Camille

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Camille

 

Camille era fra altri corpi. Nel cassone di un pick-up delle milizie cristiane del Centrafrica. C’è una guerra, là. In Europa non ne arriva alcuna notizia. I soldati francesi, presenti nel paese, ex-colonia di Parigi, avevano fermato quell’auto e quegli uomini. Erano sfuggiti a un agguato delle contrapposte milizie musulmane. La guerra è feroce in Centrafrica. E Camille lì voleva essere: ‘Non è possibile che nessuno sappia, che non interessi a nessuno questa tragedia’. Immagino Camille: la sua passione e la sua rabbia, la sua tenacia e le sue ossessioni. So che, come dice sua madre, aveva ‘gusto nella vita’. C’erano cinque corpi su quel pick-up. Quattro miliziani e lei, donna bianca. Aveva 26 anni. Ventisei anni, per Dio. Conosco il suo sorriso e la faccia seria quando è delusa e furente. Faceva la fotografa, Camille. Studi di giornalismo in Inghilterra. E poi quella domanda: ‘Cosa faccio della mia vita?’. La fotografia è un linguaggio immediato, universale. Semplice, in fondo. E lei voleva raccontare. Di gente dimenticata, di una umanità perduta. Di lei so solo quello che hanno scritto i giornali. E ho letto una sua appassionata intervista a PetaPixel (http://petapixel.com/2013/10/22/hidden-world-south-sudan-interview-photojournalist-camille-lepage/). E ho riconosciuto le sue parole. Camille è morta il 13 maggio. Ai confini con il Camerun.

Camille era brava. Le sue foto sono apparse sul Guardian, sul SundayTimes, sul Le Monde, su Time. So della sua fatica. Nessuno è interessato alle tue foto. Come riuscire a vivere, progettare, fotografare, viaggiare? Ti arrangi. Contatti Medici senza Frontiere. Collabori con giornali locali. Risparmi all’osso. I soldi non bastano mai. Ma te la cavi. Camille si era data cinque anni per provare, con tenacia, a fare questo mestiere. E’ stata uccisa ben prima.

 

South Sudan, Soudan du Sud, Jonglei, Tribalisme, conflit ethnique, jeunesse
(Da PetaPixel)

So dei litigi con i photoeditor. I mille no presi in faccia. ‘Non arrenderti mai’, consigliava. Chi la intervistava credeva che lei fosse una fotografa esperta. Si ribellava: ‘Devo imparare. Non bisogna mai essere soddisfatti del nostro lavoro’. Era andata  a vivere in Sud Sudan. Posto orribile dove vivere. ‘Ma fin da bambina volevo andare dove nessuno altro avrebbe avuto voglia di andare’. Là, c’era un’umanità da raccontare. Voleva che le loro storie fossero conosciute. Voleva sperare in qualche possibilità per i ragazzi che incontrava. Che erano assassini e vittime, killer e gente offesa. Questo era il suo progetto ambizioso: raccontare la tragedia di una generazione che non aveva scampo, che, allo stesso tempo, era carnefice e boia. Voleva porta luce là dove era buio, hanno scritto. Forse voleva solo provare a illuminare un nero troppo profondo. Credeva che bisognasse far sapere che ci sono persone che vivono ogni giorno un inferno.

Fotografava in luoghi in cui ben pochi altri bianchi sarebbero riusciti a farlo. In Sud Sudan viveva in una capanna senza luce e senza comodità. ‘Bisogna avere empatia, vivere come loro’, spiegava a chi si stupiva e la malconsigliava. Che senso ha fotografare e poi rifugiarsi in un grande albergo a spedire in una redazione europea un pezzo della vita di altri. Camille sentiva di avere un debito di riconoscenza verso la gente che fotografava. Doveva essere il più possibile vicino a loro. E solo allora anche i suoi obiettivi potevano andare vicino. Perché loro si fidavano.

Come vorrei non dimenticarti, Camille. Da giorni sei nei miei pensieri e fino a quando non ho letto poche righe su un giornale, niente sapevo di te. So che ci sono ragazzi che continueranno il tuo lavoro.

Cerco il tuo nome. E trovo il tuo sito. E’ lì, nessuno lo ha toccato. C’è il tuo numero di telefono, scrivi che sei ancora in Sud Sudan. Il web ti restituisce una vita virtuale (http://camille-lepage.photoshelter.comI)  Io invece avrei voluto conoscerti.

 

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