Diario di un viaggio imprevisto 3./4 marzo 2013, la ‘Vergine Grassa’

I pittori di Tortola

Ho trasformato un blog che aveva regole da ‘giornale’, in un diario. Effetto Isole Vergini?
Quindi non posso ignorare che oggi è il mio compleanno.
Ma quando avrò il coraggio di sistemare queste righe in un mondo virtuale, tutto questo sarà già passato.
Questo è un giorno a caso. Oggi compie gli anni Lucio Dalla (Bologna si incanta e là vorrei essere, essere sempre altrove), Ryszard Kapuscinski e Marco Paolini. E anche qualcuno che contava nella storia di queste isole caraibiche. Non ho capito chi, ma compiva gli anni il 4 di marzo. Dunque, oggi, qui, a Tortola, isola grande dell’arcipelago, isola del business, è festa nazionale.
Che, semplicemente, vuol dire che la città delle due strade e 470mila società off-shore è un deserto. Nessuno sta in giro. Qualche rasta ciondolante.
Register of Corporation Affairs

Investments

Investments
Gli edifici dell’economia off-shore sono modesti. Non hanno sfarzi. Anonimi. Dipinti con color pastello marino. Finestre con le tende tirate. Un’insegna che appena si vede. Basso profilo. Stile dimesso. Davvero ‘il paradiso fiscale’ non ha l’eleganza presuntuosa delle borse europee o dei grandi uffici legali di Londra o Milano. Qua il business è sotto tono. ‘Riservatezza’, mi dirà un avvocato. E ‘neutralità’. Dichiara un ‘information officer’ di una banca: ‘Questo è il paradiso. Qui realizziamo il tuo paradiso’. C’è uno scarto da abisso fra le parole e la palazzina della sua banca disegnata da un geometra. Il register of corporate affairs sta proprio dietro al food market, il più grande supermercato dell’isola. Quartiere di cantieri, officine meccaniche, una sorta di quartiere artigianale. Non è certo una city, questo cuore off-shore di Tortola.
Non esiste un vero mercato alle isole Vergini. Nessuna bancarella. Nessun contadino a vendere frutta e verdure. Niente di niente. L’affare popolare sono bar che vendono rum, beveroni di funghi e birra caribe.
Turisti

Le ragazze dei taxi

Turisti
I turisti delle crociere si meritano un two-hours tour di Tortola a bordo di strane macchine tutte sedili. Le strade sono impennate e discese a precipizio. E’ un parco-giochi la geografia stradale di questa isola. E al Marine le ragazze cercano clienti per i taxi-men.
La nostra guida insiste nel volerci raccontare della prigione. Un centinaio di detenuti, se ho ben capito. In galera per cocaina, per lo più.  Da aggiungere: gli immigrati illegali haitiani che corsari contemporanei sbarcano alle Vergini Britanniche assicurando questi disgraziati di essere giunti negli Stati Uniti.
La bellezza
C’è una bellezza da composizione naif nelle isole. Il cerchio dell’arcipelago è perfetto. Fin troppo. Niente appare fuori posto. Vorrei sedermi per qualche ora sulle rocce che dominano i panorami verso la corona delle isole. Capire se qualcosa si muove o si modifica. La natura mi sembra indifferente. Come se non avesse conosciuto il dolore. Penso che mi farei scivolare i giorni addosso in queste isole. Senza nostalgia.
Bomba Shack al mattino
Venite qui il 27 di marzo

That’s my girl friend

La bellezza a Bomba Shack
Ecco, Bomba Schack,  e le sue feste, di droga ed eccessi (ai nostri occhi perbenisti e un po’ impauriti), nel giorno della luna piena. Calcolate il tempo delle vostre vacanze se volete trasgressione a buon prezzo. Ricetta contro la depressione e contro la recessione, avvertono le scritte a vernice nera. Questo bar (celebre e furbacchione, citato da ogni lonely planet) adesca con facilità. Costa anche poco. Tavole corrose dal salmastro, mutande appese alle travi, qualche foto porno e fidanzate di rastamen con le tette grosse esibite al lampo di un compatta. Che ci vuole? Cosa puoi chiedere di più? Ti consentono di ‘andare sopra le righe’ lontano da casa. Qua si beve, ci si droga un po’, si scopa e ci si porta via la memoria di una notte. Si lasciano in dono reggiseni. Attrazione turistica. Il mare è scintillante. Bellissimo. Saprei cosa fare in una notte di luna piena a Bomba Schack? No, forse, mi verrebbe addosso un timore da ‘fuori posto’. ‘Sei come sei, Andrea’. Mi viene da chiedere a Bomba che ha toccato mille tette in vita sua, di organizzarmi la festa per il mio compleanno. Riusciresti a farmi ‘sentire nel posto giusto’, vecchio rasta?
West End

