L’albero di Terranova

 

Il bosco di Cugno d'Acero
Il bosco di Cugno d’Acero

Sono i giorni degli alberi in Lucania. Cadono, viaggiano, si innestano l’uno con l’altro (e gli antropologi, cultori di Frazer, sono ancora certi che si tratti di un matrimonio, io non ne sono affatto sicuro). Gli alberi, in queste montagne, si inseguono e si rincorrono; assistono, come spettatori immobili, a musiche, cibi, vini e, alla fine, vengono innalzati in una danza felice di paese. Riti degli alberi fra le Dolomiti Lucane e il massiccio del Pollino. Giorni di identità paesana. Festa della Pita, dell’abete nel più grande parco italiano. Cerimonie del masc’, di cerri e agrifogli fra le rocce e le foreste delle più spettacolari montagne del Sud italiano.

 

Si accordano le zampogne
Si accordano le zampogne

 

E' una bella pita
E’ una bella pita

 

'E' marcita'
‘E’ marcita’

 

 A Terranova, paese del Pollino orientale, l’ultimo sabato di maggio, cade l’abete bianco. La musica delle zampogne, degli organetti, dei tamburelli è compagna della giornata. Dall’alba alla notte. I ragazzi non smettono mai. Ho visto bambine di cinque anni toccare con maestria i tasti degli organetti. E ragazzi rullare la pelle dei tamburelli fino a far sanguinare le dita.

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I ragazzi della pita
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Terranova dal piano della Tranquillità

 

Appuntamento alle sei del mattino nella piazza. Il caffè costa settanta centesimi. Con bicchier d’acqua. Il bar si chiama 007 e la piazza è dedicata a un generale. Partenza lenta. Nessuno ha voglia di svegliarsi. Sigarette. Accordi di zampogne. Gennaro prova e riprova, aggiustando l’avvitamento dei suoi strumenti: ‘Quasi ci siamo’. Mani in tasca. Solo uomini. Sanno la fatica che li aspetta. Rallentano. Ancora un caffè. Ancora sigarette. Enzo Muscolino ci fa salire sul cassone. Santini e blues di prima mattina. Si va nei boschi, si sale per una strada sconnessa. I ragazzi, tornati dalle università per la festa, si perdono nell’odore delle ginestre e nel paesaggio delle campagne. ‘Qua sono nato, qui ho passato i miei primi anni. Poi troppa neve, troppo distante il paese, la mia famiglia si è trasferita, ma la casa è ancora lì’ e allunga il braccio verso la montagna. Vecchi nelle campagne zappano l’orto. Stagione breve in questa montagna. Per otto mesi almeno è inverno. Ora è finalmente tempo di seminare peperoni e pomodori.

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Il taglio
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La caduta della pita

Si sale verso le dorsali del Pollino, montagna ‘corale’, dalle geografie intricate, illeggibili da chi, come me, arriva da lontano e cerca una sola vetta. Qui crepacci, gole e piani alti si intersecano uno sull’altro. Ho bisogno di una guida. Enzo ci porta fino ai boschi di Cugno dell’acero. Abeti e faggi mischiati. Foresta fitta. Si va a piedi. L’albero è stato scelto due mesi prima. Dritto e bello. Salvatore, piccolo e dai grandi baffi, l’aria da sardo più che da lucano, ha dubbi: ‘E’ marcito’. No, l’albero è sano, viene smentito. Tutto avviene con normalità. I ragazzi suonano con volti seri, la testa piegata. La motosega stride nell’aria. Taglio ad angolo. Un cuneo. Una botta finale. L’albero cade con una rapidità lenta, senza resistenza, travolge altri fratelli più piccoli. Non fa nemmeno un tentativo di ribellione. Sa che il suo destino è diventare pita. Tutto appare tranquillo. Ogni gesto ha una storia di anni e anni. Si misura l’albero, ci sono ragazzi dell’università. Diciannove metri. Un metro e trenta di circonferenza. ‘Che bella pita!’. La cima viene staccata via. A Terranova non si va in cerca di un altro albero: cima e tronco dello stesso albero si ritroveranno assieme nel giorno di sant’Antonio, quando l’albero sarà innalzato. ‘Il santo interessato’, mi dice un ragazzo. Ci siamo fermati di fronte alla sua piccola chiesa. Qui il prete viene dall’Argentina: ‘Da Entre Rios, Mesopotamia del latinoamerica’. Inevitabilmente ci dice: ‘Ho preceduto papa Francesco’.

