon è un taxista giovane e allegro. Merce rara da queste parti. Deve avere capelli rasta sotto il suo berretto rosso. Parla perfino inglese. E non me ne frega niente che la sua auto cammini direttamente sulle gomme, che non abbia un goccio di benzina e che si viaggi come pigiati in una scatoletta. Non c’è traffico alla domenica. C’è la luce del quasi tramonto. Addis mi appare bellissima. Salomon affronta le buche con l’andare di una lumaca e mi regala tempo, parole e silenzi. Mi piacerebbe passare qualche ora con lui. Gli pago la corsa quasi il doppio di quanto mi ha chiesto. Ci diamo la mano come un arrivederci.
Che città è Addis?
Addis Abeba, 10 dicembre

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