Surf a West End. Dove sono gli arawak?
E West End, allora? Nemmeno un chilometro dopo Bomba. Chiesa di Zion e architetture da villaggio che attrae i turisti insensibili alle sirene della trasgressione. Aria da posto per bene. Belle barche, colori tenui, camicette di pirati inoffensivi, vecchie cameriere gentili, fish and chips, negozio di spezie. Un po’ di Europa snob e piedi nudi che passeggiano sulla banchina di legno. Piccola baia chiusa dalle colline.
Qui si può oscillare fra le notti dove le mani frugano nelle tue mutande o i cocktail che fanno il verso alle soap Usa. Notte dove si esibiscono pelli bianche e seni capezzoluti racchiusi nella bocca di un uomo dai capelli a treccina. Che ha sempre l’aria annoiata. E’ il suo modo di interpretare il karma di un religione sincretica. La sua barba sa di rum e di salmastro. Ma non saprete mai il sapore della sua anima. Forse nemmeno lui la riconosce più. Prigioniero di un ruolo che è stato scelto da altri. Ma davvero non se può più di ‘recession’ e ‘depression’.
Bomba Shack
Ma poi scorgo una ragazza dall’aria anoressica, i capelli quasi bianchi con nuvole viola. Ha una pelle bianchissima ed è l’unica che si arrotola le sigarette. Sul retro delle sue cosce ha scritto: ‘Vivere’, sulla gamba di sinistra. E ‘Amore’, sulla gamba di destra. Sono ipnotizzato dai due tatuaggi e non ho il coraggio di chiederle di fotografare la sua disperazione. E nemmeno di chiederti una sigarette. Sto lì, in piedi, a dieci metri da lei. 
Beverly

Beverly
Poi incontro Beverly. E’ lei che mi sceglie. Mi tira fuori dal pulmino. Solo per mostrarmi il suo piccolo giardino di alberi e piante. Caracolla con la sua grande mole, parla un inglese che rinuncio subito a comprendere. Davvero voleva solo che vedessi l’albero dell’avocado, il piccolo mango, dei fiori che crescono fra le rocce? Sì, credo di sì. Mi dice: ‘Questo è il posto più bello del mondo’. A lei riesco a chiedere di farsi fotografare: si sistema il piccolo crocifisso e continua a parlare di storie che non riesco a seguire. Adios, Beverly.
Workers alla Vergine Grassa
Adios anche a S.. Che qui fa lo skipper da quindici anni. E di anni ne ha appena trentatre. E deve sentirsi solo se ha voglia di parlare a getto continuo con gente di passaggio. La sua barca costa 15mila dollari a settimana. Può ospitare sei persone. Da marinaio, ha nostalgia del Mediterraneo. ‘Una settimana e qua tutto ti sembra una meraviglia. Ci passi anno dopo anno e questa è una prigione dorata’. Ci confessa vizi di industrialotti, gente dell’edilizia e attori celebri. Se fossi nella penne delle mie colleghe, non mi farei sfuggire la ghiotta occasione. Lo sai che stai parlando a giornalisti, S.? La crisi ha cacciato via gli italiani. ‘Prima pagavano i contanti, ora hanno difficoltà. Siete matti nel vostro paese’.
Resort
Il capitano
Alla fine arrivi al super-resort. Il primo dei super-resort. Figlio del capitalismo e della filantropia. America puritana al Caribe. Ha quasi sessanta anni di vita. Di qui passò Laurence Rockfeller (venture capitalist, filantropo, senso degli affari: dicono che non ci sarebbe mai stata la Apple senza di lui), fece due conti e si comprò la baia più bella di Virgin Gorda. Il super-resort è impeccabile. Da lavoro a trecento e passa persone. Trasforma in un parco 500 acri di isola. E’ eco-sostenibile. Basso impatto ambientale. Aiuta progetti sociali e finanzia ricerche sulla ricostruzione della barriera corallina. Bandisce televisione e fumo dai suoi terreni. Le porte delle camere, disseminate alle spalle delle palme, sono sempre aperte. Non ci sono ladri. Il rum è courtesy del resort. ‘Il mondo come dovrebbe essere’? Devi solo lasciare la carta di credito prima di prendere il ferry privato che ti porta fino a qui. Parlo con il capitano. In spagnolo. Ha moglie domenicana. E’ rotondo e ha un accenno di codino sul fondo della nuca. Ha un bel sorriso. E mi dice: ‘Questa è la mia isola’. E’ la ‘Vergine Grassa’. Un secolo fa, qui si coltivava canna da zucchero, indaco e zenzero. E si estraeva rame. Oggi Terry, il capitano, mi indica il ristorante e la spa. 
La bellezza indifferente
Passeggio da solo sulla spiaggia.

Somewhere in Caribe, 4 marzo

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