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Il trasporto della pita
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La musica
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Si fa bella la pita

A forza di braccia l’albero viene portato fino allo stradello forestale. Qui entra in scena il motori. I dieci e passa chilometri da questo bosco al paese saranno percorsi dietro a un trattore. Non ci sono buoi in queste montagne. Salvatore, grande e grosso, da qualche anno ne alleva un paio. ‘Solo per questa festa’, dice con silenzioso orgoglio. I suoi animali, però, aspettano giù, ai confini del paese. Sono bestie giovani, li sta addestrando a trainare l’albero. Ma le sue parole hanno il sapore del Sud immalinconito: ‘Non c’è rimasto niente qui’. Si faceva i forestali, un tempo. C’erano teleferiche e perfino una funivia. Il legname volava fino a Frascineto, in Calabria. Oggi i boscaioli fanno lavori socialmente utili e vanno a giornata nei cantieri forestali della regione. Io mi ostino a guardarmi attorno e dico che qua c’è una ricchezza che sorprende. Ma sono un uomo del Nord, accecato dalla bellezza della festa. Non sono qui negli inverni. Ascolto Beppe che mi dice di quando aveva ‘la bocca secca’ e non poteva permettersi nemmeno una birra.

Antonio
Antonio

Dal sentiero spunta Antonio. Solitario. Con il suo organetto. Cammina con uno sguardo dal sorriso che sa di divertimento. Mi dicono che è il fabbro: suona qualsiasi cosa abbia a portata di mano, un campanello, una bottiglia, ha strane nacchere che fa vibrare sulle sue dita immense. Mi avverte: ‘Le ha comprate mia figlia a Bolzano’. Sono un strumento africano. Creolizzazione inconsapevole. Ha occhi da giullare, Antonio. ‘Un po’ di vino e di musica e smette di essere solitario’, mi dice un ragazzo mentre soffia nel tubetto di plastica della sua zampogna cercando l’accordo.

Pic-nic
Pic-nic

E’ già tempo di cibo. Pic-nic. I riti degli alberi hanno un ritmo che rassicura. Ecco la ciambotta, pane svuotato e riempito di uova, salsiccia, peperoni, cipolla. Una delizia. Ecco frittata e cipolle, salami, formaggi ‘fatti da me’, asparagi, friggitelli, pasta al forno, funghi masciaioli. E vino, e vino, e vino. E suono di zampogne. Arrivano i musicisti dai paesi vicini. Riconosco Giovanni ‘a Madonna, di San Severino. Accenni di tarantella. I ragazzi ora sorridono. Con la scusa delle foto, passo di tovaglia in tovaglia. Si mangia sull’erba, cibo sul cofano della macchina, in piedi davanti al cassone di un pick-up.

Il suono della zampogna
Il suono della zampogna
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La musica che cammina

 

Credo che siano le quattro del pomeriggio. Invece sono le undici del mattino. Gli uomini raccontano delle loro migrazioni. Chi ha fatto l’operaio al Nord, chi il muratore in Germania. Hanno figli sparsi per il mondo. ‘Otto missioni in Afghanistan. Si è fatto la casa, mio figlio soldato’, mi dice un uomo.

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Il viaggio della pita
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La zampogna in attesa
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Gennaro

Ora ci sono i chilometri da camminare. L’albero se ne va tirato dal trattore. Noi, dietro. A seguirne ogni movimento, a spingerlo nelle curve, a toglierlo dagli incastri. Salvatore non perde l’occasione per salirvi in groppa. C’è tutta la giornata davanti. Arriveremo in paese a buio. A ogni casa, fattoria, agriturismo, casale, orto c’è da fermarsi. Hanno messo piccoli tavoli, tovaglia bianca. Vino, aranciata, tè freddo e zeppole (che qui si chiamano crespelle), chiacchiere con veli di zucchero, ancora salame e formaggi. Le donne girano con grandi cesti e offrono il cibo agli uomini della pita. Ecco, le prime ciliegie. Marcia a passo di cibo. Vogliono dirmi i nomi dei luoghi: Acquagentile, Acquaformosa, la Garavina (‘Il nostro canyon’), il piano della Tranquillità….mi raccontano del maiale e dei mesi dell’inverno, ora, primo caldo, si ricomincia già a tagliare legna per i camini dei mesi freddi. I vecchi davanti alle porte indossano gilet di velluto. Appare Beppe, il Valsinese, dallo stomaco rotondo, la camicia ruvida a scacchi bianchi e neri, un cappello da uomo del West, i grandi baffi e la chiave che non smette di battere sulla bottiglia. Felice di essere qui. Suono senza una sola pausa. E’ un cammino-baccanale, questo. C’è sempre una crespella in più. Una chiacchiera in più. Tutti assicurano: ‘Ora c’è la sosta più bella. E’ il tavolo di mia cugina’. E allora mangi ancora, bevi ancora.

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L’offerta del vino
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L’offerta del vino
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Salvatore e i buoi

All’ultima casa, panorama sul paese aggrappato alla montagna, appaiono i buoi di Salvatore. Aggraziati con ciuffi di ginestre. Affida alla loro forza l’albero più piccolo. Devono ancora imparare a trainare i troppi quintali dell’albero più grande. Salvatore ha una sua fierezza seria.

