Mali/Scramble for Africa

Le mani di un vecchio

Arriva una lettera dai deserti attorno a Timbuctu.
Lettera scritta poco prima delle bombe francesi contro gli uomini dei gruppi islamisti.
Questa lettera racconta di giorni prima: ‘I profughi stanno tornando dall’Algeria. Non si può vivere lontani da casa. Anche se a casa c’è la guerra’. Se davvero sono tornati, hanno trovato un altro inferno.
La vita nei villaggi: ‘Le donne sono obbligate a indossare il velo. Non si può fumare. Gli uomini devono farsi crescere la barba. Arrivano aiuti internazionali: finiscono nelle mani degli islamisti. Nelle scuole che hanno riaperto i ragazzi sono separati dalle ragazze’.

Mi colpisce quel: ‘Non si può fumare’.
Chi scrive parla di capre perdute. Conosce le difficoltà del suo interlocutore, si preoccupa: ‘Non posso rendicontare i soldi che manderete’.

Lo cheche

C’è una assurda normalità in queste parole. La guerra è chiamata: gli avvenimenti.
C’è una certezza: ‘La liberazione del Nord non avverrà domani’. Non è più liberazione dell’Azawad. Ora bisogna sopravvivere.

Le donne
Gli islamisti, padroni dei deserti del Mali, hanno rotto un equilibrio che durava, con follia, da un anno. Forse volevano precedere un attacco inevitabile. Marciavano su Mopti, gli uomini di al-Qaeda e delle altre bande. Forse avrebbero davvero puntato su Bamako.
Sono arrivati i Mirage francesi. Gli elicotteri, i droni. La guerra della super-tecnologia. Stanno arrivano i soldati del Benin, della Nigeria, del Senegal. Perfino dal Togo. Nessuno vuole mancare. La partita, qui, non è solo l’integrità territoriale del Mali. L’Unione Africana è a fianco dell’intervento internazionale. Anche il pacioso Romano Prodi, inviato speciale dell’Onu per la crisi maliana, ha annuito. Bombe attorno a Gao. A Kidal. Operation Serval. Questa è l’Africa francese. Vittime illustri fra gli islamisti. Erano nomi e soprannomi (era conosciuto come ‘Kojak’, nomignolo occidental il numero di Ansar Dine) che incutevano timori. Muore, e fa notizia, un ufficiale elicotterista francese. Guerra assurda: a leggere i numeri dei combattenti si potrebbe anche alzare le spalle. L’esercito maliano, raccontano, ha appena duemila uomini addestrati e ottomila soldati sgangherati. I miliziani islamisti non sono più di cinquemila, giurano le solite fonti ben informate. Attorno la popolazione dispersa dei tuareg. Loro perdono sempre.

Social Forum a Bamako. Anni fa.

Questa è l’onda lunga del Vaso di Pandora che la guerra di Libia ha scoperchiato. Questa non è una guerra del deserto. Qui passano via del narcotraffico, delle armi, del commercio di uomini. Questa è anche una guerra per soldi e potere. Ma, soprattutto, queste sabbie sono uno dei palcoscenici del nuovo ordine africano (l’Africa è una frontiera dell’Islam politico, del jhiadismo e dei giochi di potere delle monarchie del Golfo). E’ una teatro di guerra che va da Bamako fino a Doha, devia per la Nigeria, sprofonda in Centrafrica, raggiunge le coste della Somalia. Impazzisce, per ragioni diverse (?), nei Grandi Laghi. E’ tempesta perfetta (e sangue) in Siria. Africa beffarda: i giornali economici, nelle scorse settimane, ci hanno spiegato la corsa di alcune economie del continente. E ora questa stessa Africa sembra andare in mille pezzi. Nuovo scramble for Africa. Dove tutto appare confuso. In un gioco feroce che interessa i sauditi, i qatarini, i tunisini, i libici, gli algerini, gli americani, gli europei, i russi, i cinesi. E i tuareg non sono nemmeno pedine. Semplicemente non contano.
‘La liberazione del Nord non accadrà domani’, scrive la lettera.

Soldati e civili. A Bamako. Mille anni fa.
E io, con ostinazione, penso ad Abdu sdraiato sulla sabbia pallida di una duna appena fuori Timbuctù. Aspettava di compiere i suoi anni, quel ragazzino. Avrebbe potuto indossare il primo chèche della sua vita. Otto metri di telo azzurro a coprire testa e bocca.

Un altro mondo era possibile
Penso, con ostinazione, a quei cortei festosi dei popoli maliani che attraversarono Bamako qualche anno fa per il Social Forum africano. Allora i tuareg marciavano assieme ai neri del Sud del paese. Penso all’illusione, tutta occidentale, attorno alla ‘società civile’ del Mali. C’era la musica, la bellezza del paese, le festival du desert,la cultura di Aminata Traorè.
Cosa non abbiamo visto?
San Casciano in Val di Pesa, 14 gennaio

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