Una lettera di Ugo. Dalla Dancalia. Dopo sessanta anni

Ugo
Un tempo arrivavano le lettere. Oggi è una mail. A me capita spesso di smarrirle. Sono troppe. Si accumulano. Vengono sepolte e non riappaiono più. Con le lettere era più difficile. Rimanevano sul mobile dell’ingresso e prima o poi reclamavano attenzione.
E’ stato solo il caso o una divinità africana a farmi notare la mail di Francesca. O, forse, mi ha colpito il suo alias virtuale: mirogatto.
Francesca è una donna di Frosinone. Ha due figli e un padre di 95 anni. Mi scrive per ringraziarmi. Per raccontarmi ‘quanta emozione ha portato nella mia famiglia’ il libro attorno alla Dancalia. Uno dei pochi libri che ho voluto scrivere. Francesca mi raccontava la storia di suo padre.
Ugo Rebecchi aveva diciannove anni quando andò in Africa. In Etiopia, colonia italiana nel 1937. Era un giovane elettrotecnico, partì per lavorare per la Ceratto, un’impresa di Torino, incaricata di costruire la strada che avrebbe dovuto attraversare la Rift Valley. Ugo si ritrovò nel caldo torrido della Dancalia. Scrive Francesca: ‘Per tutta la vita ho ascoltato i racconti di mio padre sull’Africa… so di coccodrilli, di colori incredibili che io potevo solo immaginare nelle foto in bianco e nero di mio padre’.
Il mio libro sulla Dancalia, regalo per il suo novantacinquesimo compleanno, lo ha fatto ritrovare ‘di colpo dentro quel mondo che lo aveva affascinato e segnato’.
Ugo è in una casa di riposo di Fiuggi. Un pomeriggio di primavera vado a trovarlo. L’edificio ha un’aria di casa. Non ha la tristezza dei luoghi dove si sopravvive assieme alla vecchiaia. Ugo è su una sedia a rotelle. E’ magro. Ha il viso affilato. Occhi lucenti. Occhiali. Una coppola in testa. E le sue parole non si fermano. Parla, Ugo. Parla e non si possono fermare i suoi ricordi.
‘Leggo e rileggo quanto hai scritto. Ritrovo la sabbia. Rivedo il sole. Ne sento il calore. Il sole della Dancalia è diverso da ogni altro. Ha un colore diverso. E’ come se avesse un dovere: deve fare ombra perché gli uomini ne possano godere. Leggendo, ho sentito nuovamente il caldo dell’Africa.
Io ho vissuto anni in quella terra. Imparai ad accettarne la meraviglia. Ma solo quando me ne sono andato ho capito dove avevo vissuto. Non sapevo come rappresentarlo a me stesso. Poi ho letto le tue pagine. C’è il racconto del silenzio dell’Africa. Un silenzio profondo. C’è il mistero dell’Africa. Forse c’è anche quello che non abbiamo capito e non capiremo mai. L’Africa nasconde. Non si rivela. Non permette di conoscere i suoi sentimenti’.
Ugo mostra foto in bianco e nero. Uno struzzo che curiosa fra le capanne del cantiere.  Un asino che corre e scarta di lato. C’è una panoramica del cantiere di Tendahò. Conosco quel luogo: adesso vi è un lago artificiale, la strada costruita da Ugo è stata deviata e si inerpica in un deserto di lava.  Ha usato una sei per sei per queste fotografie.
I ricordi: ‘Un coccodrillo cucciolo. Era in un bidone. Mi sono avvicinato con un legno. E lui si è ribellato. Ha cercato di addentare il mio braccio. Aveva forza quella bestiola’.
Tutti coloro che hanno vissuto in Dancalia, hanno memoria del khamsin, il vento dei Cinquanta Giorni. ‘E’ uno schermo di sabbia che fa paura. Viene avanti a fa paura. Il cielo è tagliato a metà. Il sole non riesce ad attraversare il vento. La terra diventa scura. Sulla sabbia vedi correre, spaventati, insetti e serpenti’.
Francesca mi racconta che, a sera, per giorni, suo padre si è addormentato con la felicità di sapere che domani potrà continuare a leggere. Un uomo di novantacinque anni che aspetta, con gioia, un nuovo giorno. Francesca continua: ‘E ora anch’io sono preda di una strana febbre. Un mal d’Africa senza esserci mai stata. I racconti di mio padre si confondono con la tenerezza. Sono felice che abbia incontrato chi possa capire quello che lui si è portato dentro per tutta la vita’.
E quasi sera, andiamo via, lascio Ugo alla sua cena. Un abbraccio. Imbarazzato. Leggero.
Il suo saluto è: ‘Dio ti protegga. E se non lo fa, compie un errore’. Come ti vengono in mente queste parole, Ugo?
Ha avuto un senso scrivere quel libro. La Dancalia, deserto di lava e sale, è stata generosa.

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