Lo specchio di Alexandrine

Una rivista di suore, sorelle comboniane, ha un nome impossibile e poco adatto al marketing: ComboniFem. Nasconde un orgoglio, questo nome. Riconoscibile solo dagli addetti ai lavori. A loro ho proposte alcune storie di donne. Donne da ‘scandalo’. Donne dagli amori indicibili. Donne belle. Smarrite. Tenaci. Perdute. Donne in cerca. Donne condannate. Donne che si perderanno perchè così sta scritto. Donne che si salveranno perchè i destini, a volte, si ribaltano. Se solo fosse possibile riavvolgere le pellicole del film. 

Una sola pagina per raccontare le loro storie. Per le suore, queste donne sono ‘le pioniere’. Mi hanno concesso di raccontarle nuovamente in questo spazio che non so più che cosa sia.

Alexine

 Alexine non era una viaggiatrice leggera. Non si nascondeva. Non si travestiva da uomo, come altre donne avevano fatto pur di viaggiare nei deserti dell’Africa araba. Non celava la sua ricchezza, affrontava ogni viaggio portandosi dietro un accampamento fastoso. Cavalcava il suo dromedario protetta da un baldacchino di lino. Raccontano che, nel suo ultimo viaggio, aveva con sé un grande specchio ‘capace di raffigurarla tutta’. Alexandrine Pieternella Francina Tinné aveva 33 anni quando, alla fine di gennaio del 1869, lasciò Tripoli alla testa di una grande carovana. Voleva attraversare il Sahara.

Tracce

Era ricca, Alexine: aveva ereditato uno dei più importanti patrimoni d’Olanda. Suo padre, Philip Fredrik Tinné, era un mercante: aveva già aveva già 63 anni quando nacque quella bambina; la madre, Harriet, ne aveva appena 37. Alexine rimase orfana del padre ad appena dieci anni.
Non so cosa spinse, nel 1861, Harriet, la zia Adriana e una giovane Alexine a partire per l’Africa. Per l’irraggiungibile Sudan. Volevano ridiscendere, prime donne occidentali, il Nilo Bianco. Usarono la loro ricchezza per smarrirsi in Africa. Antiche fotografie le mostrano avvolte in grandi gonne dai colori scuri. Indossano mantelle, cuffie e crinoline.
A volte, in deserto
 
