Ho visto le rondini volare giù dal ponte di Mostar

Venti anni fa,  9 novembre del 1993, le artiglierie croate spararono contro le pietre di un ponte. Era un ponte bellissimo. A gobba d’asino. Una sola arcata. Univa le due sponde del centro antico di Mostar, la più bella fra le città della Bosnia, la più ‘giovane’. Allora si sparava per cancellare i simboli del nemico. E il nemico era ‘l’altro’. 
Avevo visto quel ponte in anni lontani. Ho visto la passerella che sostituì la sua arcata nel primo dopoguerra. Ho visto il ponte ricostruito. Ma non trovo parole. Solo che non mi andava che questo giorno passasse senza ricordare cosa è accaduto a Mostar venti anni fa. 
Le foto qui sotto sono di Mario Boccia. Assieme abbiamo scritto un libro che cerca di raccontare le speranze del futuro in quella terra: ‘Viaggio in Erzegovina



‘Il Ponte Vecchio’, lo Stari Most. Più semplicemente, per la gente degli antichi quartieri: ‘il Vecchio’. Come un padre o un amico. Quel ponte così audace, progetto coraggioso dell’architetto turco Hajrudin ai tempi di Solimano in Magnifico (1556), aveva dato il nome alla città che, pietra dopo pietra, vi è sorta attorno. Mostar significa Guardiano del ponte. Muratori e scalpellini di Dubrovnik avevano reso possibile il capolavoro di Hajrudin. Erano stati capaci di costruire uno straordinario equilibrio aereo (a trenta metri di altezza!) sulle acque della Neretva. Usarono la pietra tenelija, bianca, tenera e lucente: proveniva dalle cave di Nevesinje. Ponte multietnico, dunque: progettato da un geniale architetto turco, costruito da esperti manovali croati con pietre di terre serbe.
Raccontano che Hajrudin non ebbe il coraggio di assistere all’inaugurazione del ponte. Temeva che una volta tolto l’ultimo sostegno il ponte sarebbe crollato. Non accadde, e l’arco a sesto acuto (a schiena d’asino) volò, con straordinaria bellezza, fra le due sponde della Neretva.
I ragazzi di Mostar capirono subito che quel ponte poteva diventare il teatro di imprese folli e memorabili: appena il tempo di smantellare il cantiere della costruzione e cominciarono a gettarsi dalle sue spallette, un tuffo a capofitto, il balzo impressionante di una ‘rondine’. Sotto l’arco del Vecchio, in estate, l’acqua non è profonda più di quattro metri e  bisogna arrivarvi con una sorta di planata, un  angolo di 45 gradi. Come fa una rondine quando sfiora le acque per dissetarsi.

Il Vecchio Ponte venne abbattuto, a cannonate, in un brutto giorno di novembre del 1993. Ma i ponti, a volte, rinascono. Sono più forti della guerra e della stoltezza degli uomini. L’Unesco, per sette anni, ha guidato la ricostruzione dello Stari Most. Il 23 luglio del 2004, vigilia del giorno ‘ufficiale’ delle gare dei tuffi dal ponte, il Vecchio univa nuovamente le due sponde della Neretva.  
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