 

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Beppe, il valsinnese
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La serietà del musicista
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Salvatore si fa trasportare dalla pita
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L’offerta delle crespelle
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Sant’Antonio

Il sole sta per andarsene quando arriviamo al paese. Chiesa di sant’Antonio. Parata di santi. C’è san Gerardo che ci appare come giovane ragazzo, san Donato è marziale nelle sue vesti da vescovo, sant’Antonio e san Rocco con l’aria divertita. C’è una Madonna che offre un seno nudo al piccolo Gesù. Chiesa latinoamericana. Sfilata di santi. Sistemati nel fondo della chiesa. Uomini e donne vanno a sfiorare le statue. Toccano e poi si baciano la mano con un gesto veloce. Qualcuno si inginocchia, altri accendono una candela elettrica.

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La pita in paese
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Spingere la pita
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Spingere la pita

Adesso è l’ora delle follie. Si sgancia la pita dal trattore, si aggiogano traverse di legno. L’albero deve andare in parata. Spinto e tirato solo dalla forza delle braccia. Deve percorrere tutto il corso. In su e in giù. Un andirivieni del cavolo, scriverebbe Gabriel Garcia Marquez. Anzi, direbbe di peggio. Ma poi si metterebbe a guardare questa fatica meravigliata e pazza. E troverebbe, lui sì, le parole giuste, quelle capace di far vedere a chi legge la spavalderia ebbra di questi ragazzi, ragazze, vecchi, bambini, donne che si mettono a spingere un albero di venti metri solo per il gusto di farlo. Attraversano tutta la lunghezza del paese. Si accasciano per la fatica. Si rimettono in piedi. Crollano, corrono dei rischi, si rialzano, tirano. In una confusione sgangherata. Tenuti assieme dalla musica: questo è un film… zampogne, organetti e tamburelli danno forma alla fatica, la modellano, incoraggiano il desiderio di farcela. Donano adrenalina. Il corso del paese non finisce mai. Ti accorgi che è in salita e in discesa. E le fai tutte, in andata e in ritorno. Attraversare il paese (gente ai balconi, alle finestre, ancora vino, formaggi, crespelle, taralli) è atto di sfrontatezza. E’ un gesto guascone. Così si è sempre fatto. Allora, facciamolo. I bambini si divertono un mucchio. Dico: ‘Dai, montate il trattore’. ‘Ora che lo hai detto, lo portiamo su anche con la lingua’.

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L’ultima manovra
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Il cibo e il vino

 

E allora, con un ultimo grido, si arriva su, che vuol dire di nuovo di fronte alla chiesa di sant’Antonio. E’ finita? Lo lasciamo qui? Ci riposiamo? E’ notte per davvero. Luce dei lampioni. Ma l’albero deve fare manovra. La pita sarà alzata in un piccolo giardino. In mezzo ad altri alberi. La sua ultima cerimonia sarà fra suoi fratelli di natura. Ma per trovare il suo posto deve entrare di coda in uno spazio piccolissimo. L’albero deve ruotare su stesso, compiere quasi un giro, capovolgersi. Provateci voi, anche in cento, a far compiere questo andare-e-venire a un tronco di qualche decina di quintali e lungo quasi venti metri? Senza chi dia un comando. Il vigile a cercare di mettere vanamente ordine. A Terranova la festa sembra non avere capi: si tira ubbidendo a un istinto, in maniera un po’ storta e disordinata, eppure con tre, quattro, cinque manovre l’albero ubbidisce ed entra nel giardino nel verso giusto. Gli uomini della pita si applaudono a vicenda, battono le mani per loro stessi. ‘Che bella è la nostra festa’. Ci si attarda a togliere, a colpi di mazza, i ganci dal tronco. Poi, corteo in fila indiana verso la chiesa. Ringraziamo il santo. Tocchiamo i suoi piedi. Baciamoci la mano che ha sfiorato la sua santità. E poi, con passi che si trascinano, si cammina per il paese. Un ultimo bar. Senza parole per la fatica. La fatica che ti arriva addosso tutta assieme. Con una strana felicità che non sai raccontare. L’albero rimane al buio. Fra altri alberi. Aspetta il 13 giugno, giorno di sant’Antonio, per vivere la sua ultima gloria.

Terranova, 31 maggio

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4 pensieri riguardo “L’albero di Terranova

  • 6 Giugno 2014 in 15:14
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    Bello,bello bello, un racconto entusiasmante, fluida la narrativa ottimi gli scatti fotografici nel colore e nella forma,rendono perfettamente le scene anche a chi non conosce la tradizione. Complimenti!!..
    Giuseppe Giannuzzi

    Risposta
    • 18 Giugno 2014 in 19:41
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      Grazie, Giuseppe….un abbraccio, tornerò sulle montagne…

      Risposta
  • 21 Giugno 2014 in 9:08
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    Ci si può emozionare per qualcosa che hai fatto decine di volte ma che nessuno ti aveva mai raccontato? Grazie, luigi todaro

    Risposta
    • 23 Giugno 2014 in 18:06
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      Oh, sì, un’emozione che sfiora le lacrime

      Risposta

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