Era coraggiosa e spavalda, Alexine. Viveva in un secolo che niente concedeva alle donne. Eppure lei era poliglotta, suonava il pianoforte con maestria, era una pittrice di buon talento. Avrebbe potuto felicemente sposare un giovane e brillante ufficiale tedesco. Lo amava, ma lo abbandonò pur di viaggiare. ‘Una condanna all’erranza’? Con la madre vagò per l’Europa. Un passo dopo l’altro. Si spinsero in Medioriente, attraversarono il Mediterraneo. Alexine imparò l’arabo alla perfezione, divenne un’eccellente fotografa. L’Africa conquistò quelle due donne. Il Nilo le attrasse verso di sé. Madre e figlia avrebbero meritato ben altra gloria, ma erano donne in un mondo di soli uomini. Pochi le ricordano come esploratrici: le società geografiche, allora, le considerarono solo eccentriche signore olandesi che giocavano a fare le avventuriere. Disorientavano quelle tre donne: viaggiavano in terre pericolose solo per il desiderio di viaggiare. E non hanno mai scritto un libro di memorie, nessuna vanitosa cronaca delle loro avventure. Quegli esploratori boriosi che le incontravano lungo le piste dell’Africa non sapevano come classificarle. Samuel Baker, puritano esploratore inglese, ne fu scandalizzato: ‘Queste donne viaggiano sole, senza protezione. Sono matte. Avventurarsi fra i Dinka per una donna sola è una pazzia. I nativi vanno in giro completamente nudi’. Solo Livingstone ne riconobbe il grande, ingenuo coraggio: ‘Questa donna olandese ha la mia stima più grande’, annotò in una pagina del suo diario.
Alexine
Alexandrine aveva una luce negli occhi che narrava della sua tenacia. Fu lei a trascinare nuovamente la madre lungo le correnti del Nilo. Avrebbero potuto godersi le loro ricchezze, preferirono il rischio dell’ignoto. Madre, figlia e zia furono le prime donne bianche a spingersi nel cuore delle regioni meridionali del Sudan. In battello raggiunsero Gondokoro, ultimo avamposto lungo le sponde del fiume più lungo dell’Africa. Oltre, non è più navigabile. Alexine non volle sentir ragioni: la spedizione (settanta uomini di scorta, centinaia di portatori) proseguì nei territori sconosciuti del Bahr el-Ghazal, grande affluente occidentale del Nilo. Fu un viaggio tragico: le febbri uccisero la madre, le sue dame di compagnie e il botanico Steudner che le aveva accompagnate. Malattie e diserzioni decimarono la carovana. Alexine sopravvisse. Volle sopravvivere. Ma era oramai condannata alla solitudine: a Khartoum morì anche sua zia Adriana. Lei riuscì a tornare al Cairo e a spedire all’erbario di Vienna le piante che aveva raccolto durante il viaggio. Aveva quasi trent’anni, un dolore irreparabile nel cuore e la determinazione di essere oramai una figlia dell’Africa. Non sarebbe mai più tornata in Olanda. Vagò, per mesi e mesi, lungo i confini inquieti di quel continente. Alla fine approdò ad Algeri e, poi, a Tripoli. Davanti a sé aveva il Sahara. I libri di Henry Duveyrier, i primi scritti attorno ai tuareg, la appassionarono. Alexandrine Tinné, bella e ricca, è la prima donna bianca a tentare di attraversare il deserto arido più grande del mondo. Fu così che la sua carovana partì da Tripoli.
L’attesa
Alexine raggiunse la grande oasi di Muruzq, uno dei cuori del Sahara. Fu ospitata da un vecchio mercante di schiavi e da suo fratello, un mistico sufi. Conobbe i capi tuareg. Partì nuovamente, certa della loro protezione. L’agguato fu inatteso. Giovani tuareg, insofferenti dei vecchi equilibri clanici, aggredirono la carovana il primo di agosto del 1869. Alexine fu uccisa con un colpo di pistola. Il suo corpo non venne mai stato ritrovato. Il vecchio sufi di Murzuq si chiese se quella donna fosse davvero esistita oppure se fosse stata solo ‘un lanuginio’ dei suoi ultimi anni.
Il minareto di Murzuq
Alexine

Forse la storia ebbe una fine diversa. Ventisei anni dopo un tuareg raccontò a un giornalista del Daily Telegraph che Alexine era stata risparmiata. Era sopravvissuta all’eccidio della sua carovana. Aveva sposato un capo tuareg, aveva avuto tre figli, era vissuta con grande serenità fra i nomadi dell’Air. Adesso sì, non c’era più. Era stata sepolta in una piccola moschea a molti giorni di cammino da Agadez. I tuareg la conoscevano come ‘La Credente’.
Alexine, come le altre donne, non dona pace. Un regista-attore ha letto la sua (la mia) storia e ne ha fatto un piccolo spettacolo teatro. C’era un grande specchio in scena. Già, Alexine viaggiava per i deserti con uno specchio capace di ‘raffigurarla tutta’. Ho un bel ricordo di quella sera. C’era un fiume che faceva fragore contro una pescaia e cenammo a tarda notte, come artisti. Dormii in macchina. Poi, qualche settimana fa è apparsa una giornalista olandese dal bel volto affilato. Voleva parlare di Alexine. Voleva sapere perché avevo scritto di lei. Ne fui sorpreso e le dissi, a istinto, che ne ero stato innamorato. Lei mi guardò dallo schermo di skype con sorpresa. Prese appunti. Ne parlò con il regista con il quale stava facendo un video su Alexine. Voleva che andassi in Olanda. Non se ne è fatto di nulla. Lei era dispiaciuta: avrebbe voluto che l’accompagnassi sulla tomba di Alexine. Voleva che lì ripetessi quando avevo detto a lei. Ma nella tomba (non sapevo che ne esistesse una) non c’è il corpo di Alexine. Se cercate nella maledizione di interent, troverete tutta la storia che ho scritto nella speranza di ritrovarla in quel deserto.
Signorina (Calenzano), 22 febbraio 

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